Una moglie succube, un marito violento, la paura costante di una donna e dei suoi figli, una famiglia senza futuro. La francese Marie-Hélène Lafon in “Sorgenti” racconta questa storia da tre diversi punti di vista, fra rancori e ricordi che purtroppo non si possono cancellare…
Marie-Hélène Lafon, stimata scrittrice francese che con Storia del figlio (2020) ha vinto il prestigioso Premio Renaudot, è tornata nelle librerie italiane con un nuovo, intenso, romanzo: Sorgenti (120 pagine, 16 euro), edito da Fazi, uscito in Francia nel 2023 con il titolo Les Sources.
Il romanzo è diviso in tre parti che corrispondono a tre cronologie e a tre punti di vista differenti. Particolarmente interessante è il confronto tra le prime due sezioni dove sembra che Marie-Hélène Lafon voglia sottolineare come, anche ribaltando la prospettiva, è evidente chi sia il carnefice e chi la vittima in questa storia.
La Storia
La prima parte è ambientata nel 1967, appena un anno prima di quello che verrà considerato uno dei fenomeni socio-culturali più importanti a livello globale e che vedrà la Francia in prima linea. Il momento storico in cui prende avvio la vicenda è da tenere in considerazione nonostante sembri non toccare la campagna solitaria in cui vivono i protagonisti: Marie-Hélène Lafon difatti insegna che la Storia tocca sempre la vita delle persone, anche se in maniera passiva e involontaria. Questo è un credo che mi è parso risuonare con chiarezza anche rispetto agli eventi storici odierni, denunciati in maniera sottile, ma con fermezza: già nel ’67 i giornali raccontavano di un conflitto tra arabi e israeliani, ma quei fatti sembravano non riguardarci, troppo complicati, troppo lontani. Tuttavia l’insensatezza della guerra è un tema presente in Sorgenti poiché in quegli anni le nefandezze della guerra d’Algeria (1954-1962) erano ancora vivide nel ricordo di tanti cittadini: per poco Pierre, durante il suo anno di leva, non si è ritrovato a combattere in Algeria, invece per sua fortuna tutto ciò che ricorda di quegli anni sono «gli asini scheletrici e i bambini scalzi, i ragazzi vestiti di stracci che li seguivano dappertutto, loro, i soldati francesi. Ci si sentiva ricchi se si era bianchi».
Il corpo
Voce narrante della prima parte del romanzo è priva di un nome: madre, moglie, figlia. Perlopiù un corpo.
[…] non riconosce più quel corpo in cui hanno transitato tra bambini; non sa cosa ne è stato di lei, si è persa nelle pieghe della pancia rammendata, lacerata dalle cicatrici di tre parti cesarei. Le braccia, le cosce, i polpacci e il resto. Saccheggiato; il suo primo corpo, quello vero, quello di prima, è nascosto lì dentro, rintanato, acquattato. Lui dice, come ti sei ridotta. Dice, puzzi, ti puzza. E affonda.
Non è un caso che non abbia un nome questo personaggio femminile, infatti lei esiste semplicemente in quanto corpo: maltrattato, giudicato, odiato, ferito, violentato. Un corpo che appare deforme per i tre cesarei, ma soprattutto per i lividi, per la paura di avere un corpo piacente: quando Pierre l’accusa di non essere pulita, lei non lo contraddice; quando l’accusa di essere pesante come un sacco di patate, lei gli dà ragione.
È ossessionata dal suo corpo al quale non dà più alcun valore, forse proprio per evitare che venga ancora usato: la rassicura anche il medico che l’informa del sesso del terzo bambino che porta in grembo, le dice che è finalmente un maschio, adesso può fermarsi, adesso può stare tranquilla. Soltanto adesso.
La violenza
Il clima di terrore nel quale vivono lei e i bambini è sempre più insostenibile: sposarsi è firmare un contratto esattamente come lo è comprare una fattoria, ma la violenza domestica non era precisata in nessuna clausola. Inoltre la donna, seppur abbia migliorato la sua posizione socio-economica grazie a questo matrimonio, ha perso quegli agi che le permettevano di vivere serenamente dovuti alla bontà della sua famiglia, in particolare alla premura del padre, da sempre contrario a quel matrimonio, ma al contempo perfettamente piegato alle logiche del tempo da non poterlo contestare.
La seconda parte, ambientata nel 1974, è narrata da lui, Pierre, il marito violento, il padre-padrone. Talmente calato nella sua realtà che i venti di cambiamento che hanno attraversato il Paese non sembrano averlo toccato, se non per l’acquisto di un televisore e gli alimenti da pagare. Il fulcro attorno al quale sembra ruotare la sua esistenza sono i soldi, il suo animo appare pieno soltanto di rancori.
Era lui che faceva entrare i soldi, lui solo, fin dall’inizio, non lei, lei era capace soltanto di spenderli e di chiederne sempre di più, per la spesa e per i bambini; non c’era mai fine, e questo lo faceva uscire dai gangheri, che lei vivesse sulle sue spalle. Era un peso morto, lei, sempre a ciondolare in casa o nel cortile, cominciava mille cose senza mai finirne una, capace a malapena di comandare la domestica che però era pagata da lui, perché lei non era buona a cavarsela da sola. Sempre incinta, a strasciconi per la casa, enorme, sempre più enorme, e flaccida.
Le parole che utilizza nei confronti della moglie sono dure e volgari, in alcuni casi più dolorose delle botte, dirà lei. Perché i lividi si cancellano, ma i ricordi no.
Sorgenti
Il dolore vissuto in quella casa in campagna, la tensione costante e la paura come compagna fedele hanno accompagnato per troppi anni lei e i figli, Isabelle, Claire e Gilles. E così l’abitazione si trasforma in luogo mitico in cui prendono avvio le sorgenti di quelle esistenze che, loro malgrado, dipenderanno per sempre da quella sofferenza.
Un romanzo breve, ma intenso, narrato con una prosa intima e scarna che rende perfettamente le sofferenze e le difficoltà di una famiglia senza futuro.
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