È un uomo avvinghiato alla vita e al sesso, sempre in fuga, Ferdinand, protagonista di “Guerra” di Louis-Ferdinand Céline, che torna nell’ideale seguito, “Londra”, altro inedito che vede la luce dopo decenni. Disertore nella capitale inglese, Ferdinand frequenta reietti e prostitute, in quello che è un volume in progress, mai rivisto dall’autore. Una storia di violenza e caos, narrata con un tono furente…
Il sesso e l’autodistruzione, le bettole e un bordello, e un’Inghilterra come nessuno l’ha mai raccontata, raccontata con gli occhi di un fuggiasco, di un disertore. Un’opera risalente agli anni Trenta, pubblicata postuma, uno scrigno nonostante i difetti dovuti al fatto che si tratti certamente di una stesura non rivista per la pubblicazione. Con Londra (504 pagine, 25 euro) di Louis-Ferdinand Céline, in un certo senso, si ripete il copione di Guerra (ne abbiamo scritto qui e qui), sebbene il nuovo volume proposto da Adelphi, con traduzione di Ottavio Fatica e curatela di Ena Marchi, sia decisamente più corposo e ricco di colpi di scena, oltre che di innumerevoli figure altri disertori, mendicanti, prostitute, giocolieri, bambini, malavitosi, ubriaconi, ballerini, miserabili. Soprattutto alla distanza, il romanzo mostra qualche caduta e qualche passaggio a vuoto (ripetizioni, contraddizioni), ma la prima parte è pirotecnica e vale il prezzo del biglietto. Ideale sequel di Guerra, Londra inizia praticamente dopo finisce Guerra ed è la prostituta Angèle (ora sposata con un maggiore inglese) a spingere Ferdinand verso l’Inghilterra, dove sopravvive, vivendo di espedienti e furti, frequentando donne che si vendono e gente poco raccomandabile.
Lingua arroventata, scene grottesche
Sono pagine estreme, urlate, crude, che trasudano violenza, volgarità, amplessi, povertà, ambiguità. È puro Céline, insomma. Torna a incantarci, a ingannarci, a stupirci. Non si serve di filtri, non si ripara dietro l’ipocrisia, ripudia la retorica, tra il fango, l’umidità e la nebbia. Avanza con la sua lingua arroventata e il suo tono furente, e poco importa che sia un testo in progress. Il lettore si imbatte in scene estreme, grottesche, nel paradosso – se si pensa che in quegli stessi anni vergava pamphlet antisemiti – di un medico ebreo (il suo nome, mai definito, cambia più volte) che è uno dei pochi personaggi positivi del romanzo, sebbene non manchino anche in queste centinaia di pagine meschinità e commenti ignobili sugli ebrei.
La Guerra alle spalle, eppure temuta…
La solitudine e la fatica di vivere, l’eco della Grande Guerra messa alle spalle, ma sempre temuta (se scoperto, sarebbe stato finito nelle Fiandre, in prima linea…) l’ansia di vivere a prescindere da tutto e badando a poco. Si avvinghia alla vita il protagonista Ferdinand, che vive in una soffitta, e fa di tutto per tenersela stretta, costi quel che costi.
…voglio mangiare la vita, io. Tutto il resto, me ne fotto. Crimine o non crimine, sono parole vuote, roba da stitici, solo scuse per anime accartocciate. A prender quel che viene quando c’è sangue, uno mangia tutto, quel che soffre, sborra, piscia, caga, tutto. Quel che urla, è tumefatto, suppura, puzza, tutto quello che non osa, si nasconde, tradisce…
Fra mille strade percorse e risse, elucubrazioni e insaziabili desideri, questo progetto di romanzo, corpo a corpo con il lettore e, facile immaginarlo, con il traduttore, prende mente e viscere, con le sue avventure sboccate e rocambolesche, con la sua violenza, con papponi, poliziotti, bombaroli, con il caos. Sapere che altri inediti di Louis-Ferdinand Céline – il prossimo dovrebbe essere un racconto d’ambientazione medievale – dopo decenni arriveranno in libreria ci riscalda il cuore e ci infiamma i pensieri….
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