Filologia infinita e scintillare di storie, che puzzle di Nabokov

Un’opera che si confronta con l’idea stessa di romanzo, non semplicemente un romanzo nel romanzo o iperromanzo. “Fuoco pallido” di Vladimir Nabokov sollecita il pubblico di lettori che gli aveva decretato il grande successo con “Lolita”. Come altri titoli della fase matura della sua produzione, è una di quelle complesse macchine da smontare, inclassificabili e a tratti respingenti…

Forse il miglior modo per rendere giustizia a un autore o a un’opera letteraria è tradirli, per esempio scrivendone, come ho provato a fare con Fuoco pallido (320 pagine, 14 euro) di Vladimir Nabokov, edito da Adelphi, a cura di Anna Raffetto, traduzione di Franca Pece e Anna Raffetto). Del resto fu lo stesso scrittore a asserire che ogni opera d’arte, quindi anche quella letteraria, è un inganno e che parlarne e scriverne in qualche modo non possa che essere un persistere nell’inganno, un tradirla ulteriormente, magari cercandone un riscontro fattuale in una realtà anch’essa ingannevole e che non esiste se non nella mente creativa dell’autore, un autore sul quale avevo giurato a me stesso di non scrivere mai niente, per il timore reverenziale che suscita una tale statura letteraria, e per non tradirlo.

Incantati o incatenati

Fortunati invece tutti coloro che non hanno ancora letto Fuoco pallido perché facendolo avranno la possibilità di rimanerne incantati (o incatenati), sprofondandovi dentro con la voglia di uscirne al più presto per non essere risucchiati dal disturbante impatto e dallo sforzo e partecipazione attiva che esso richiede, ma contemporaneamente, una volta lasciatisi catturare dal micidiale gioco messo in atto desiderosi di lasciarvisi andare, non volendolo mai interrompere, immergendovisi con sempre maggior piacere e con l’alto grado di assuefazione che può provocare un gioco pericoloso. Un romanzo (se così lo si può definire) nel quale Nabokov si diverte a giocare al gatto con il topo con il lettore, mandandolo fuori strada per poi amorevolmente riprenderlo, con il sospetto come hanno detto alcuni suoi commentatori che in questo “divertissement” vi sia maggior divertimento nell’averlo scritto che nel leggerlo, per la fatica (anche fisica) che si prova nell’affrontarlo. Già, perché esiste anche una pur minima fatica fisica nel lettore, magari solo quella data dalle diverse posture da dover assumere nel dover cambiare la posizione dalla comoda seduta da lettore per dover sfogliare le pagine del volume avanti e indietro. Servirà infatti per la lettura di questo formidabile, astruso e di altrimenti difficile aggettivazione marchingegno e vera e propria trappola per i critici che definire romanzo non basta, andare avanti e indietro nelle pagine, come del resto suggerisce nella prefazione al poema che è oggetto del romanzo il curatore o glossatore che dir si voglia, glossa del poema dal titolo Fuoco pallido, scritto da un poeta e professore di letteratura inglese di un’immaginaria università americana, il Wordsmith College, situato in un altrettanto immaginaria città situata sui Monti Appalachi, un poeta e professore di letteratura con la predilezione per le opere del poeta inglese Alexander Pope che risponde al nome di John Shade (l’importanza dei nomi in Nabokov non va mai dimenticata, shade=ombra). Il curatore è invece un tale dal nome Charles Kinbote, un ammiratore della prima ora dell’autore del poema, del quale diventerà vicino di casa, condividendo con lui l’insegnamento nella medesima università e una, dallo stesso Kinbote, millantata e sincera amicizia che sarà all’origine del labirintico eppure simmetricamente sbalorditivo svolgimento dell’inganno alla base del Fuoco pallido di Nabokov, il libro che fortunato è chi ancora non ha letto.

Un paranoico critico letterario

La sostanza del Fuoco pallido scritto da Nabokov, da distinguere quindi dallo stesso titolo contenuto al suo interno, è infatti il commento a esso scritto da Kinbote il quale dà appunto nella prefazione anche le istruzioni di lettura di un volume diviso in una prefazione, nel poema propriamente detto, nel commento allo stesso senza il quale l’intero volume non esisterebbe, un indice analitico e una nota finale del curatore che dovrebbero riuscire a chiarire e sbrogliare la complicatissima struttura di un’opera che sfida l’idea stessa di romanzo e alla quale non possono essere sufficienti le sintetiche etichette di romanzo nel romanzo o iperromanzo.

Non aiuta in tal senso nemmeno parlare della struttura del poema, un’opera composta da 999 versi in distici eroici suddivisi in quattro canti. Più utile forse è parlare proprio del suo curatore, un paranoico critico letterario, nonché strenuo vegetariano, il quale entra in circostanze del tutto particolari in possesso del manoscritto irradiando su di sé gli strali e l’invidia della colleganza universitaria. Il frutto delle sue conversazioni con il poeta e la sua millantata amicizia con lo stesso sembrano essere l’ispirazione del poema stesso che il supposto curatore si trova a commentare e che apparentemente non è che il percorso biografico del poeta e delle sue vicende familiari, alcune delle quali molto dolorose quali la morte della figlia per suicidio. Un bel cortocircuito insomma, nel quale il poema in realtà secondo tale logica sembrerebbe essere stato scritto dal poeta sotto la dettatura del curatore, il quale del resto in chiusura della prefazione non manca di affermare: “Nel bene, come nel male, è il commentatore ad avere l’ultima parola”. Il deus ex machina di questo libro è Charles Kinbote. Costantemente indaffarato è lui la parte construens e la parte destruens, in continuo movimento e sommovimento, interiore e esteriore, sulle tracce dell’amato e diremmo oggi stalkerizzato autore del poema che vedrà la luce grazie a lui, quasi per una sorta di ratto, infatti alla morte di Shade sarà Kinbote a impossessarsi del manoscritto ricostruendone in modo filologicamente dettagliato i contenuti con il suo commento che diventa la parte narrativa del romanzo nonché l’esplicazione del poema stesso che a detta del curatore è frutto della sua (di Kinbote) ispirazione. Kinbote è solerte, accecato nella sua necessità di narrare, commentare, costruire e ricostruire, montare e smontare, accennare, rimandare a note e eventi successivi o precedenti alla concatenazione cronologica degli eventi come esposti nel poema, un continuo gioco di specchi e rimandi, una complessa struttura da scatole cinesi e una matassa che la lettura saltando dal poema al commento del curatore dovrebbe sbrogliare. Un romanzo quello di Nabokov e un racconto che si fa nel suo progressivo disfarsi, chiarirsi e occultarsi. Kinbote è il prototipo dell’ “homo faber”, opposto costitutivamente a quello contemplativo, estatico, a cui più propriamente rimanda ciò che associamo all’arte, ma non ci si faccia ingannare dal fatto che il movimento sia opposto alla stasi contemplativa dell’estasi che più propriamente siamo propensi a associare al godimento estetico che può dare anche un’opera letteraria, quel brivido lungo la schiena che secondo Nabokov stesso è l’unico luogo deputato e unica discriminante che determina il valore di un’opera d’arte. Il massimo grado di movimento è identico all’immobilità. È così che l’ “homo faber” del romanzo di Nabokov coincide con la sua fissità nell’arte, il poema e la sua glossa, cioè il risultato che è il volume di Vladimir Nabokov dal titolo Fuoco pallido.

La grazia della sintassi, la caustica ironia

Ovviamente queste righe non sono servite a decifrare affatto quello che è Fuoco pallido, romanzo strabiliante del 1962, epoca della già piena maturità e celebrità del grande scrittore russo ormai diventato americano, per residenza e per appartenenza linguistica delle sue opere. Con Fuoco pallido, quinto romanzo scritto in inglese dopo essere approdato in terra americana nel 1940,  Nabokov si colloca nella fase  più “estrema” e articolata della sua intera opera, anche se solo raffrontata al suo celebre  e “scandaloso” capolavoro Lolita di pochi anni prima, nel quale lo svolgimento segue un andamento potremmo dire più convenzionale, pure in un’architettura riccamente elaborata, e non mancando alle vette inconfondibili del suo virtuosismo e preziosissimo stile, della raffinata e avvolgente grazia della costruzione sintattica e della sua mirabolante ricerca lessicale, nonché alle vette di caustica ironia, comicità e al gusto della parodia che si trovano anche in Fuoco pallido. Un’opera “estrema” non tanto perché appartenente alla seconda e ultima fase della sua produzione, siamo già negli anni Sessanta, quella nella quale Nabokov con le sue opere sempre più complesse e articolate tanto da apparire inaccessibili sembra quasi volersi ritrarre, o forse solo sfidare il pubblico di lettori che gli aveva decretato il grande successo con la sua Lolita di pochi anni prima. I suoi libri sono soprattutto in questa fase delle complesse macchine da smontare, inclassificabili e a tratti respingenti, quasi a voler segnare la sua aristocratica distanza e il distacco di uno scrittore cosmopolita con il rimpianto di una vecchia nobiltà alla quale lo stesso Nabokov è appartenuto, al confine e a cavallo di due mondi reali e linguistici agli antipodi, quello russo e quello americano, fuggiasco perenne, lo scrittore globetrotter che in età avanzata eleggerà a sue residenze temporanee con la sempre a fianco moglie Vera (alla quale Fuoco pallido è dedicato) i lussuosi alberghi della vecchia Europa, fino a approdare in Svizzera dove terminerà il suo percorso terreno nel 1977. Su questa scia si collocano opere come Ada o Ardore (1969), la cui distopia fa da sfondo alla storia di amore dei due protagonisti ma anche il precedente La vita di Sebastian Knight, (1941), il primo romanzo scritto in inglese da Nabokov, incentrato sul tema del doppio e nel quale le vicende del biografo e del biografato si sovrappongono tanto da farsi domandare se si tratti di un romanzo o del romanzo di una biografia che è anche un’autobiografia. Lo stesso leitmotiv e alcune delle stesse tematiche si trovano nel “pudding” di Fuoco pallido, così lo definisce Nabokov in un’intervista, il romanzo che Brian Boyd, uno dei più attenti critici dell’opera nabokoviana ha definito “il romanzo più perfetto di Nabokov”, nel quale non c’è una storia ma tante storie che si rivelano e si intersecano pagina dopo pagina. Un “pasticcio” che si svela progressivamente seguendo la complessa matassa della sua struttura.

Un labirinto e il tempo

La sinossi prova a spiegarcela sinteticamente il curatore e/o ispiratore del poema Kinbote nella pagina finale, quando la matassa ormai è sbrogliata e il pudding servito: “un pazzo che vuole uccidere un re, un altro pazzo che crede di essere quel re, e un vecchio poeta famoso che, per caso, viene a trovarsi sulla linea di fuoco, e perisce nello scontro tra due invenzioni”. Insomma, un bel labirinto nel quale il curatore esule (Nabokov stesso?) dal regno di Zembla, una penisola frastagliata di un’arcana e remota regione nordica che si affaccia sulla Russia e che potrebbe rispecchiare la Russia stessa (la mai dimenticata e amata/odiata patria di Nabokov), cerca di guidarci facendo addirittura una cronologia della stesura del poema.

Il tempo è un elemento fondamentale in ogni opera narrativa ovviamente e Fuoco pallido può essere definito anche una meditazione autobiografica sul tempo, sulla vita, sulla morte, sulla religione e sulla vita ultraterrena, il tempo che nell’architettura narrativa riveste un ruolo fondamentale con le “sincronizzazioni” che Nabokov si diverte a inserirvi e che costituiscono l’essenza dello svolgimento del romanzo con un intento quasi parodico (che in Nabokov non manca mai) rispetto a suoi illustri predecessori e correnti letterarie novecentesche rappresentate in tal senso da Gustave Flaubert, nonché dal capostipite del modernismo letterario James Joyce, il quale delle sincronizzazioni ha fatto la colonna portante del suo Ulysse.

Infatti la conclusione del poema corrisponde “sincronicamente” a un’altra fine, ben più tragica, e che ha a che fare con l’intero svolgimento parallelo degli eventi, quelli che ineriscono alla lontana patria di Kinbote, Zembla, dove è scoppiata una rivoluzione e il re è stato costretto alla fuga in esilio, un riferimento nemmeno troppo latente alla patria russa che Nabokov e famiglia dovettero abbandonare precipitosamente all’indomani della rivoluzione bolscevica.

Un certo Gradus, un aspirante regicida, sotto tutela del nuovo governo rivoluzionario di Zembla e delle sue fazioni, fra le quali primeggia quella degli “Estremisti”, si mette alla ricerca del re in esilio, e chissà se anche in questo caso non entrino in gioco le vicende personali elaborate sotto forma di paranoia dallo stesso Nabokov, in un periodo storico (siamo in piena guerra fredda) nel quale spie e organi di governo potevano mettere a repentaglio la vita dei fuggiaschi esuli e traditori della Rivoluzione.

Il lato ingannevole delle cose

L’aspirante regicida incarna lo spirito dei nichilisti russi e in qualche modo può evocare il leader della rivoluzione sovietica, un altro Vladimir, Lenin, che come il Gradus della finzione si trova per un certo periodo a stazionare in Svizzera, per Gradus un passaggio dalla lontana Zembla sulle tracce del supposto tesoro del re detronizzato e del re stesso. Il percorso del fatale avvicinamento al suo obiettivo, da capire se si tratti del re, di Kinbote o di Shade, in un andamento quasi da poliziesco segna le tappe della parte narrativa che è il commento al poema e quindi la sua stessa stesura che è sviscerata dal suo curatore con un rigore al limite della paranoia filologica (se non quella vera e propria), analizzando le vicende personali del poeta, le lacune, le cassature, i ripensamenti, le “false partenze” e le varianti nei versi del poema e le sue diverse versioni tra brutta e bella copia. Un lavoro certosino che non manca di ricercatissime analisi filologiche e riferimenti letterari da parte del curatore, indagini lessicali infarcite di approfondite e sottilissime analisi metriche e studio di rime, assonanze e figure retoriche, e dal punto di vista extratestuale un immergersi con continue digressioni nel vissuto del suo amato poeta e nella storia di Zembla con un’attenzione maniacale ai dettagli che è tipica in Nabokov.

Una filologia infinita e uno scintillare di storie, microstorie e storie parallele che vanno a comporre uno stupefacente puzzle o “pudding” che non perde mai di vista la micidiale struttura simmetrica, che con sublime maestria Nabokov riesce a applicare alla sua opera in virtù anche della sua familiarità con le ferree regole degli scacchi, oltreché grazie al suo virtuosismo, quello di una mente  che potremmo definire con le parole che Kinbote utilizza per descrivere quella del poeta, creatore o esecutore sotto dettatura del poema dal titolo Fuoco Pallido: “La sua testa che contiene un cervello di una marca diversa dalle gelatine sintetiche conservate nei crani che gli stanno attorno”. Una simmetria che si concretizzerà in un finale che anche se già accennato non è il caso di svelare del tutto per non togliere l’incanto della lettura a quei fortunati di cui si diceva all’inizio di questo testo su questo strano oggetto che è Fuoco pallido. Sulla “stranezza” delle opere di Nabokov vale ricordare il giudizio di Martin Amis che dirà che egli, con il corpus immenso e variegatissimo della sua opera ha esercitato “l’instancabile tentativo di rendere giustizia all’essenza strana delle cose”, mostrandocene anche e soprattutto il lato ingannevole, come accade con Fuoco pallido, il quale, infine, non toglie il sospetto di voler essere un enorme “divertissement”, un caustico e sublime sberleffo al mondo accademico che tanto Nabokov ha frequentato per molti anni nonché soprattutto alla critica letteraria, una satira feroce verso glossatori e commentatori che con la loro presunzione arrivano al punto di ritenersi più importanti dell’autore, commentatori che tra l’altro accolsero tiepidamente questa sua opera. Rimane la consapevolezza che se scrivere su un’opera d’arte, pur nel lodevole tentativo di decifrarla, sia sempre un po’ tradirla come forse ho fatto anche io che avevo giurato di non scrivere mai niente su Vladimir Nabokov, l’opera stessa rimane ed è immortale, ed è l’immagine di Kinbote che nel finale se ne va con il manoscritto sotto il braccio.

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