La donna per Charlotte Brontë? Né angelo né passiva…

In “Villette” di Charlotte Brontë il gioco tra verità e omissione non è inganno fine a se stesso, ma un modo per mostrare l’artificio della narrazione. Lucy Snowe è una eroina anticonvenzionale e non stereotipata, in un romanzo dove amore e controllo, libertà e dipendenza si intrecciano in un equilibrio sempre precario…

Con Villette (634 pagine, 14,90 euro), Charlotte Brontë ci offre un romanzo che sfida le convenzioni della narrativa vittoriana, ponendo al centro una protagonista complessa e allo stesso tempo narratrice attiva: Lucy Snowe. In questo romanzo, Brontë sperimenta forme e strategie per dare voce all’esperienza femminile in un contesto che per lungo tempo ha privilegiato la narrazione maschile. Attraverso l’inaffidabilità della narratrice, il gioco tra ciò che viene rivelato e ciò che viene trattenuto, e la costruzione di personaggi ambivalenti come M. Paul Emmanuel, il romanzo esplora temi di autonomia, potere e isolamento, offrendo un ritratto psicologicamente profondo e moderno della condizione femminile.

La memoria, uno strumento dinamico

Nel romanzo – pubblicato da Fazi con la traduzione di Simone Caltabellotta – Lucy ripercorre i momenti della sua giovinezza e racconta le esperienze della sua vita. Questo tipo di narrazione offre l’opportunità di riflettere sulle implicazioni del narratore in prima persona e di osservare come il ricordo si intrecci con la costruzione di sé. Tuttavia, Villette non è un semplice resoconto del passato: la narrazione si svolge anche nel presente della voce di Lucy, che vive e rivive le esperienze mentre le racconta. La memoria diventa così uno strumento dinamico: Lucy ricorda gioie, dolori e ansie, trasformandoli in una sorta di ‘emotions recollected in tranquillity’, come teorizzato da Wordsworth. In questo processo, riflette, analizza e talvolta rielabora gli eventi, mostrando al lettore non una versione oggettiva della realtà, ma quella che lei stessa sceglie di presentare.

Una narratrice inaffidabile

È quindi la stessa Lucy a prendere il controllo della narrazione e a decidere cosa rivelare e cosa omettere. La sua inaffidabilità emerge dal fatto che, in più di un’occasione, il lettore percepisce che Lucy trattiene informazioni importanti. Scoperto l’inganno, potremmo sentirci traditi, perché la narratrice a volte appare distante, persino ostile nei confronti del lettore. Ciò che Lucy costruisce è dunque una barriera tra sé e il suo pubblico: nasconde a se stessa le proprie emozioni e, insieme, le cela anche a noi. Lo fa per vergogna? Per timidezza? O forse il motivo è un altro, più profondo. Secondo me, non si tratta semplicemente di timidezza o riservatezza: la sua reticenza è intimamente legata al potere che esercita come scrittrice. Nella vita quotidiana, Lucy è soggetta alle regole sociali ed economiche che limitano l’autonomia femminile; nella narrazione, invece, prende pieno controllo della sua storia, decidendo cosa rivelare e cosa celare. In quanto narratrice, Lucy rivendica il suo ruolo di creatrice, e con esso la propria autorità, trasformando la scrittura in un luogo dove il suo potere – negato nella realtà – diventa reale e tangibile. Se Jane Eyre è un’eroina che conosce bene se stessa e ciò che vuole, mostrando ai lettori un’immagine chiara e coerente della propria identità, Lucy Snowe procede in modo diverso: torna al passato per ritrovarsi e comprendere se stessa nel corso della sua narrazione. Nel suo tempo presente, quello della narrazione, Lucy si ricostruisce gradualmente, rivivendo, passo dopo passo, il dolore, l’ansia e la gioia delle esperienze passate.

Barriere non impenetrabili

Lucy, spesso, non si prende il tempo di rivedere o sistemare ciò che racconta; invece, riporta le emozioni vissute, restituendo al lettore l’esperienza così com’è, senza trasformarla in una versione ordinata e definitiva. Talvolta, si ritrova a ritrattare quanto scritto o a farci dimenticare ciò che ci aveva appena narrato. Questo crea un meccanismo che disorienta e delimita l’accesso diretto alla sua interiorità, quasi una difesa consapevole della narratrice. Tuttavia, queste barriere non sono impenetrabili: osservando attentamente e leggendo tra le righe, il lettore può penetrare nella complessità della sua voce. Scoprire l’inaffidabilità di Lucy, in realtà, non genera un senso di tradimento, ma stimola maggiore attenzione e sensibilità verso le possibili discrepanze nel suo racconto e nelle sue motivazioni, rivelando gradualmente la profondità della sua psicologia e il potere che esercita come narratrice.
Gli inganni di Lucy, però, non durano: prima o poi, è lei stessa a svelarli. Non si tratta quindi di semplici omissioni, ma di posticipare le informazioni, aumentando così il fascino del racconto, una tattica che serve a catturare l’attenzione del lettore, a stimolarne la curiosità, anche a costo di un inganno temporaneo. Pertanto, qui emerge un ulteriore tipo di potere: quello del linguaggio. Manipolando ciò che viene narrato, Lucy rende il lettore più consapevole del mezzo stesso della narrazione e, di conseguenza, della sua autorità come narratrice. Charlotte Brontë sfrutta pienamente questa dinamica: il gioco tra verità e omissione non è inganno fine a se stesso, ma un modo per mostrare l’artificio della narrazione, accrescendo allo stesso tempo il fascino e il prestigio della voce narrante.

No alle rigide convenzioni della narrativa realistica

Non solo la trama, ma anche la psicologia di Lucy viene svelata gradualmente. In momenti emotivamente intensi, la narratrice trattiene informazioni o non manifesta apertamente i propri sentimenti. Alcuni gesti e comportamenti suggeriscono emozioni non dichiarate, e questo crea una tensione tra ciò che appare e ciò che il lettore intuisce. In questo modo, siamo in grado di cogliere sfumature più intime della sua personalità senza che vengano mai esplicitamente rivelate. Questa strategia narrativa ci offre anche uno spunto di riflessione sul modo in cui le autrici donne hanno scritto romanzi. La critica femminista ha spesso sottolineato come molti testi femminili si differenzino dalle norme letterarie tradizionali, rielaborando le forme narrative maschili e sperimentando nuovi stili per rappresentare l’esperienza femminile. Per lungo tempo, infatti, la letteratura scritta da donne è stata marginalizzata, in parte perché la piena autorevolezza era tradizionalmente attribuita ai testi maschili. Gli uomini potevano raccontare storie senza doversi preoccupare di legittimare la propria voce: la loro autorità era data per scontata. Le scrittrici, invece, hanno dovuto inventare modalità originali per esprimere le proprie esperienze, spesso distaccandosi dalle forme narrative maschili dominanti. Charlotte Brontë sfrutta quindi gli inganni di Lucy Snowe per sottrarsi alle rigide convenzioni della narrativa realistica. Autrice e narratrice costruiscono così un senso di potere femminile, ottenuto in parte attraverso l’atto stesso della narrazione. Nella narrativa scritta da donne, infatti, l’autrice può sperimentare, inventare stili e forme originali. Penso ad esempio a Frankenstein di Mary Shelley (qui l’articolo), un romanzo che rimane aperto, un’opera stratificata, con più voci narranti, in cui la verità rimane sfuggente fino alla fine. Analogamente, in Villette la voce di Lucy guida il lettore tra ciò che viene rivelato e ciò che resta nascosto. In questo modo, Brontë non solo racconta esperienze femminili autentiche, ma conferisce alla sua protagonista pieno potere e autorità, rendendola creatrice della propria storia, e, in un certo senso, padrona del proprio destino narrativo.

Il prezzo dell’autonomia

Arriviamo così al finale, di cui ci sarebbero moltissime sfumature da analizzare, ma di cui dirò poco, per non rovinare la sorpresa al lettore. Posso solo osservare che è proprio nel finale che Villette rivela la sua modernità rispetto all’epoca in cui fu scritto, risultando anche più radicale di Jane Eyre. La scelta del finale è deliberata e consapevole, in cui Charlotte Brontë conferma e legittima il potere conquistato dalla sua eroina. Al suo interno si trova un paradosso che, se letto con attenzione, rivela molto su ciò che Lucy ha imparato su se stessa e sulla propria autonomia.
In generale, possiamo osservare che Brontë si ribella contro le costruzioni passive della femminilità e ci presenta una donna che non incarna i caratteri stereotipati delle donne, soprattutto in epoca vittoriana. Lucy rifiuta l’etichetta di donna “angelica” e respinge soprattutto la passività. A causa delle circostanze, deve lavorare per sopravvivere, vedendo l’autosufficienza come qualcosa imposto dalla vita, ma che al contempo le consente di essere indipendente e di non dipendere da nessun uomo. In questo modo, Lucy deve confrontarsi con la solitudine e l’isolamento come prezzo della sua autonomia. Lucy Snowe vive in modo molto intenso questa esperienza di solitudine, rischiando di diventare un’emarginata sociale, e l’estrema solitudine la espone a paure e ansie profonde. Ed è qui che, a mio parere, entra in gioco il tema del doppio: lo spettro della monaca, quell’elemento che conferisce al testo un sentore gotico, svolge una funzione simile a quella di Bertha Mason, la “madwoman in the attic” di Jane Eyre. Se Bertha incarnava le paure e i desideri nascosti di Jane, lo spettro della monaca in Villette rappresenta la paura profonda di Lucy della solitudine. Non si tratta di un vero fantasma, secondo me, ma di una sorta di “doppio” che materializza le ansie interiori della protagonista. La figura della monaca simboleggia isolamento e rinuncia: non può sposarsi, non può vivere l’amore, vive in un mondo chiuso, regolato da rigide norme, distaccata dal resto della società, diventando così simbolo di solitudine e restrizione. Così come la monaca è condannata a un’esistenza isolata, Lucy teme di trovarsi intrappolata in una condizione simile.

L’imprevedibile controparte maschile

Arriviamo infine alla controparte maschile del romanzo di Charlotte Brontë. Lucy Snowe è una eroina anticonvenzionale e non stereotipata, in un romanzo dove amore e controllo, libertà e dipendenza si intrecciano in un equilibrio sempre precario…, perché anche lui merita attenzione: M. Paul Emmanuel è uno dei personaggi più ambivalenti e complessi di Villette. La sua natura è descritta come impetuosa, avventurosa, audace, sotto cui si cela un carattere profondamente sensibile e morale. Lucy, nel corso della narrazione, scopre gradualmente, attraverso rispetto e ammirazione, che M. Paul possiede virtù autentiche. I suoi gesti, quando gentili e altruisti, dimostrano che, nonostante il suo carattere spesso scontroso, è capace di generosità e di reale sostegno nei confronti di Lucy. Tuttavia, M. Paul è, allo stesso tempo, sia il maggiore sostenitore sia l’ostacolo più tenace nel percorso accademico e personale di Lucy. Nel suo ruolo di guida, può vantarsi dei successi di Lucy, ma al contempo sembra sospettoso del suo potenziale di superare “quella passiva mediocrità femminile”. In altre parole, incarna la tensione tra il riconoscimento del talento femminile e la paura che esso possa diventare paritario a quello maschile. Le sue lezioni, sebbene istruttive, degenerano talvolta in momenti di umiliazione, trasformandosi in un mezzo per contenere e delimitare lo sviluppo intellettuale di Lucy. In questo senso, M. Paul rappresenta il tipico uomo patriarcale, convinto che le donne siano adatte solo all’obbedienza e alla sottomissione, e non al pensiero critico o indipendente.
Questa ambivalenza lo rende un personaggio imprevedibile: può essere crudele o sarcastico, ma anche affettuoso e incoraggiante. Però, in sostanza, Paul Emmanuel rappresenta il potere maschile che tenta di dominare e limitare l’indipendenza femminile. La relazione con Lucy, sospesa tra scontro e intimità, diventa il cuore pulsante del romanzo, dove amore e controllo, libertà e dipendenza si intrecciano in un equilibrio sempre precario.

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