Una voce dall’oltretomba, quella del figlio di una donna siberiana e di un uomo africano, rievoca la propria vita nelle stazioni della metropolitana moscovita. Ne “Il figlio del sottosuolo” Hamid Ismailov racconta liricamente due destini segnati, quelli di una vita tragica e della dissoluzione del sistema politico dello Stato comunista per eccellenza…
Che spettacolo, che racconto suggestivo, che spirito d’osservazione sull’identità russa così plurale e così affascinante, e che capacità di trasfigurarla in un romanzo. Utopia editore ha fatto conoscere Hamid Ismailov in Italia con La fiaba nucleare del bambino. Il nuovo passo in avanti è un volume ben più corposo, ancora di valore altissimo, e sempre tradotto dal russo da Nadia Cicognini. I libri di Hamid Ismailov sono ancora vietati in patria, cioè in Uzbekistan, ma viaggiano per il mondo allargando la platea degli ammiratori di questo scrittore, classe 1954, che ha da tempo trovato una nuova dimensione nell’esilio in Gran Bretagna, dopo essere stato accusato in patria di “tendenze troppo democratiche”.
Le stazioni di un’inquietante perduta Mosca
La mamma morì quando avevo otto anni e io la seguii quattro anni dopo.
Nella prima pagina de Il figlio del sottosuolo (341 pagine, 19 euro) fa in fretta a presentarsi il protagonista, Kirill detto Mbobo (ma anche Puskin, per le ascendenze africane, come lo scrittore), che come unico amico ha «la metropolitana cittadina»; madre siberiana, di nome Mosca, padre africano, due outsider, lo concepirono durante i Giochi di Mosca 1980 o poco prima. E lui – sulla pagina voce dall’oltretomba – visse fino a poco dopo il dissolvimento dell’impero sovietico. Le memorie postume di quest’orfano, i cui capitoli corrispondono alle stazioni della metro moscovita – spesso intitolate a politici o scrittori – sono probabilmente specchio della vita travagliata dell’autore, oltre che occasione per fare i conti con la decadenza dell’Urss nei suoi ultimi anni. Alienazione, bullismo, razzismo, traumi infantili, violenze, rapporti difficili con i patrigni, una madre spesso ubriaca, a Mbobo il destino non risparmia quasi nulla, in una inquietante Mosca perduta, e nel suo leggendario ventre, la metropolitana, con le sue stazioni, a cominciare da quella in cui il piccolo Mbobo è nato.
Citazioni e allusioni dei grandi russi
Romanzo moderno e più che mai attuale, Il figlio del sottosuolo è anche la quintessenza dell’eredità del romanzo russo. Fra citazioni e allusioni più o meno velate, da Dostoevskij a Nabokov, e non solo. Dal passato zarista alle miserie e agli splendori dell’epoca sovietica, ogni stazione sembra raccontare un pezzo di storia, oltre che di vicissitudini del personaggio principale del romanzo di Hamid Ismailov. Corrotto e crudele è il mondo in superficie, mentre nel sottosuolo si alternano squarci di sollievo, protezione e oblio, sebbene sia sempre presente una proiezioni del disfacimento politico dell’illusione comunista e del suo Stato per eccellenza. C’è un modo lirico di raccontare una vita tragica e la dissoluzione di un sistema politico, in queste pagine, è la favola amara di un destino segnato, personale e collettivo, come già avveniva nel precedente romanzo di Ismailov, ancora una volta un ragazzino e l’Urss, in particolare quella degli esperimenti atomici in piena Guerra Fredda. Il figlio del sottosuolo è la conferma di un grandissimo scrittore e la speranza che ci siano ancora molti suoi bellissimi libri da leggere.
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