Il futuro e le radici, la “rivoluzione” di Ayşegül Savaş

L’amore, la quotidianità, l’età adulta, la distanza dai luoghi d’origine, il domani che bussa alla porta. Ne “Gli antropologi” di Ayşegül Savaş, mentre una coppia di coniugi cerca una nuova casa, si rincorrono poche risposte e tante domande, sull’ansia di avere una direzione da seguire, un significato da incarnare, un bisogno di stabilità. Giustificato il clamore attorno al romanzo, che non merita d’essere alla moda, ma di restare…

Clamore giustificato? Clamore giustificato. Anche se, da più parti, si sta provando a trasformare la lettura del primo romanzo di Ayşegül Savaş tradotto in italiano – ne ha scritti altri due – in un fenomeno alla moda. Le mode, però, tramontano, e questo volume non merita affatto di fare questa fine. Meglio che s’insinui lentamente nelle menti e nei cuori dei lettori e che silenziosamente conquisti spazio, nel tempo. Nel nostro piccolo, qui, proviamo a contagiarne qualcuno. Classe 1986, turca di nascita, ma che scrive in inglese, Ayşegül Savaş è stata esaltata e incoronata dalla critica americana, con giudizi unanimemente entusiastici. Uno dei motivi del successo è il fatto che nelle pieghe di questa storia non si ripetono risposte già sentite a quesiti cruciali nel mondo d’oggi. E che sono risposte per modo di dire, semmai accendono nuovi quesiti, altre sfide, pensieri ancora da immaginare.

Nessuna banalità nel quotidiano

Questo romanzo è la risposta a chi va in giro a dire che l’amore è una cosa semplice, quando invece è complessa, pur nella stabilità e in assenza di frizioni, drammi, rotture e contrapposizioni. Questo romanzo è la risposta a chi circola liberamente sostenendo che vivere da straniero in un mondo cosmopolita come quello attuale è qualcosa che passa, si evolve, perché la scoperta di un linguaggio nuovo, la possibilità di nuove radici, regalano una seconda vita. Ed è la risposta a chi pensa che nel quotidiano, in ciò che non è immenso, memorabile, terrificante, in ciò che non spezza equilibri, possa annidarsi il banale; o che la gioia debba necessariamente passare da avvenimenti eclatanti, grandi domande, scoperte immense. Nei microcapitoli che compongono Gli antropologi (169 pagine, 18 euro) – magnifica scelta di Gramma Feltrinelli, che ne ha affidato la traduzione a Gioia Guerzoni – lo sguardo è volutamente, programmaticamente, antropologico, critico, distaccato, ma la malinconia riesce ad affiorare e a lasciare il segno. Ayşegül Savaş sostiene d’essersi ispirata a una dei migliori nomi della letteratura finlandese, Tove Jansson (ne abbiamo scritto qui) e alla nostra Natalia Ginzburg. E, naturalmente, ha ragione, ma poi ci ha messo molto del suo.

Un diario di appunti e bozzetti

La coppia di coniugi, i trentenni Asya e Manu, che si prendono la scena, raccontati da Asya, da lei, vive in una città non meglio precisata, dove sono arrivati entrambi da stranieri, da Paesi distanti e diversi, fra loro. Sono in cerca di una casa, che gli consenta di lasciare quella dove si sono innamorati e hanno vissuto da studenti. E – in qualche modo – reputano questo “passaggio” un rito indispensabile verso l’età adulta. Per i due inizia un limbo – doppio nel caso di Asya, che deve anche realizzare un documentario sulle giornate dei frequentatori di un parco di quartiere – lastricato di perplessità, in bilico tra il futuro da abbracciare definitivamente e il passato, con famiglie e culture, da non volere abbandonare davvero. Ayşegül Savaş ne scrive come in una sorta di diario che – tra videochiamate intercontinentali, appartamenti da visitare, spezzoni di vita nella loro piccola cerchia sociale, con gli amici Ravi, Lena, l’anziana Tereza, e riflessioni sul senso di far parte di una comunità – e prende vita come una raccolta di appunti e bozzetti.

Sentirsi se stessi. Ma dove?

No, non penso di essere molto riservato, semplicemente non vedo l’utilità di condividere tutto. Non è così che funziono. Trovo che non ci sia nulla di affascinante nel raccontare tutto a tutti, anche a se stessi. Ci dev’essere un po’ di mistero.
Dove mi sento davvero me stesso? Non saprei proprio. Mi sa che sto ancora cercando di capirlo.

Riflessioni di un passaggio chiave affidate a Ravi, ma che riassumono bene pensieri e parole chiave de Gli antropologi di Ayşegül Savaş. Altre riflessioni, non smaccatamente esplicite ma che alla lunga emergono sono legate all’ansia di dovere avere una direzione da seguire, un significato da incarnare, un bisogno di stabilità, preoccupazioni destinate a restare inesplose, perché i loro cari sono lontani, troppo lontani, e i due coniugi, impotenti, fanno fatica solo a osservare le loro vite distanti, a cercare nuovi punti di riferimento. Il futuro bussa alla porta e rispondere non è una bazzecola…

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