I “sette libri per l’autunno” di… Roberto Contu

La letteratura della transizione, che prova a raccontare l’adolescenza, il passaggio dall’infanzia all’età adulta, è quella a cui attinge per i suoi consigli di lettura Roberto Contu, autore del magnifico romanzo, “Matta impresa di Antonio Minutolo letteratore italiano” (ne abbiamo scritto qui), per Castelvecchi. Tanto spazio a titoli italiani con una sorpresa in fondo, un nuovo appuntamento con la nostra rubrica più amata (qui tutte le puntate)…

Per il lavoro che faccio (sono un insegnante nella secondaria di secondo grado), ma anche per gusto personale, ho sempre studiato e cercato la letteratura del transito, quella che racconta il passaggio da quella specie di Eden (che poi non lo è mai) dell’infanzia, all’età adulta, passando per i marosi di quell’età di mezzo che inscatoliamo nella parola adolescenza. La bibliografia sarebbe infinita, e anche le opere che nel mio piccolo ho amato sarebbero troppe da elencare. In questo caso ho deciso di fare un piccolo gioco: ho preso un foglio, ho scritto su una colonna i numeri dall’uno al sette e nel tempo di dieci secondi, d’istinto, ho riempito la mia lista con i titoli. Devo dire che in fondo mi rappresenta bene.

“Le avventure di Pinocchio” di Carlo Collodi (Feltrinelli)

Perché è il personaggio più bello e importante della nostra letteratura, a braccetto del Dante personaggio della Commedia. Perché, appena Geppetto gli ha fatto le gambe, ha iniziato a correre come una lepre, battendo i suoi piedi di legno sul lastrico della strada, facendo un fracasso come venti paia di zoccoli da contadini e non ha più smesso. Perché Pinocchio corre per dire che la vita non è stare fermi, la vita è vivere, nonostante quel peso insopportabile che sembrerebbe volerci tirare sempre giù per terra.

“Ossi di seppia” di Eugenio Montale (Mondadori)

Perché la prima raccolta di poesie di Montale è il romanzo di formazione più bello del nostro Novecento. Perché, come quando qualcuno ha scoperto l’elettricità che c’è sempre stata ma nessuno prima lo sapeva, Montale ci ha fatto sentire che iniziare a dirci ciò che non siamo, ciò che non vogliamo, è già iniziare a sapere chi siamo. Perché dentro quei versi impariamo il custodire, tra gli uomini che non si voltano, il nostro segreto: quello sbaglio di natura che in quei silenzi potrebbe adombrare una solare verità.

Montale

“Agostino” di Alberto Moravia (Bompiani)

Perché è un romanzo sul diventare grandi nel modo più complicato: attraverso la scoperta della femminilità della madre. Perché c’è un mare e un’estate che forse tutti in qualche modo abbiamo vissuto. Perché c’è tutta la ferocia e l’incanto dell’essere per l’ultima volta ragazzini. Perché è un romanzo che sa tenere mirabilmente insieme la violenza e la grazia del tempo dell’adolescenza.

“L’isola di Arturo” di Elsa Morante (Einaudi)

Perché la prima parte del romanzo è letteralmente abbagliante, perché come Agostino, con il quale ovviamente dialoga, fa a cazzotti, è un’elegia sul tempo dell’adolescenza che è anzitutto un tempo della pelle, della salsedine e delle ginocchia sbucciate. Perché come Arturo, anche noi tutti un giorno abbiamo lasciato la nostra Procida, voltandoci per il dolore di perderla, ma con la condanna scritta di continuare a vagheggiarla da grandi.

“Il sentiero dei nidi di ragno” di Italo Calvino (Mondadori)

Perché per capire le grandi questioni, anche la storia che entra nella vita come una grandinata, occorre farlo di sguincio, di lato, da un punto di vista che nessuno considera: quello dei bambini. E se i bambini poi guardano la guerra, la violenza, le piccole micragne di quegli esseri chiamati adulti, l’esercizio conoscitivo diventa sublime, tanto più se come Pin si ha anche il genio di mettere al setaccio della fantasia, nel sentiero dove i ragni fanno il nido, la tragedia della nostra guerra civile, le pagine umanissime e dolorosissime della nostra Liberazione.

“Dylan Dog. Il lungo addio” di Tiziano Sclavi (Bonelli)

Perché è vero che gli eroi sono sempre giovani è belli, soprattutto quando si innamorano per davvero e quella visione diventa una cicatrice che si accarezza anche da adulti, anche a Craven Road n.7, dove per la prima volta Groucho non sparerà grouchate. Tra i lettori di Dylan Dog c’è stata sempre la litania da beghine che i primi 100 numeri di Sclavi siano tutti capolavori, siano i veri capolavori. Non è vero, ce ne sono tanti altri, ma la struggente bellezza di Marina, del Dylan adolescente e della Moonlight di quel maestro che è stato Carlo Ambrosini ci è rimasta addosso a tutti noi che la accarezziamo ancora, come la più delicata e preziosa delle ferite.

“Monkey Island” di Ron Gilbert

Perché ognuno di noi, a un certo punto, ha voluto diventare un pirata. Poco importa se per farlo ci siamo ritrovati a prendere appunti su carta con le battute per sconfiggere il maestro di spade, a correre dietro la gonnella della governatrice Elaine Marley, a tremare per le apparizioni del vascello fantasma di Le Chuck. Il fatto è che, nonostante troppi continuino a non capire, i videogiochi da oramai mezzo secolo sono la forma più fresca e fertile di storie, e quindi di letteratura. Per chi non l’avesse mai fatto, non è mai troppo tardi per puntare e cliccare con Guybrush Threepwood: perché il suo sì che è un grandissimo e luminosissimo per quanto pixellato romanzo di formazione, con lo specifico di scriverlo ogni volta attraverso il dito, il sorriso, l’ingegno di chi con lui s’è così tanto divertito.

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