Oscillazione (160 pagine, 25 euro) di Mario Sughi, pubblicato da Hoppipolla edizioni, è un romanzo in tre atti, tre novelle brevi che sembrano seguire strade distinte, ma puntualmente si sovrappongono, si intrecciano, si richiamano, si rispondono. 

Il fragile equilibrio tra caso e destino, tra incontri fortuiti e scelte irreversibili, si dispiega in una narrazione circolare che lascia spazio al non detto, alle assenze, ai ricordi che affiorano e si dissolvono.

La scrittura in atti è, normalmente, tipica del teatro. Peculiarità di una sceneggiatura è proprio la suddivisione in atti. Quella in tre atti inoltre sembra essere ed essere stata la preferita perché consente meglio di fornire una struttura coesa e coinvolgente. Impostazione, confronto e risoluzione sono infatti i cardini di questo tipo di sceneggiatura.

Tre novelle e un sottile fil rouge

Ma il libro di Mario Sughi non è una sceneggiatura e i suoi “tre atti” non sono una suddivisione strutturale dell’opera. Le sue novelle brevi ricordano piuttosto una struttura simile, in versione ridotta, del Decameron per esempio. Sono storie a sé stanti eppure legate insieme da un sottile fil rouge. O meglio ancora, ricordano la configurazione tipica di alcune opere di Pirandello, strutturate inizialmente come novelle e poi, successivamente, trasformate in romanzo. Sughi ha cercato però di mantenerle separate, seppur facendole confluire in un unico libro, giocando con il non detto, con i ricordi, con dei “vuoti” narrativi che il lettore è libero di riempire secondo volontà propria e personale. 

A legare la narrazione contribuiscono anche le illustrazioni di cui è pieno il libro. Rappresentazioni visive delle scene narrate. 

La nascita del mercato del libro è coincisa con l’avvento dell’immagine riprodotta con mezzi meccanici e in particolare della stampa. Stampa che ha rappresentato il mutamento più profondo di tutto il periodo nel campo della comunicazione visiva, ampliando notevolmente la disponibilità di immagini. Produzione, lettura e circolazione delle opere letterarie sono anche un fatto visivo, leggere molto spesso vuol dire, e per larghe fasce della popolazione ha voluto dire talvolta soprattutto, guardare. E il discorso vale su ogni livello della produzione culturale.

Due codici artistici differenti

Illustrare una storia significa molto più che inserire immagini, perché vuol dire scegliere modelli, confrontare le fonti, e, soprattutto, comporre un nuovo corpo testuale, che diventa, anche rispetto alla sintassi dei capitoli, un organismo più dinamico, grazie agli effetti di campo e controcampo con cui si incontrano le illustrazioni finali e quelle iniziali dei capitoli.

Il territorio della scrittura iconotestuale è ampio, complesso ed eterogeneo. Racchiude modalità molto diverse di relazione fra testi e fotografie presenti in un libro: i volumi illustrati, nei quali le immagini si sovrappongono e si accostano alle parole; i Photo-texts per i quali l’integrazione fra i due codici appare più stretta soprattutto nel caso in cui testi e fotografie sono espressioni diverse di un unico autore; i Photo-books, libri nati per lo più dalla collaborazione fra uno scrittore e un fotografo, in cui la dimensione più evidente della trama verbo-visiva è sostanzialmente dialogica e relazionale.4

Nel romanzo di Mario Sughi le immagini, come nei Photo-texts, sono la rappresentazione della creatività dell’autore utilizzando due codici artistici differenti. Ciò che il lettore non riesce a ben comprendere e che rimane uno dei vuoti, presumibilmente voluti, lasciati dall’autore è se il testo narrativo sia stato scritto come supporto alle illustrazioni o viceversa. 

Le numerose illustrazioni presenti in Oscillazione sono immagini dal tratto semplice, con colorazioni che vanno dal pastello ai rossi intensi. In alcune immagini il colore scompare e rimane sono un tratto nero-grigio su sfondo bianco. Minimalista eppure molto intenso che cattura lo sguardo e l’attenzione dell’osservatore anche in misura maggiore delle immagini colorate.

Una scrittura dai colori accesi e vivaci

I colori fanno parte degli elementi attraverso i quali i sensi apprendono la realtà. Che l’uomo percepisca i colori attraverso l’occhio è indubbio; ma questi possiedono, esplicano e manifestano anche altre funzioni che non sono connesse soltanto all’ambito prettamente visivo e sensoriale, ma possono svolgere anche un ruolo “morale”, sensibile, estetico. Il “linguaggio” del colore si configura così come un linguaggio simbolico particolare, fatto anche di “suggestioni”, che non provengono dalla sola osservazione razionale. Per lungo tempo in Occidente ha prevalso una organizzazione ternaria dei colori, legata al bianco, al nero e al rosso. Per la cultura occidentale, quindi, i colori servono a designare gli orientamenti, i pianeti e gli elementi  naturali, ma anche la dualità intrinseca dell’uomo che si esprime con il bianco e il nero. 

Comunemente questi simboleggiano la luce e le tenebre, la conoscenza e l’ignoranza. Ma il nero, oltre a questa accezione negativa, ne possiede anche un’altra, positiva, come simbolo del principio di fecondità. In ogni mito sulla formazione dell’universo, in fatti, il nero rappresenta l’indistinto primordiale, è un’interpretazione comune a molte cosmogonie.

La medesima percezione si ha leggendo il libro di Mario Sughi e, soprattutto, osservando le illustrazioni nelle quali il tratto maggiormente incisivo lo dà il nero. Come un inchiostro. Come l’inchiostro che ha trasformato i pensieri in parole. Le idee in caratteri, spazi, paragrafi, capitoli, atti.