Mattia Tortelli, imparare a legare insieme i sentimenti della vita

Un romanzo di formazione in cui il passato bussa spesso alla porta del protagonista, che vuol dare un senso al suo presente. È il romanzo di debutto di Mattia Tortelli, “Solo i santi non pensano”. Orfano di padre, distante dalla madre, Gabriele trova una dimensione dedicandosi alle piante, una passione ereditata da una zia. È il primo passo per acquisire consapevolezza del vuoto che si porta dietro…

Solo i santi non pensano (176 pagine, 15 euro) di Mattia Tortelli, edito da Fandango, è un esordio caratterizzato da una profonda introspezione, con un protagonista, Gabriele, la cui solitudine e la cui ricerca di identità sono al centro del racconto. Il romanzo offre lo spaccato di una vita in continua tensione tra passato e presente, tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere. La solitudine di Gabriele è quasi palpabile, è un rifugio, un laboratorio di formazione dentro cui cerca in tutti i modi di diventare uomo. Questo non gli impedisce però di mostrare un’ostinata resilienza nel tentare di affrontare i nodi irrisolti della sua esistenza, come la relazione con la madre, le esperienze di crescita sessuale e la ricerca di un contatto più autentico, prima con se stesso e successivamente anche con gli altri.

Il passato che bussa e il padre che non c’è

Gabriele lo troviamo dipendente di un’agenzia che si occupa di disinfestazione, molto probabilmente metafora di quello che avrebbe voluto fare al suo passato, disinfestarlo al punto da farlo sparire. Ma Gabriele lo sa che questa è un’operazione difficile, anzi, praticamente impossibile. Ovunque si decida di nascondersi, prima o poi il passato verrà a bussarti alla porta e lì i “guai” saranno direttamente proporzionali alla quantità di tempo trascorso. Ma anche questo è difficile prevederlo, e, per quanto possiamo fare gli struzzi, mettendo la testa sotto sabbia ci sarà sempre un colpo di vento che la farà volare via, mettendoci in questo modo davanti a tutto ciò che ti sembrava di avere dimenticato.

C’è anche un padre in questa storia, anzi, un padre c’è stato, morto troppo presto, purtroppo, ed è stata proprio questa sua “premura” a morire che getterà nel totale sconforto e disorientamento il resto della famiglia, e cioè Gabriele e sua madre. Quest’ultima, con la morte del marito, ancora prima e più del figlio con la perdita di suo padre, perde l’unico sostegno, l’unico punto di riferimento, la ragione principale per continuare a vivere. Ed è così che, spinta da un bisogno di accudimento, si lega casualmente, ma in maniera totalizzante, alla setta dei Testimoni, coinvolgendo in questo “ritiro spirituale” anche il figlio, e ritrovando così, o illudendosi di ritrovare, quel calore familiare che improvvisamente le era venuto a mancare. Ho usato la parola totalizzante per esprimere quello che è il messaggio dell’autore, e cioè che quando si tratta di sette, di gruppi religiosi, questi, soggiogandoci, tendono sempre ad azzerare il nostro passato, per emergere e rimanere così protagonisti assoluti della nostra vita.

Ma una cosa è la madre, triste indebolita e svuotata, un’altra è Gabriele, il quale man mano che il tempo passa non riconosce più sua madre, la vede distante e totalmente presa dai rituali cui si trova coinvolta lì dentro. Per lui non è così, suo padre non lo ha mai dimenticato, e passati gli anni dell’adolescenza decide di scappare, riappropriandosi della sua vita, seppure monca della figura paterna.

La sola attenzione di cui è capace

Torniamo, quindi, a Gabriele e al suo lavoro, sarebbe meglio dire alla sua vita scandita da una consuetudine necessaria per tenersi a debita distanza da quei pensieri che altrimenti rischierebbero di soffocarlo. Mosso da una passione ereditata dalla zia, si dedica alle piante, unici esseri viventi della casa. Tutta la cura e tutta l’attenzione di cui è capace, Gabriele la rivolge a loro, alle sue piante, anche queste metafore di una solitudine, scelta, sì, ma vissuta senz’altro male.

A casa ad attenderlo ci sono solo le piante, e le piante sanno aspettare e sanno accogliere il silenzio che dall’ufficio, quando tutti hanno spento i computer e sono tornati a casa, sembra appiccicarglisi addosso.

La breve vita di Gabriele è composta da tre segmenti principali: l’infanzia, che corrisponde ai suoi ricordi del padre; l’adolescenza, che rappresenta un periodo buio, in cui nemmeno il desiderio aveva fatto il suo ingresso a causa delle privazioni impartite, in maniera più o meno esplicita, dalla setta dei Testimoni; e la giovinezza, in cui decide di rinunciare a qualsiasi forma di legame, nel timore che possa rivelarsi tossico, e dedicarsi così ai suoi studi universitari.

Il terzo segmento è quello che porta con sé, ovviamente, i “vissuti” precedenti, nel bene ma anche nel male, dove Gabriele si ritrova a dovere ricucire gli strappi per poter andare avanti. È la terza fase della sua vita, infatti, quella in cui piano piano acquisisce consapevolezza del vuoto che si porta dietro, per un’adolescenza che lo ha allontanato da tutto e, soprattutto, da tutti. Gabriele deve cominciare a vivere, non ricominciare, e la prima cosa da fare è quella di prendere confidenza col mondo.

I legami, riflette ancora una volta mentre esce dall’ufficio e si avvia verso la macchina, lo hanno avvinto fino ad asfissiarlo e, con la scusa di difenderlo, lo hanno abbracciato e stritolato, senza lasciare altro spazio per coprirsi.

La scoperta del corpo

Tutto gli è apparentemente ostile, semplicemente perché non ne conosce la grammatica, a cominciare da se stesso, dal corpo che si ritrova senza averne mai avuto coscienza. Un corpo che vive a sua insaputa, a insaputa di Gabriele, che pulsa, che si trasforma, che suda, che gli manda messaggi indecifrabili. Per questo gli saranno d’aiuto un paio di ragazzi con i quali instaura una sorta di amicizia. Capisce così che questo, il suo corpo, può anche essere fonte di piacere, oltre che di dolore.

Il passo in avanti definitivo, Gabriele, lo compirà nel momento in cui casualmente incontrerà la zia, colei che l’aveva introdotto alla passione delle piante. Il loro incontro si rivelerà sereno e disinvolto, come deve essere un incontro tra due persone intelligenti e consapevoli, due persone che, malgrado non si vedano da parecchi anni, non portano negli occhi e nel cuore alcuna forma di risentimento, e dove si riconoscono subito in quel territorio che tiene legate due persone che si vogliono bene, il territorio dell’affetto. La zia, anzi, capisce al volo che si trova davanti un adulto che, secondo certi canoni non è mai cresciuto e avvalendosi del punto di forza, che possiede la persona più adulta, cerca subito di coinvolgerlo, facendolo sentire parte di un insieme, di quell’insieme che si chiama famiglia.

Gli interrogativi

Sono tanti gli interrogativi di cui poco alla volta Gabriele spera di trovare la risposta in questo suo cercare di legare insieme i segmenti della sua vita, e sono tutte domande che chi più chi meno ci siamo tutti posti nella vita. Sono quelle domande che in fin dei conti ci fanno esseri umani, dotati di dubbi, di incertezze, di curiosità ma, soprattutto, di pensieri. E questo perché, ahimè, gli esseri umani, appunto, hanno questa prerogativa, che può a volte rivelarsi una “condanna”, loro pensano, pensano sempre, solo i santi non pensano.

Il libro di Mattia Tortelli può essere considerato un romanzo di formazione. L’autore muove il suo protagonista, Gabriele, attraverso i suoi vissuti, e ripercorre così il suo “breve” passato, a tratti riconoscendone i buchi, a tratti ricostruendolo, tutto questo per dare un senso al suo presente, dando così un significato alla sua vita di adesso. Solo che, lo sappiamo tutti, i ricordi rimangono spesso intrappolati nell’oblio, gettando un velo sulla veridicità dei fatti e lasciandoci spesso con un nodo allo stomaco, metafora di una difficoltà nel far fronte e soprattutto nel superare ciò che la vita, ahimè, ci riserva:

Come si sopravvive alla morte delle persone amate?

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