Non un testo storico-filologico, ma un colloquio fecondo e stimolante con un pensiero anticipatore del presente. È “Leopardi”, saggio insolito e dallo stile ricercato di Gianfranco Perriera, che ragiona sulla ridefinizione del filosofare compiuta dal poeta: nella conoscenza non solo la ragione ma anche la natura umana, non solo il vero ma anche il falso, l’immaginazione oltre la realtà…
Nel suo Leopardi (208 pagine, 20 euro), pubblicato con Mimesis, Gianfranco Perriera (uomo di teatro, saggista, scrittore) si accosta alla vexata quaestio della pertinenza o meno dell’attribuzione di “filosofo” al poeta recanatese. Lo fa con un saggio insolito, dallo stile ricercato e curatissimo, come si evince già dai titoli ammalianti o epigrafici dei capitoli riportati nell’Indice: *Il bello: la struggente proporzione dell’indeterminato *Il fanciullo: vitalissimo, eppur saggio, abitatore dell’immaginario *Il cristianesimo è la matura deriva nichilistica dei tempi *È questo il tempo in cui si muore per intero *Al fondo della noia, la pallida ombra della salvezza *Ragione e immaginazione tornano ad abbracciarsi nell’ultrafilosofia.
Letti di seguito potrebbero lasciare intuire quello sviluppo tematico-contenutistico che ci si aspetta da un saggio di ambito umanistico, racchiusi peraltro tra l’alfa e l’omega di una Introduzione, Il negativo che nessuna morte pre-dispone, e una Conclusione, La passione per la poesia salva l’esistenza dal nichilismo. Ridotti all’osso nella quarta di copertina, i temi dei sei capitoli risultano essere il bello, l’età fanciulla, la religione, il nulla, l’indefinito, l’ultrafilosofia. L’autore dichiara di attingere per il proprio lavoro soprattutto allo Zibaldone, ai Pensieri e alla Palinodia al marchese Gino Capponi; “soprattutto” perché inevitabilmente anche opere narrativo-dialogiche come Le operette morali, e vari componimenti in versi contengono ed esprimono forme della riflessione leopardiana.
Variazioni sul tema
Impossibile, per tanti motivi, riassumere in modo esaustivo un volume così ricco di spunti, di accostamenti inediti, di osservazioni, talvolta di rapidi, audaci nessi fra passato e presente (sul tempo del capitalismo, sui totalitarismi novecenteschi…). Peraltro, in sintonia col procedere asistematico, totalmente libero e in costante divenire che caratterizza le migliaia e migliaia di riflessioni e di note dello Zibaldone, Perriera non sembra interessato a una impostazione progressiva, logico-cronologico-argomentativa, tipica di un saggio accademico. Càpita infatti in alcuni capitoli di trovare anticipazioni dei temi dei capitoli venturi, così come, al contrario, riflessioni e conclusioni scaturite all’interno di un capitolo-tema ritornano in seguito man mano che si procede nella lettura. L’autore pare insomma servirsi degli scritti, del pensiero di Leopardi come un musicista si serve del “tema” di un’opera altrui per comporre delle variazioni, appunto, sul tema, lasciandolo e riprendendolo, tornandovi a più riprese in una sorta di procedimento modulare e ondivago. Trovo in tal senso singolare che nella nota 6 di p. 149, l’autore riporti una considerazione di Remo Bodei in qualche modo simile, a proposito del pensiero rammemorante di Heidegger. Ma brani di Bodei, Adorno, Maria Zambrano, Alain Badiou, Simone Weil e altri pensatori novecenteschi vengono più volte posti a contatto con passi leopardiani, a riprova ulteriore del fatto che non di un testo storico-filologico si tratta (pur puntualizzando comunque criticamente le canoniche analogie con Schopenhauer, Kierkegaard e Nietzsche), ma piuttosto di un colloquio fecondo e stimolante con un pensiero per certi versi anticipatore del presente, nel metodo e nei contenuti.
Nostalgia di futuro
La rilettura dell’autore conferma la profondità e l’acutezza di un poeta-filosofo in grado, ad esempio, di ipotizzare che la scarsa memoria dell’infanzia e dei primi anni della fanciullezza sia legata alla mancanza di un linguaggio strutturato [p. 72]. Ma fanciullezza e giovinezza si affacciano spesso nell’affabulazione di Perriera, non solo in quanto fasi anagrafiche, ma come autentiche, particolari espressioni del pensare e del sentire, che tornano come emblema propulsivo nell’adulto, riattivando in lui la speranza-illusione di un nuovo tempo, quella che l’autore definisce nostalgia di futuro. Perriera guida così l’attenzione del lettore verso una vera e propria ridefinizione del filosofare compiuta dal poeta e, in secondo luogo, verso il suo “antimodernismo”: entrambe reazioni polemicamente alternative (e fra loro connesse) a esiti ottocenteschi dell’Illuminismo, che rimane comunque il saldo fondamento della formazione materialista, sensista e classicista di Leopardi.
In una nota del 1820 – riguardo al primo punto – Leopardi aveva già ipotizzato una modalità di conoscenza che non contemplasse solo la ragione, ma anche la natura umana, con le sue virtù, le illusioni, l’entusiasmo, in somma la natura, dalla quale siamo lontanissimi […] una, per così dire, ultrafilosofia, che conoscendo l’intiero e l’intimo delle cose, ci ravvicini alla natura. E un anno dopo, con ulteriore rimessa a fuoco, al ritrovamento del vero come fine del perfetto filosofo, aggiunge che la ragione ha bisogno dell’immaginazione e delle illusioni ch’ella distrugge – proseguendo con una serie di coppie concettuali nello stesso rapporto in dialettica opposizione – il vero [ha bisogno] del falso, il sostanziale dell’apparente, l’insensibilità la più perfetta della sensibilità la più viva… p. 27.
Demistificare progresso e dominio sulla natura
«L’incontro con il negativo attesta, dunque, – secondo l’espressione eloquente di Perriera – che un tempo che d’immaginazione fosse privo sarebbe una morta gora, e all’immaginazione affida il compito di farsi indelebile memoria dell’intensità con cui gli umani sanno aspirare ad una generosa felicità. Almeno fino a che indefinita sarà la capacità di questa memoria di resistere all’usura del tempo», p. 170.
Con la Palinodia al marchese Gino Capponi, invece, Leopardi demistifica, tra antifrasi, ironia e sarcasmo, il veloce progresso materiale, frutto della mentalità scientifica e tecnica dell’Illuminismo, che spinge entusiasticamente le società moderne a ritenersi protagoniste di un inarrestabile dominio sulla natura. Il che tuttavia – fa notare il poeta – non impedirà certo guerre più o meno imminenti per la conquista di materie e mercati, né gli abusi di chi detiene il potere fra arroganza e mediocrità, giungendo a prefigurare una… società di massa (il civil gregge) abbagliata dai beni materiali, grazie anche a intellettuali del suo tempo (come il marchese Gino Capponi, appunto) che se ne fanno portavoce. Leopardi soprattutto contesta loro di servirsi di questa parvenza di comune felicità per distogliere lo sguardo dal vero, cioè dall’inevitabile destino di precarietà, infelicità e del nulla del genere umano e dall’angoscia che ne deriva, abdicando così al proprio ruolo.
La solidarietà fra umani
Per ogni soggetto, invece, riconoscersi fragile – scrive Perriera – coincide col conoscere il vero, significa diventare «consapevole di sé e delle possibilità che ha perdute ma che rendono intensa la vita anche attraverso il ricordo. Possibilità e speranze si rivelano indimenticabili: in loro nome si può aspirare ad una convivenza con gli altri che sia generosa e ancora articolata dall’amore di esistere. Vivere – conclude, lapidario – nella speranza e nel desiderio, per i moderni, non è una questione da nulla, ma una questione col nulla», p. 184. Può essere utile ricordare che la Palinodia è un’opera degli anni napoletani, come La ginestra, riunite dalla critica letteraria, insieme alle poche altre, le ultime dell’autore, sotto la definizione di titanismo leopardiano: con motivazioni ultrafilosofiche, a tutto il negativo e la precarietà dell’esistenza, e al rifiuto di qualunque consolazione, laica (il mito del progresso) o religiosa (la vita ultraterrena), Leopardi contrappone la solidarietà fra gli esseri umani.
A libro richiuso, ci si torna a chiedere se Leopardi possa essere considerato davvero un filosofo, e che tipo di filosofo. Ricordo che Natalino Sapegno, cinquant’anni fa, nel suo Disegno storico della letteratura italiana gli riconosceva reali attitudini speculative e scriveva che – più che filosofiche – le sue erano le domande-osservazioni che si pongono gli adolescenti, quelle a cui non è possibile rispondere e che i veri filosofi tralasciano perché non adatte alla speculazione. A me curiosamente sembra che l’opinione dell’illustre italianista contenga, suo malgrado, un’anticipazione… divergente, o parallela, di quanto argomentato da Perriera nel suo denso, articolato volume.
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