Area 22. Shimon Ginzburg e la Venezia giudaica che fu

La storia di un’amicizia epistolare, un’immaginaria corrispondenza, uno strepitoso pastiche. È “Vita immaginata di Shimon Ginzburg” di Patricia Farazzi e Jean Baumgarten, libro ambientato a Venezia alla fine del sedicesimo secolo. Le lettere inventate di due personaggi realmente esistiti, un famoso stampatore e una ragazza orfana, raccontano l’amicizia, una città «dove tutto è riflesso e tutto è illusione», la vita difficile della minoranza ebraica costretta a vivere fra le mura del Ghetto. Il nuovo appuntamento mensile con Area 22, rubrica dedicata alla cultura e alla letteratura ebraica (qui tutte le puntate precedenti)

Il pastiche è servito, un pastiche strepitoso, un immaginario scambio epistolare, durato mesi, fra il 1593 e il 1594, una storia d’altri tempi, risalente alla fine del sedicesimo secolo. Un racconto del Ghetto veneziano che fu («Questo minuscolo popolo del Ghetto non è forse il risultato di un coraggio e di un incendio di vite?»), attraverso le lettere che si scambiano Shimon Ginzburg, autore di un allora famoso volume sui «costumi ashkenaziti» dall’immediato successo, e una ragazza, poco più che adolescente, orfana di padre («un povero commerciante di talismani, amuleti e libri di preghiere in yiddish»), Tirzah Adelkin, che all’inizio della corrispondenza scrive, fra le altre cose: «Vedo gli altri nelle calli e in campo, circondati da fratelli e sorelle, e spesso, troppo spesso, vedo anche con quanto biasimo mi guardano i loro genitori. In quanto figlia unica, per loro è come se su di me incombesse ogni tipo di maledizione. Come se la mia adorata madre fosse stregata o maledetta. Il fatto di non avere avuto un figlio maschio è una grande disgrazia per lei. La sua famiglia era contraria al matrimonio perché già da bambina era stata promessa al cugino». Due figure apparentemente distanti, ma accomunati dal «mormorio dei libri» e dalla «lentezza che insegnano», e forse anche dal desiderio di andar via.

Siamo ambedue incapaci di subire gioghi, incapaci di vivere chiedendo o dando conto. Ed è stato anche questo a unirci nell’amicizia.

L’ostilità dei goyim

Questo prezioso, erudito, volume pubblicato da una casa editrice felicemente singolare, come Wetlands, è Vita immaginaria di Shimon Ginzburg. Ghetto di Venezia, XVI secolo (132 pagine, 16 euro), scritto a quattro mani, dai francesi Patricia Farazzi e Jean Baumgarten, con traduzione di Donatella Calabi e postfazione di Francesca Bonomi. Tipografo-stampatore il cui nome ha varcato le soglie del tempo, Shimon Ginzburg è una figura importante di cui non si sa molto. Gli autori hanno provato a ricostruirne vita e opere, immaginando di farle raccontare dalla sua viva voce: infanzia e giovinezza in Germania, padre ambulante e un orizzonte popolato di rabbini, commercianti, stampatori, una vita nel mondo della terraferma che Tirzah Adelkin è curiosa di conoscere. La Venezia giudaica è affascinante, ma anche pericolosa per gli ebrei, che fanno i conti con sguardi e gesti ostili dei goyim, con l’infamia, il marchio, d’essere considerati assassini del figlio di Dio. Violenze, umiliazioni e maldicenze non mancano nemmeno nei ricordi di Shimon Ginzburg, che racconta il proprio passato alla ragazza veneziana.

Lui, lei e… Venezia

Preghiere e calamità, ricordi e sogni, ricette di dolci e rincorrersi di feste religiose, versetti della Torah e pogrom, fughe e sciagure, sogni ingannevoli e speranze vive, uomini pii e sapienti, ma anche mascalzoni. Il mosaico che, lentamente, si ricostruisce nelle lettere dei due interlocutori è impeccabile, lui aulico e compassato, colto, lei «un vulcano di sogni e progetti», e l’altra… Venezia, «bella e ingannevole», «un vascello adagiato sullo specchio», dove «tutto è riflesso e tutto è illusione». E la loro corrispondenza da abitudine si trasforma in necessità. Questa storia di fantasia – immersa in eventi, luoghi e dettagli realissimi e storicamente – è un toccasana per il cuore e per la mente di chi lo leggerà.

P.S. Ho scoperto questo volume leggendo gli splendidi consigli di uno dei due editori di Abbot, Davide Callegaro: potete leggerli qui.

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