Il capolavoro di Grazia Deledda, “Canne al vento”, racconta una terra arcaica e unica, la Sardegna, e una famiglia, con quattro sorelle, le dame Pintor, sull’orlo del tracollo finanziarie. A soccorrere e sostenere le donne c’è il fedele Efix…
Canne al vento del 1913 è l’opera magistrale della scrittrice sarda Grazia Deledda, l’unica donna italiana ad aver ricevuto il premio Nobel per la Letteratura nel 1926 (Rita Levi Montalcini per la Medicina nel 1986). Il fulcro dell’opera letteraria della Deledda è la Sardegna, la sua terra natìa che pur da lontano essendosi trasferita a Roma dopo il matrimonio, lei racconta e descrive, e può farlo proprio perché si trova distante da quell’ambiente remoto e arcaico che non offre possibilità di redenzione ed emancipazione, una terra isolata dal resto del continente ma sempre viva e presente nel cuore della scrittrice che ne vuole celebrare l’unicità e la bellezza.
Ruderi antichi e ombre del passato
E infatti in Canne al vento (194 pagine, 10,50 euro) – edizione Mondadori – c’è una forte componente descrittiva, di tipo quasi lirico, poetico: il paesaggio diventa suggestivo ed evocativo di determinate emozioni umane, abitanti e terra sono connessi in un binomio indissolubile sia perché il frutto della terra è ciò di cui si nutrono sia per l’impressione che i paesaggi, talvolta granitici, rispecchino i volti segnati dal tempo, dal duro lavoro e dai patimenti. Il paesino di Galte, dove risiedono le dame Pintor, è arroccato tra ruderi antichi che sembrano risvegliare ricordi antichi, ombre del passato che aleggiano sui cuori e sulle coscienze per dare loro il tormento. È un paesaggio che il più delle volte ispira malinconia e un senso di solitudine e tristezza, nonostante le notti siano spesso serene e il giorno sia inondato di sole. E poi ci sono i folletti, le fate e gli spiriti che la notte tornano a popolare le colline e le valli o che si intrufolano nelle case se lasciate incustodite: credenze e superstizioni popolari a cui si dà credito da immemore tempo, radicate anch’esse, antiche quanto il suolo stesso su cui si ‘muovono’.
Un piccolo podere
Il piccolo podere lungo il fiume appartenente alle dame Pintor è curato ormai da decenni dal loro fedele servo Efix, il quale si ingegna per proteggerlo quando imperversano piogge e venti che fanno ingrossare il fiume e piegare le canne lungo il suo margine, forse con la stessa dedizione con cui si impegna a proteggere le sue dame dalle sorti della vita di cui il vento è metafora. Quel luogo dove risiede il poderetto è un luogo che Efix considera come suo, un posto dove si sente al sicuro, e lasciarlo anche solo temporaneamente per salire al paese è per lui destabilizzante:
Ogni volta che se ne allontanava lo guardava così, tenero e malinconico, appunto come un uccello che emigra: sentiva di lasciar lassù la parte migliore di sé stesso, la forza che dà la solitudine, il distacco dal mondo; e andando su per lo stradone attraverso la brughiera, i giuncheti, i bassi ontani lungo il fiume, gli sembrava di essere un pellegrino, con la piccola bisaccia di lana sulle spalle e un bastone di sambuco in mano, diretto verso un luogo di penitenza: il mondo.
Le dame Pintor e il nipote
E invece, contrariamente al sentimento di Efix, il ‘mondo’ è ciò che sempre le dame Pintor hanno desiderato sondare, desiderio esasperato dalle rigide imposizioni del loro padre, don Zame. «Guai se le vedeva affacciate alle finestre verso il vicolo dietro la casa, o se uscivano senza suo permesso. Le schiaffeggiava coprendole d’improperi, e minacciava di morte i giovani che passavano due volte di seguito nel vicolo». Perciò Lia, la terza delle figlie, una notte di tanto tempo fa era fuggita, grazie anche all’aiuto che le aveva dato Efix, e aveva raggiunto Civitavecchia dove si era sposata e aveva avuto un figlio, Giacinto. L’arrivo di Giacinto in Sardegna dopo la morte di Lia è il punto da cui si snoda tutta la vicenda: Giacinto è il simbolo del disonore della nobile famiglia Pintor non solo perché figlio della trasgressiva Lia, ma perché a seguito della fuga di quest’ultima don Zame muore e le tre dame rimaste cadono quasi in disgrazia, se non fosse per il sostentamento derivante dal poderetto che Efix fa fruttare; inoltre Giacinto è il simbolo di ciò che le dame non sono riuscite a fare, infatti egli porta con sé dal continente una ventata di freschezza e di vita mondana che ovviamente andrà a cozzare con le abitudini e gli usi del posto. Soprattutto in Noemi, la più giovane, Giacinto risveglia sentimenti in lei annidati, quel senso di malinconia e malessere che le si ridestano a ogni primavera e le ricordano che ha mancato di dare espressione e identità a sé stessa, come invece aveva avuto il coraggio di fare Lia. Noemi è triste e sola ma allo stesso tempo orgogliosa impettita e irruente, come se fosse arrabbiata con la vita a causa della vita stessa che le è stata negata.
Un servo leale
Giacinto porta al tracollo finanziario le zie già provate in tal senso, ed è qui che la figura di Efix si fa fondamentale per evitare la disgrazia definitiva delle sue padrone: egli cerca di indirizzare gli eventi in modo da risollevare le loro sorti, lui che non percepisce il suo salario ormai da tempo continua comunque a lavorare per quelle donne, a soccorrerle e sostenerle. Efix è un servo leale, indefesso, mite e sottomesso. L’aiuto che prestò a Lia durante la fuga di lei portò con sé una conseguenza fatale, tragica, che Efix non ha mai rivelato a nessuno ma che è un’ossessione costante e un tarlo continuo nel suo animo, che è un animo in definitiva puro. Efix è intimamente buono, affatto malvagio, anzi è la sua estrema bontà e apprensione per le dame che lo spinge ad agire e a tentare ogni praticabile direzione. Suscita compassione Efix, così malridotto, acciaccato, con la sua consueta febbre di malaria, quasi un martire: la causa delle sue dame è prima di ogni altra cosa, anche di sé stesso. Ed è proprio perché il suo animo pulito porta una macchia irreversibile Efix si autoimpone una sorta di processo di espiazione e di sofferenza, al termine del quale la morte può essere un sollievo solo a patto che sia in un certo senso di sollievo anche per le dame, dal momento in cui la sua missione è compiuta ed esse, dal punto di vista di Efix, non hanno più bisogno di lui.
Dopo una serie di traversie, tornato di nuovo laggiù al poderetto, Efix ascolta il fruscio delle canne che il vento muove, piega, e forse, domani o chissà quale altro giorno, spezza. Ed Efix le sente sussurrare al suo orecchio: «Efix rammenti? Efix rammenti? Sei andato, sei tornato, sei di nuovo in mezzo a noi come uno della nostra famiglia». Grazia Deledda credeva che gli uomini fossero in balia del vento, cioè degli eventi e delle difficoltà, e che non ci si poteva opporre a questi ma solo lasciarsi andare, perlomeno piegarsi ad essi con qualche probabilità in più di non essere spezzati e di non soccombere.
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