Un’odissea intima e universale, un tentativo di rimanere fedeli a sé stessi in un mondo che premia l’apparenza e l’efficienza. Ecco cosa racconta, nel suo romanzo “La coscienza delle piante”, Nikolai Prestia. Il protagonista, Marco, lascia l’università a pochi esami dalla laurea…
Marco si è trasferito dalla Calabria a Siena per studiare giurisprudenza, sarà il primo della sua famiglia a laurearsi. Una volta trasferitosi, non tarda ad ambientarsi, conosce nuovi amici, supera tutti gli esami con ottimi voti e per le feste torna sempre a casa. Insomma, sembra proprio che tutto gli vada per il verso giusto. Purtroppo, però, la bocciatura nella prima parte di un esame interromperà l’idillio con questo nuovo corso, facendolo precipitare in un malessere che gli impedirà di andare avanti. Di tutto ciò Marco parla solo con il nonno, illudendosi che si tratti di un “incidente” passeggero e di poter così recuperare presto, riappropriandosi facilmente della sua vita. Ma la crisi che si è innescata, ahimè, non passa. A pochi esami dalla laurea, Marco decide di smettere di studiare, inizia a bere in maniera smodata, si isola e mente ai suoi familiari, finendo così in una spirale di depressione se non addirittura di angoscia.
Esplorando il dolore
La coscienza delle piante (192 pagine, 16 euro) di Nikolai Prestia, edito da Marsilio, si apre nel Pronto Soccorso dell’ospedale Gemelli di Roma, dove Marco viene ricoverato in seguito a un attacco di panico; sarà uno psicologo, che per la sua cortesia e affabilità non sembra un dottore, ad aiutarlo a ricostruire l’ultimo periodo, per cercare di capire la ragione dello stato in cui si trova adesso.
Nikolai Prestia, attraverso il suo romanzo La coscienza delle piante, intende accendere un faro sul disagio giovanile, esplorando il dolore e la lotta interiore di un giovane uomo alle prese con il suo passato, i fallimenti e la ricerca di un significato nel caos della vita moderna. Tutto, dal momento del suo ricovero, si muoverà dentro lo spazio del pronto Soccorso, dove Marco intraprenderà un viaggio a ritroso, attraverso la sua memoria, i suoi errori e le sue disillusioni.
E adesso, dentro le pareti spoglie del pronto soccorso in cui si trova ricoverato, Marco deve fare i conti con i traumi del proprio passato.
Un senso
Nikolai Prestia cala il lettore all’interno della crisi di un giovane come ce ne sono tanti, pressato dal desiderio di far felice chi gli sta vicino e incapace di fare i conti con la possibilità di fallire. Marco non ha una salvezza immediata, non ha una grande redenzione, ma è in continua lotta per cercare un senso nella propria vita, e questo è ciò che lo rende affascinante. La sua lotta contro se stesso è anche una lotta per riconoscere la propria umanità, per affrontare le proprie debolezze e crescere.
…se mi si domandasse: “Allora, chi è che non volevi deludere?”, io risponderei soltanto: “Qualcosa, qualcuno. Non lo so, so solo che non volevo deludere.”
In fondo, non è forse questa la vera forza di ogni individuo? La domanda centrale, forse, è come trovare il proprio posto in un mondo che ti spinge a essere sempre più veloce, sempre più perfetto, sempre più “produttivo”, senza lasciare spazio alla riflessione, al fallimento, o alla crescita lenta e paziente? La coscienza delle piante, in questo senso, potrebbe essere vista come una metafora della ricerca di un ritmo più naturale, più in sintonia con se stessi e con le proprie cicliche difficoltà. La storia di Marco è quindi un’odissea intima e universale, un tentativo di rimanere fedeli a sé stessi in un mondo che premia l’apparenza e l’efficienza, e un viaggio alla ricerca di un futuro che non si basi solo sul raggiungimento di un traguardo, ma anche sul riconoscimento dei propri errori e delle proprie fragilità.
La fragilità che fa paura e unisce
La fragilità è tutto ciò che ci spaventa, ma è anche tutto quello che ci unisce quando viene espressa a parole.
Marco, come personaggio, è interessante e complesso. La sua vulnerabilità, resa in modo così potente da Prestia, lo rende incredibilmente umano e, allo stesso tempo, capace di suscitare emozioni contrastanti nel lettore. La sua non-eroicità è una delle caratteristiche più affascinanti, non è un personaggio che cerca la redenzione o che si innalza sopra le sue imperfezioni, ma è, piuttosto, una persona che lotta con se stessa, che cerca di sopravvivere ai propri errori e alle proprie paure. In questo modo, la sua fragilità diventa quasi un atto di resistenza, una forma di lotta contro il peso delle aspettative altrui e delle proprie delusioni. Non c’è bisogno di essere un “eroe” o una figura straordinaria per identificarsi con lui. La sua “normalità”, con tutte le sue contraddizioni e insicurezze, è ciò che lo rende potente e vicino al lettore. Il fallimento di Marco non è solo accademico, è soprattutto un fallimento esistenziale.
Ricordi e presente
Provo tanta tristezza, la vecchiaia l’ho sempre immaginata in una casa in collina con i propri nipoti. La vecchiaia mi spaventa.
La struttura del romanzo, che si sviluppa attraverso il flusso di coscienza del protagonista, è affascinante: i ricordi e le riflessioni si intrecciano con il presente della sua sofferenza, e l’uso delle sigarette come segnali temporali aiuta a scandire il suo percorso, soprattutto emotivo.
La scrittura di Prestia, fresca e immaginifica, sembra dipingere con delicatezza un quadro del disagio giovanile e delle aspettative che ci schiacciano, in un mondo dove la velocità e il risultato sembrano essere i soli parametri di valore.
Imperfetto come noi
Il fatto che Marco, quindi, sia “un ragazzo qualunque”, una persona che non si eleva sopra la sua umanità ma che ne è profondamente intrappolato, lo rende ancor più interessante. È imperfetto, ma nel suo essere imperfetto riesce a dar voce a tutti noi che, di fronte alle nostre paure e insicurezze, ci sentiamo un po’ persi, ma anche determinati a rimanere fedeli a noi stessi.
Ed è con questa consapevolezza che Nikolay chiude il suo romanzo, il peso che ha dovuto sopportare Marco si trasforma nel più bel peso che ci si possa portare addosso, quello della nascita di un figlio, regalando a noi lettori la più bella chiosa che, personalmente, mi sia mai capitato di incontrare:
Ho tutto il peso della vita in braccio. Lo posso reggere per sempre.
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