I bluff di Pavel Nilin, mai fedeltà all’Urss fu più sfuggente

Nella Siberia degli anni Venti l’Urss cerca di azzerare i focolai legati al mondo prerivoluzionario e allo zar. Ven’ka, funzionario di polizia, va a caccia di bande di criminali che provano a sabotare le nascenti istituzioni sovietiche. “Crudeltà” di Pavel Nilin è un romanzo, che risale all’immediato periodo post-stalinista e sembra solo ambiguamente fedele alla ragion di Stato

In giro per il web, in qualche libreria virtuale di volumi usati o comunque provati dal tempo, c’è chi vende un’edizione del 1960, pubblicata nell’Universale Economica Feltrinelli probabilmente sull’onda del successo di Pasternak, di un romanzo di Pavel Nilin (1908-1981) da troppo tempo ignorato e che però non può passare inosservato, adesso che è stato rilanciato dalla casa editrice readerforblind, nella fortunata collana Le polveri. Crudeltà (300 pagine, 18 euro) di Pavel Nilin, pubblicato originariamente nel 1956, può contare su una puntuale prefazione di Antonella Nocera, specialista di letteratura russa, che impreziosisce il suo scritto con un singolare cortocircuito letterario, evocando una novella di Leonardo Sciascia contemporanea al romanzo Crudeltà.

Il poliziotto, il giornalista, due criminali…

Con una prosa essenziale e ridotta all’osso, e con un gran bell’epilogo a sorpresa, Crudeltà di Pavel Nilin torna alle origini della rivoluzione sovietica che si impose sullo zarismo e cambiò il corso della storia nella terra che sarebbe stata ribattezzata Urss. Nella Russia degli anni Venti, dopo l’affermazione dei bolscevichi, c’è ancora qualche focolaio di resistenza, ad esempio in Siberia, alle soglie della taiga, una guerriglia di gruppi di banditi capeggiati da ex ufficiali zaristi; stanno nascosti, rintanati, poi si propongono ferocemente in saccheggi e in atti che oggi sarebbe semplice definire terroristici. Una di queste bande finisce – ma non stiamo parlando di una detective story – nel mirino di un funzionario di polizia investigativa (lo era stato anche Nilin), Veniamin Malysev, detto Ven’ka; la voce narrante è un suo collega. Questa caccia avventurosa – nella foresta, nella neve, con tanto di animali feroci – culmina inizialmente nell’arresto di una di queste bande, capeggiata da Lazar Baukin, ex soldato zarista; in contemporanea arriva da quelle parti un giornalista, Jakov Uzelkov, a caccia di notizie sensazionalistiche. Tra Baukin e Ven’Ka si instaurano un intimo rispetto e un’empatia, perché agli occhi del commissario di polizia quel criminale ha comunque una missione e degli ideali, sebbene lontani, anzi antitetici ai suoi.

… e una donna

Nel piccolo centro di Dudari – fra temperature proibitive, azioni serrate, bei dialoghi – dove non sono pochi i refrattari al comunismo e i nostalgici dell’epoca prerivoluzionaria, il romanzo si accende ulteriormente su due fronti, quello sentimentale – diffusa è l’infatuazione per la seducente cassiera Jul’ka Mal’ceva, nel mirino di Ven’ka, come del collega che narra la storia e del giornalista – e quello investigativo, perché il pezzo pregiato della caccia della polizia è tale Kostja Voroncov, detto “l’imperatore di tutta la taiga”. Pubblicato proprio al termine dell’era stalinista e raccontando gli albori del comunismo sovietico, Crudeltà di Pavel Nilin è un romanzo di ambiguo sostegno alla ragion di Stato e sfuggente ed enigmatica fedeltà alla causa sovietica: dietro la patina di uguaglianza e libertà sin da subito i vertici dell’Urss reprimono violentemente il dissenso, e nei confronti del soggetto che più di tutti incarna la propaganda, ovvero il cinico e spregiudicato giornalista Uzelkov, Ven’ka – che pure è il meccanismo di un ingranaggio, ma è una testa pensante – prova disprezzo. Lui è un uomo delle istituzioni e non le scambia mai col potere cieco e violento.

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