Ripensare l’economia del presente, ritrovando la dimensione associativa e cooperativistica. Sono alcune delle principali riflessioni che emergono ne “Il cartone di mio padre” di Lukas Bärfuss, ibrido fra memoir e pamphlet…
Uno scatolone sigillato, per venticinque anni spostato da una casa all’altra, trasloco dopo trasloco, è al centro dell’innesco narrativo de Il cartone di mio padre (108 pagine, 16 euro), L’orma editore, ultimo romanzo di Lukas Bärfuss, traduzione di Margherita Carbonaro.
L’apertura dello scatolone — unico lascito paterno — e la scoperta del suo contenuto, costituito per lo più di debiti, lettere e minacce di creditori, rappresentano per l’autore l’occasione non solo di ricostruire i rapporti e le dinamiche emotivo-affettive all’interno della propria famiglia, ma anche quella per allargare la messa a fuoco della propria riflessione sulla natura e il peso che eredità, origine e gerarchie tassonomiche rivestono nella nostra società: occidentale, capitalista, postmoderna. Una riflessione che gli consente, più volte nel testo, di passare agevolmente dal memoir e, dunque dall’autofiction, al saggio filosofico-sociale, e dunque al pamphlet. Bärfuss è uso a questi scarti da un genere all’altro, da uno stile, e forse meglio, da una tensione “narrativa” all’altra. Lo ha già fatto in Hagard e Koala, vi torna anche ne Il cartone di mio padre, il cui sottotitolo: Storia e critica di un’eredità, sta appunto a indicare tale cambio di stile e genere.
La società borghese
Nell’ultimo lavoro, infatti, l’esperienza personale, al tempo stesso dolorosa e di trasformazione, porta l’autore a interrogarsi sulla natura ultima del concetto di “eredità” nell’Occidente ricco ed evoluto in cui egli stesso vive — in primo luogo, la Svizzera, dove risiede; l’Europa e l’Occidente, più in generale, cui in ogni caso appartiene —; un concetto che, come sottolinea Bärfuss, definisce individui, destini, posizioni e ruoli sociali, avvantaggiando i più fortunati e relegando nell’ombra dell’invisibilità e, quindi, della non esistenza — per l’economia di mercato e, in definitiva, per la società contemporanea — i più sfortunati, cioè i coloro i quali sono privi di eredità e di qualsiasi altro bene, e non sono pertanto in grado di oggettivare e materializzare la loro ricchezza, quantificandola in un valore identificabile e riconoscibile dalla società borghese, unica trionfatrice, dal 1989 in poi, della sfida ottocentesca tra capitale e lavoro.
Il darwinismo sociale
L’analisi di Bärfuss si spinge, poi, oltre e arriva alla questione dell’origine dei singoli e delle collettività, finendo col ravvisare nella diffusione e nel successo del darwinismo, a partire dal 1859 — anno in cui fu data alle stampe L’origine delle specie —, l’inizio dell’ossessione che sembra egemonizzare tutto e tutti in Occidente — non ultima la patria dell’autore —, ovverosia la “mania” tassonomica e gerarchica che ne è derivata e che ha permeato, e permea, la cultura europea moderna e contemporanea, a partire dalla sua costola malsana e funesta: il darwinismo sociale, il quale ha dato origine alle politiche colonialiste e imperialiste, tutt’ora dominanti, che dal tardo Ottocento si sono estese, in forme sempre nuove e differenti, a tutto il Novecento e che, alle soglie del XXI secolo, sembrano destinate a decretare il declino non tanto dell’uomo, ma dell’intero pianeta, in ragione del trionfo ormai indiscusso dell’economia capitalista che, ancorata com’è alla proprietà privata, non può e non fa altro che guardare al passato — all’eredità, intesa come capitale —, depauperando non tanto e non solo il presente, quanto piuttosto il futuro e le generazioni che verranno del bene più prezioso: il pianeta (e le sue risorse), portato oramai al collasso, come testimoniano i cambiamenti climatici in corso.
Il rimedio
Quale l’antidoto? Il rimedio? La possibile fuga in avanti?
Ripensare e cambiare radicalmente l’economia, recuperando e ripensando la dimensione associativa e collaborativa della produzione e del lavoro, ritrovandone la matrice cooperativistica. Solo così, secondo Bärfuss, si potranno contrastare, massicciamente e unitariamente, non solo per il presente, ma anche per il futuro, il cambiamento climatico e i suoi effetti peggiori.
Per fare questo, il linguaggio, le parole, la comunicazione, che attraverso il pensiero costruiscono il nostro reale, rivestono un ruolo centrale e determinante, in quanto senza un cambiamento linguistico-culturale è impossibile arginare la deriva culturale e il delirio di onnipotenza bellico-imperialista che caratterizzano la società contemporanea e che affondano le loro radici nelle gerarchie politico-culturali di fine Ottocento.
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