“Gatteria” è un racconto fiabesco e allegorico di un grande scrittore novecentesco, Nino Savarese. Protagonista un uomo gatto, un principe che preferisce la compagnia dei gatti a quella degli umani, e che inizia ad avere movenze e comportamenti felini. Una nuova occasione per riscoprire un autore amatissimo da Sciascia e Consolo…
Hanno un’altra occasione gli scettici che non hanno ancora collocato l’ennese Nino Savarese fra i grandi scrittori italiani del ventesimo secolo. C’è un’altra chance per far parte degli iniziati che si sono fatti sedurre dalla prosa rapida e moderna dell’autore ennese, assolutamente fuori dall’Ottocento. Scrittore a suo agio con più di un registro stilistico, dalla vena fantastica indiscutibilmente efficace, che con audacia e coerenza le edizioni del Palindromo continuano a riproporre. Dopo aver rilanciato, tra il 2017 e il 2019 I fatti di Petra, Rossomanno e Il capo popolo, dopo aver scommesso nel 2020 su Malagigi, adesso la sigla palermitana ha pubblicato Gatteria (237 pagine, 14 euro) di Nino Savarese, inizialmente edito nel 1925, uno dei contes philosophiques di quella fase della sua scrittura. Una prova d’autore di uno scrittore poco più che quarantenne, che negli anni successivi sarebbe stato capace di muoversi con grazia e senza affettazione sul filo del dissidio tra ragione e immaginazione, di andare oltre l’etichetta di rondista, di impressionare favorevolmente Pirandello e Bontempelli, di essere consigliato da Rosso di san Secondo e d’essere aiutato da Giuseppe Antonio Borgese, di ispirare Sciascia, prima di finire in un cono d’ombra lungo decenni, nella morsa di un lungo disinteresse critico. Perché? Perché accomunato a intellettuali asserviti al fascismo o che non ne presero le distanze. Nulla di più impreciso. Come ha scritto Vincenzo Consolo su Savarese: «Il suo umanesimo e il suo cristianesimo l’avevano tenuto critico e distante dal fascismo aggressivo, impietoso e ignorante che in quegli anni sempre più mostrava il suo vero volto e s’imponeva». Altra prova della sua reale distanza dal regime fascista fu una sceneggiatura (qui un articolo) commissionatagli da un burocrate fascista, da cui il fotografo-regista Vittorio Pozzi Bellini avrebbe dovuto trarre un documentario. Sceneggiatura senza sconti, quella di Savarese, che ritraeva il mondo contadino dell’Isola tra sfruttamento e miseria, sceneggiatura infine bocciata dall’alto.
Una “metamorfosi” che ne anticipa tante
Savarese va oltre il cliché dell’autore regionalista e rondista. Complesso e metafisico, soprattutto con la sua prosa d’invenzione morale, è anni luce avanti rispetto a gran parte dei suoi contemporanei. La nuova edizione di Gatteria è un fiore da cogliere al volo, con un’illuminante introduzione di Lavinia Spalanca (che spiega il no dei Treves alla pubblicazione e ravvisa assonanze con Montale nei testi fantastici di Savarese) e le congeniali illustrazioni di Chiara Nott. C’è un uomo, il principe Daineo di Ballanza, che preferisce la compagnia dei gatti a quella degli umani, e vive avventure a dir poco grottesche, che sconvolgono quelli che benpensano. C’è un padre costernato, il principe Polcamo che s’interroga e altri interroga (a cominciare dal dottor Epicarmo Gorgia, «insegnante di filosofia, dottore di lettere»), per capire qualcosa di quel che succede al figlio: pur conservando il suo aspetto umano, ha infatti comportamenti e movenze feline. Una “metamorfosi” in anticipo sull’uomo ragno e sull’uomo pipistrello di fumetti e cinema, su certo Calvino, su alcuni racconti di Camilleri, in libreria per la prima volta fra il 2007 e il 2009. Il principe Daineo di Ballanza prova fastidio perfino nell’incontrare i propri simili, non le donne, dalla nipote di un cardinale a una serva, indifferentemente: l’universo femminile si salva e si salverà fino alla fine del libro…
Autobiografia e illuminismo
Difficile non intravedere proiezioni autobiografiche di Savarese nel principe Daineo e nella sua parabola. Naturale rintracciare nella sequela di bizzarrie di cui è protagonista il principe Daineo una riflessione sull’umanità degli animali e sulla bestialità degli uomini, sulla natura umana e, in generale, sulle differenze, su ciò che s’allontana dalla cosiddetta norma. Lo scrittore di Enna guarda agli illuministi un po’ come avrebbe fatto Leonardo Sciascia. Ignorarlo ancora è un peccato che i lettori non devono ancora commettere a lungo…
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