Un puzzle di piccole esistenze, un gioiello di scrittura intima e poetica. È “Il silenzio è la voce che ho scelto” di Mona Arshi, racconto di una sensibile adolescente di origini indiane cresciuta in una periferia inglese. La sua famiglia – carosello di personaggi ben caratterizzati – è legata alle tradizioni ma orientata verso l’integrazione. Lei sceglie un coraggioso atto di autoaffermazione…
Arriva in Italia grazie a 8tto Edizioni un piccolo gioiello di scrittura intima e poetica: Il silenzio è la voce che ho scelto (242 pagine, 18 euro) di Mona Arshi, traduzione di Cristina Cicognini.
A metà fra due culture
La storia è quella di Ruby, ragazzina di origini indiane che cresce nella periferia inglese e si confronta con le difficoltà dell’essere un’adolescente a metà tra due culture.
La sua sensibilità la porta a interiorizzare i dolori che attraversano le persone che le sono care.
La madre, personaggio affascinante e misterioso, vittima delle proprie fragilità e idiosincrasie, è il perno attorno al quale ruota l’universo di Ruby: il deflagrare della depressione materna costituirà un grave e irrisolto vulnus nel processo di crescita della protagonista, in grado di condizionare il suo modo di percepire e relazionarsi con gli altri.
Un grido di libertà
Di fronte al mondo che la spaventa, Ruby sceglie la strada del silenzio: un atto di autoaffermazione, di coraggio, di sfida verso un contesto sociale che non la comprende e non la aiuta.
Un’insegnante mi pose una domanda, e io aprii la bocca in una sorta di gesto formale, ma la richiusi piano, sapendo con precisa certezza che non ne sarebbe uscito mai più niente. Ne ero certa il mattino seguente e persino più certa il giorno dopo ancora. Non proferivo parola. Diventò la cosa più certa della mia vita.
Quello di Ruby è un silenzio rumoroso, ricco di sfumature: un flusso interiore di coscienza che ripercorre i momenti salienti della sua giovane vita e che si trasfigura in un grido di libertà.
La protagonista racconta dal suo punto di vista la quotidianità di una famiglia povera ma orgogliosa, legata alle tradizioni ma rispettosa della cultura occidentale, orientata verso l’integrazione: è un carosello di personaggi molto ben caratterizzati, la madre con il suo amore per il giardinaggio, la sorella maggiore Rania, fiera e ribelle, la Zia Numero Uno e la sua intraprendente invadenza, la nonna Biji depositaria di un antico sapere, Eena la levatrice.
Quel sottile mal di vivere
Con un tratto lirico che non manca mai di ironia – anche quando la trama assume i colori del dramma – Mona Arshi compone un puzzle di piccole esistenze, non meno preziose per il fatto di essere misconosciute, racconta tanti aspetti della vita nei sobborghi, delle relazioni fra adolescenti, delle disfunzionalità all’interno del nucleo familiare, di quel sottile mal di vivere che si coglie solo se per un attimo ci si pone in ascolto dell’altro, senza pregiudizi.
Mona Arshi è nata a West London e per anni ha lavorato come avvocato per i diritti umani. Scrive poesie. Nel 2015 ha vinto il Forward Prize con la sua raccolta di racconti di esordio Small Hands.
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