L’indomabile Ethel Mannin e la Nakba, buco nero dei palestinesi

“La strada per Be’er Sheva” inaugura una collana dedicata a Ethel Mannin, scrittrice britannica ancora poco nota in Italia. È un romanzo a sostegno della causa palestinese, scritto oltre mezzo secolo fa ma molto attuale, che racconta la Nakba, l’esodo forzato di centinaia di migliaia di palestinesi dopo l’aggressione dei soldati israeliani nel 1948. Tra i profughi c’è il dodicenne Anton, segnato per sempre da quella catastrofe e che, dall’esilio londinese, sogna il ritorno a casa per unirsi alla resistenza e tenere vive le sorti della propria patria dilaniata dalla guerra…

È un’idea importante, affascinante e bizzarra quella di dedicare un’intera collana alle opere di Ethel Mannin. E arriva da una casa editrice speciale, Agenzia Alcatraz. In questo sito, si sa, quel che è controcorrente non passa inosservato. E allora facciamo festa e cominciamo prima di tutto a ricordare la figura di Ethel Edith Mannin, londinese, nata nel 1900, autrice super prolifica (i suoi titoli sono una novantina), oltre che antifascista, femminista, anarchica, pacifista, antimonarchica, anticolonialista, sempre in prima linea per i diritti civili e la lotta di classe, critica nei confronti del sionismo e a sostegno della causa palestinese, quindi per questa e anche per tutte le altre sue posizioni, una donna e un’artista amata da taluni, detestata da altri, sempre indomabile. Studi incompleti alle spalle, tumultuose storie sentimentali bisessuali, grandissima versatilità sulla pagina e una carriera decollata grazie al dono di una prosa cristallina, con cui era capace di affrontare i temi più spinosi e le questioni più complesse. Agenzia Alcatraz l’ha rilanciata con Lucifero e la bambina, un romanzo degli anni Quaranta e adesso vara la collana Etheliana con un romanzo smaccatamente politico, pubblicato nel 1963 e incredibilmente attuale, dopo la vigliacca carneficina dei terroristi Hamas che ha scatenato l’ignobile e impunita reazione di Israele – Israele, ricordiamolo, in mano a un governo totalmente sbilanciato verso la destra più estremista, razzista e violenta – contro la popolazione della Striscia di Gaza.

Diaspora forzata e pulizia etnica

Figura dimenticata, l’autrice inglese, figlia di irlandesi, è tornata in libreria con un romanzo potente, che mette spalle al muro lettori distratti, ignavi, che non vogliono guardare negli occhi il proprio passato per intuire il presente e immaginare il futuro, con consapevolezza. La strada per Be’er Sheva (398 pagine, 19 euro), romanzo tradotto da Stefania Renzetti, con la postfazione di Tiffany Vecchietti , in cui spiega quanto quest’opera sia dannatamente sincera, senza per questo risultare mai melodrammatica, senza mai essere enfatica o retorica. Ed è proprio così. Nata espressamente come risposta al bestseller Exodus di Leon Uris, che alla fine degli anni Cinquanta raccontava la fondazione dello Stato di Israele in modo pressoché eroico ed epico, La strada per Be’er Sheva invoca giustizia e rievoca la mai conclusa diaspora palestinese, iniziata nell’estate del 1948, quando la Palestina fu cancellata dalle istituzioni internazionali. I soldati israeliani occuparono la città palestinese di Lidda, dando vita a una pulizia etnica spietata, passata alla storia come Nakba (la racconta anche Anton Shammas nel suo famoso romanzo, Arabeschi, ne abbiamo scritto qui): chi non è ucciso, fra soprusi e abusi, è cacciato via, soprattutto le donne, oltre ai più piccoli e ai più anziani, tutti sono costretti alla fuga, a un esodo letale per molti, che muoiono assetati o per insolazione, e se non muoiono, approdando in Giordania, restano per sempre feriti nell’anima a causa della sradicamento. Tra questi esuli forzati Ethel Mannin immagina Butros Mansour, palestinese di religione cristiana, assieme alla moglie Marian, di origini inglesi, e ad Anton, figlio dodicenne.

La catastrofe che condiziona azioni e amori

La figura centrale del romanzo diventa ben presto Anton Mansour, costretto a un esilio londinese, ma in contatto con l’amico Walid, musulmano, altra vittima della Nakba, con cui dialoga ossessivamente del ritorno a casa, della voglia di lottare per la propria terra, memore della lunga agonia a cui era stato, ed era ancora costretto il suo popolo. La catastrofe vissuta in giovane età, catastrofe umanitaria senza fine, che va avanti da decenni, ne condiziona pensieri e parole e azioni. In Inghilterra non si sentirà mai a casa, pur studiando e lavorando, crescendo, innamorandosi di Rosa, una ragazza ebrea, non scoprendolo immediatamente. Il suo destino sembra segnato e si compie come scopriranno i lettori che si inoltreranno con passione in questo romanzo che fa ribollire il sangue, proponendo interrogativi, invitando a riflettere, a non sorvolare, a non sottovalutare. Una lettura salutare e imprescindibile, con dosi massicce di umanità e di coscienza politica, di onestà intellettuale. Ethel Mannin è più viva che mai e c’è una collana che non la relegherà più solo al passato ma la rilancerà nel futuro.

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