L’uomo in crisi di Casolo, una parabola moralista ma anemica

Ne “Il truffatore” di Francesco Casolo non c’è spazio per i meccanismi oscuri e i dettagli dell’economia. È un romanzo scritto bene, che cattura, ma senza tensione, non riesce a coinvolgere. L’autore punta tutto sull’interiorità, ma senza costruire un vero spessore narrativo…

Brogli finanziari, meccanismi oscuri dell’economia, speculazioni, frodi e broker spietati. Questo mi aspettavo. Invece, nessuna tensione, nessun dettaglio tecnico, niente numeri, transazioni o intrecci da alta finanza. Le dinamiche di quel mondo restano appena accennate, al centro del romanzo di Francesco Casolo edito da Feltrinelli, Il truffatore (272 pagine, 19 euro), invece, c’è la mente di un uomo in crisi.

Colmare la solitudine, truffando…

Fabio Montanari, più che un genio dei mercati è un uomo ferito da un’infanzia negletta, incapace di distinguere tra ambizione e desiderio d’amore. Afflitto dalla gelosia e dall’invidia per l’opulenza ostentata, brama una felicità che gli sfugge di mano, agisce per bisogno di riscatto e per sentirsi, in qualche modo, riconosciuto. La sua cupidigia non è quella di un truffatore freddo e razionale, ma di un uomo che cerca di colmare la propria solitudine con il potere. Ogni truffa, ogni manipolazione è un gesto disperato per affermare la propria esistenza. In questo scenario si inserisce Angelo Cantuzzi, un personaggio che incarna il padre mai avuto, un possibile punto di riferimento, forse persino un’ancora morale.

Un legame ambiguo, un dramma interiore

Il vecchio imprenditore che si è fatto da sé, anche lui segnato da crepe e mancanze, rappresenta ciò che Fabio avrebbe potuto essere: più saldo, più saggio, più onesto. Nel legame ambiguo che si crea fra loro, fatto di confronto e complicità, si gioca il dramma interiore che li accomuna. Ma Francesco Casolo si ferma sempre un passo prima. Scava, ma poco. Accenna, ma non affonda. Punta tutto sull’interiorità, ma senza costruire un vero spessore narrativo. La scelta del racconto in terza persona non crea immedesimazione, il lettore rimane spettatore e Fabio un personaggio osservato, non vissuto. Angelo è abbozzato, evocato più che incarnato. La loro relazione non esplode mai davvero, resta inesplorata e il nodo non si scioglie. Non è un brutto romanzo, si fa leggere, cattura, ha una sua compiutezza, è scritto bene. Ma, invece di un racconto teso e coinvolgente sui “financial markets”, il colpo di scena non arriva mai e ci si ritrova con una parabola moralista ma anemica. Lo definirei, per restare in tema, «un investimento a basso rendimento».

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