Mariateresa Di Lascia, la cattiva stella e la passione del Sud

Un sud indefinito, dove c’è spazio per il folklore, per gli spiriti, per il malocchio. È lo scenario di “Passaggio in ombra” di Mariateresa Di Lascia, che può sembrare un’autobiografia fittizia. Un gioiello di prosa raffinata e intima…

Dire io in letteratura porta con sé una forza pericolosa, ma basta cambiare i connotati e il gioco è fatto: Chiara D’Auria, non Mariateresa Di Lascia. Allora appare come un’autobiografia fittizia, nascosta, ma basta informarsi il minimo necessario su colei che scrive io da scoprire che autrice e personaggio hanno una sorta di genealogia comune. Tuttavia queste somiglianze si concludono presto, presumibilmente: tristemente infatti, se a narrare le vicende è una donna non più nel verde dell’età, a scriverla invece è una donna ancora giovane che poco dopo aver terminato il romanzo è venuta a mancare.

Il successo postumo

Mariateresa Di Lascia muore il 10 settembre 1994 stroncata da un tumore, dopo una vita dedicata ai diritti. Vicesegretaria del Partito Radicale al fianco di Pannella, si è sempre battuta per i diritti umani attraverso azioni politiche e sociali, come la fondazione dell’ONG “Nessuno tocchi Caino” che fece da apripista per l’attuazione della moratoria universale della pena di morte (approvata nel 2007). Nota perlopiù per il suo ruolo politico, si è avvicinata alla scrittura soltanto negli anni ’90 con la pubblicazione di due racconti, Compleanno e Veglia, di cui il primo vincitore del Premio Millelire. Il suo vero e proprio esordio letterario tuttavia è, per FeltrinelliPassaggio in ombra (266 pagine, 12 euro) in riferimento al quale dichiara: «Ho scritto questo romanzo per essere amata da chi mi leggerà»: il romanzo sarà premiato postumo con il Premio Strega nel 1995, sostenuto da intellettuali come Antonio Tabucchi, Raffaele La Capria e Goffredo Fofi.

Cronaca familiare

Chiara nasce nel secondo dopoguerra in un paesino imprecisato del Sud, arroccato tra la Puglia, la Basilicata e l’Irpinia, probabilmente lo stesso di colei che scrive. Sua madre, Anita, è un’ostetrica, o meglio, una mammana giunta sin lì dal Centro Italia dopo lo scoppio della guerra e, nonostante o forse a causa del suo mestiere, non viene accolta dal paese, piuttosto trattata da eterna forestiera da tutti ad eccezione Sciarmano con il quale nasce un sincero legame d’amicizia. Tutto cambia quando un giovane soldato, Francesco, incontra Anita e, entrambi soli, decidono di farsi compagnia: la bambina nata da quegli incontri, Chiara, scoprirà soltanto all’età di tre anni di avere un padre e così anche lui, inconsapevole di avere una figlia.
La prima parte del romanzo, intitolato L’audacia, è dedicata all’infanzia di Chiara e alla complessità dei rapporti con i suoi genitori e soprattutto dei due tra loro.

L’amore di una madre

Scoperta la paternità, Francesco decide di riconoscere Chiara dandole il suo cognome, D’Auria, e si comporta con lei da buon padre, tentando di recuperare il tempo perduto, senza però intromettersi nella vita a due che Anita ha costruito per la bambina. La giovane madre infatti ha creato un legame al limite del morboso con la piccola Chiara, innamorate l’una dell’altra, tanto da farle affermare che «delle tante incertezze che incarnandosi nella mia vita le hanno dato una forma, una sola mi fu risparmiata, e su essa non dovetti mai interrogarmi: l’amore di mia madre». Un amore autentico, sincero, buono, ma opprimente, quasi una gabbia per la povera Chiara: venuta meno sua madre, infatti, la sua esistenza sembra inevitabilmente sfilacciarsi.
La storia di Anita e Francesco, invece, è uno scontrarsi continuo, un perpetuo dolore: d’altronde è la cattiva stella dei D’Auria a non dar pace ai due amanti. Oppure quella del destino è una mera scusa d’impotenza?
La domanda appare lecita di fronte al piccolo mondo antico in cui sono ambientate le vicende, quel Sud indefinito, dove c’è spazio per il folklore, per gli spiriti, per il malocchio. A tal proposito, qualcuno ha parlato di realismo magico, tuttavia mi sembra una tesi un po’ azzardata: Mariateresa Di Lascia si allontana giovane dal suo paese per iscriversi alla facoltà di Medicina, è una donna di scienza, una donna pragmatica, una politica. Tuttavia «il Sud le è stato dentro come una passione e una malattia», dirà di lei Adele Cambria il giorno del suo funerale, e questo sentimento rappresenta, nitidamente, la venatura di tutto il romanzo.

Una creatura di confine

La seconda parte, Il silenzio, mette in luce maggiormente il personaggio di Chiara e lo sviluppo del suo pensiero critico. Adesso a farle da madre è donna Peppina Curatore – una frizzante Zia Mame italiana, con un passato tutt’altro che gioioso – e l’universo attorno al quale si muove è prettamente femminile. Chiara frequenta il ginnasio, è innamorata, si sente per la prima volta una persona completa, libera: è cambiato tutto, anche il mondo attorno in cui si iniziano a ravvisare i primi elementi della cosiddetta società del benessere.

Quando aveva pensato a cosa sarebbe stata la sua vita, a quale forma si sarebbe piegata ad avere, se mai ne avesse avuta una, aveva sentito qualcosa ribellarsi dentro sé, come per una insopportabile imposizione. Allora aveva avuto un solo desiderio: conservare il più a lungo possibile, forse per sempre la libertà di non avere nessuna forma.

Ma è un passaggio in ombra quello di Chiara poiché non è lei a scegliere come condurre sua esistenza: sono gli eventi esterni, i legami familiari, il paese. Non è un’eroina, c’è poco di audace in lei. Soltanto in un caso si rende protagonista della sua stessa vita, tenta di ribellarsi alla realtà in cui è immersa, grazie a quel «coraggio» che è «il dono transitorio dell’amore; l’unico coraggio, fragile e spietato, concesso agli esseri umani», ma si sconta con una delusione talmente cocente da annientarla. Tutto ciò non sorprende il lettore che si approccia a lei da anziana, la scorge pigra e impolverata in quella casa piccola e affogata in cui vive.

Hanno cercato di convincermi in molti a lasciare questa casa, perché è piccola e affogata e, quando mi viene l’asma, rischio sempre di morire davanti alla finestra aperta, ma io non do ascolto a nessuno, e penso che è inutile preoccuparsi di ogni cosa: la morte verrà quando verrà e nessuno ci potrà fare niente. Mi porteranno via, per queste strette scale dei palazzi moderni, e avranno un gran da fare per svuotare tutto il ciarpame che è stato la mia vita.

I paragoni

Questa prima pagina del romanzo provoca una sensazione di asfissia, tuttavia presto corretta dalla descrizione del suo aspetto da ragazza, i capelli biondi e una testa leonina, vestita spesso come un’attrice del cinema con gli occhi lucenti di pupa di pezza. C’è un continuo contrapporsi di luci ed ombre nella prosa di Di Lascia, sia visive sia tematiche, una sensazione d’impossibilità che, forse, dipende dalla nascita.
La prosa di Mariateresa Di Lascia è stata paragonata dalla critica del tempo a quella di autrici del calibro di Anna Maria Ortese, Fabrizia Ramondino, Elsa Morante (in particolare avvicinando Passaggio in ombra a Menzogna e sortilegio), mettendo in tal modo in luce l’abilità narrativa della scrittrice. Nel suo romanzo postumo, difatti, la prosa è raffinata, lirica, molto intima, ma anche legata alla realtà che descrive, alternando l’utilizzo dell’italiano standard all’italiano regionale di buona parte del Mezzogiorno.

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