Uno dei più grandi scrittori del Novecento italiano e uno dei suoi titoli più controcorrente rispetto alle principali tematiche della produzione. “Improvvisa la vita” di Ottiero Ottieri è un romanzo solo all’apparenza leggero e liberatorio, che alterna diario e terza persona, e ha molte chiavi di lettura…
Appena terminata la lettura di Improvvisa la vita (249 pagine, 18 euro), proprio per effetto del grottesco e beffardo finale del romanzo di Ottiero Ottieri (che non vale la pena svelare), volume del 1987 (Guanda 2023), viene in mente uno dei più bei racconti di J.D. Salinger, Un giorno ideale per i pescibanana. Siamo in altri territori letterari ma il senso di ineluttabilità del destino, di precarietà e di vanità delle speranze e dei sogni umani spesso traditi o bruscamente interrotti che suscitano le due opere, pur nella loro differente forma (racconto breve e romanzo) sono gli stessi, almeno per chi scrive. Il titolo stesso del romanzo di Ottieri ha del paradossale e costituisce quasi un controcanto all’esito finale di un’opera che nasce come un frutto quasi inaspettato in età avanzata nella parabola letteraria dello scrittore (1924-2002) e sembra quasi andare contro corrente rispetto a tematiche e impostazione di tutti i suoi precedenti scritti.
Stavolta niente letteratura industriale
Se l’opera di colui che è stato uno dei maggiori esponenti della cosiddetta “letteratura industriale”, piccola o grande (dipende dai punti di vista) epopea letteraria del nostro secondo Novecento, condivisa con autori quali Paolo Volponi, Elio Vittorini, Luciano Bianciardi, e nata nella seconda metà del secolo scorso in concomitanza con il cosiddetto boom economico, che già dai suoi vagiti mostrava grazie alla rappresentazione nata dalla lungimirante mente e penna di grandi scrittori e intellettuali le sue crepe, può essere molto schematicamente divisa appunto nella sua fase “industriale” e in quella della “psicopatologia”, Ottieri già definito e distinto infatti in sede critica come “scrittore della fabbrica” e “scrittore della clinica”.
A questa sommaria schematizzazione dell’opera dello scrittore toscano di origine, romano di adozione e poi milanese per vocazione, possono essere aggiunti altri due capitoli della sua esperienza letteraria. Una è quella legata al suo volume d’esordio del 1954, Memoria dell’incoscienza, l’altra entro la quale può essere catalogata anche Improvvisa la vita è quella che a partire dagli anni Settanta darà vita anche alle sue esperienze poetiche, del resto sempre conseguenti alla sua intera opera in prosa, quali quelle di Il pensiero perverso, nel quale la patologia si mostra nel rimuginare ossessivo del pensiero, un cancro della mente che soffoca finanche le funzioni sentimentali e sessuali, tematiche che ritroveremo anche in Improvvisa la vita, o in Il poema osceno, opera del più tardo Ottieri (1996) di difficile catalogazione e definizione se non quella di una sfrontata svolta vitalistica, un lancinante e “osceno” scavo pseudo-psicanalitico all’origine del dolore individuale che è anche un’inarrestabile satira sulle brutture morali della nostra Italia.
Memorie dell’incoscienza è una sorta di resoconto personale e storico dell’infatuazione adolescenziale (ben presto ritrattata) dell’esperienza del fascismo, una riflessione tardiva di un intellettuale ormai maturo come epoca dell’incoscienza, dell’inconsapevolezza, dell’irrazionale, che sullo scrittore ancora in erba ebbe una sinistra e inconsapevole fascinazione, come accaduto del resto a altri intellettuali, basti pensare a uno dei più grandi scrittori del nostro Novecento quali Carlo Emilio Gadda il quale, se da buon “reazionario” e tradizionalista vedeva nelle idee propugnate dal regime una sorta di protezione di tipo materno e quasi patologico, non mancherà di denunciarne con una sorta di comprensione tardiva, quello che può anche fare la letteratura, sbeffeggiando, schernendo, e denunciando nel suo modo letterariamente sublime le angherie e la volgarità del regime in un’opera come Eros e Priapo.
Tra i due estremi dell’opera di Ottieri, per quanto serva fare tali catalogazioni in uno scrittore e possano ricorrere tematiche e sfumature che ne abbiano in ogni caso attraversato l’intera produzione, si collocano gli scritti più compiuti e caratterizzanti, quelli della cosiddetta fase “industriale” con romanzi quali Tempi stretti (1957), una lucida e impietosa analisi che mette in relazione la causalità psicologica a quella economica e viceversa, uno dei temi fondanti di tutta la riflessione di Ottieri, una sorta di saggio sociologico, un’ibridazione che è tipica di tutta la sua produzione, nel quale Ottieri analizza con spirito critico e amara consapevolezza le dinamiche dei rapporti umani nell’epoca del passaggio dalla civiltà contadina a quella dell’industrializzazione e della società dei consumi nel nostro paese, con un’acutezza di sguardo e preveggenza che ricorda il Pasolini della “scomparsa delle lucciole”, Pasolini che è stato anche amico di lettere e confidente di Ottieri e al quale lo scrittore ricordando la sua morte del 1975 dedicherà dei versi struggenti e potenti nel suo Poema osceno: “Pasolini è morto,/ anche se della sua morte/ non mi rassegnerò mai” e pochi versi dopo aggiunge: “Gramsci, Pasolini, Volponi/ sono gli ultimi maestri/ perché sono poeti del coraggio/ rischiano la morte / come i giudici di Palermo”.
Sulla stessa linea di Tempi Stretti si pone Donnarumma all’assalto, forse l’opera più nota e letta di Ottieri, narrazione drammatica e realistica del tutto sui generis che trae ispirazione dall’impiego dell’autore nell’ufficio personale presso lo stabilimento Olivetti di Pozzuoli, e in modo ancora più esaustivo e illuminante si pone La linea gotica, volume del 1963 che è una sorta di taccuino del decennio 1948-1958, un diario, una delle forme predilette da Ottieri, che gli permette di mantenersi sempre in bilico tra analisi sociale e individuale.
Contraddizione e scissione
Ottiero Ottieri può essere definito lo scrittore (uno dei più grandi del nostro Novecento) della contraddizione e della scissione, tematiche che saranno preponderanti nelle sue opere della lunga fase “psicopatologica” della sua scrittura, in libri come Campo di Concentrazione o Contessa fino al più tardo Cery, nei quali i temi del disagio psichico e del condizionamento sociale e culturale come origine delle paure individuali e delle nevrosi sono affrontati in modo diretto, scissioni che lo attraversano personalmente (Campo di concentrazione è infatti il resoconto del suo soggiorno in una clinica svizzera tra il 1970 e 1971 per una crisi depressiva) e che troviamo rappresentate in molti suoi personaggi, fra cui l’Alberto di Improvvisa la vita, uno degli alter ego di Ottieri, una scissione e un dramma anche metodologico e estetico, come mostrato nelle sue opere “industriali”, quelle nelle quali viene ribadito a più riprese un concetto: più si è calati dentro il mondo della fabbrica, dice Ottieri (della produzione e del lavoro per esteso) facendo parte egli stesso della macchina, nella fattispecie quella della produzione culturale, nei suoi tempi stretti, nella morsa, è impossibile in tal modo scrivere con il dovuto distacco intellettuale dell’alienazione e del suo portato nevrotico. Non essendovici calati invece non si riesce a percepirne la realtà, non si può cioè scrivere della fabbrica standone fuori e viceversa. In questo teorema d’incompletezza e intima contraddizione si agita gran parte dell’opera di Ottieri, il borghese, di buona famiglia e buoni studi, condizione vissuta essa stessa come una lacerazione, lui che si troverà a sua volta coinvolto in quel “lavoro culturale” di cui ha scritto Luciano Bianciardi, e che pure aveva cercato, fuggendo dall’asfittica Roma per dirigersi a Milano per narrare in presa diretta il mondo della produzione con l’alienazione a essa correlata, andando a indagare i legami tra disagio psichico e mondo del lavoro e della produzione capitalistica.
Un disilluso intellettuale di sinistra
Può essere solo con lo scoccare “improvviso della vita”, il titolo del romanzo del 1987 è stato suggerito da Valentino Bompiani, zio di Silvana Mauri con la quale Ottieri convolerà a nozze, che lo scrittore sembra voler inserire nel suo discorso narrativo la dimensione, più intima, privata, esistenziale e persino sessuale, mettendo termine alla fase cosiddetta “psicopatologica” della sua scrittura, benché lo sfondo sociale e “psicosociale” rimanga il riferimento obbligato. Ottieri arriverà persino a definire il protagonista del suo romanzo del 1987 un non-nevrotico, in un romanzo che potremmo quindi pensare come un inno alla leggerezza e una sorta di liberazione, da capire se le cose stiano veramente così: Alberto è uno scapolo cinquantenne che vive nella grigia Milano con un padre ottantenne nostalgico del regime fascista, tanto che immagina di parlare al telefono con Mussolini. Fa parte della catena editoriale, lavora come correttore di bozze in una casa editrice e incarna il prototipo dell’intellettuale di sinistra disilluso. È un marxista più o meno convinto alle prese con le speranze rivoluzionarie tradite e soprattutto con una pancia ingombrante che si pone a ostacolo fra di lui e l’amore di una donna, la possibile fine di ogni scissione.
La dieta di lusso
Una pancia reale ma anche metaforica, altamente simbolica, e che esprime ogni sorta di impedimento al raggiungimento di una pienezza, di un contatto, della felicità forse, individuale o collettiva che sia. L’imperativo di Alberto è l’amore di una donna piuttosto che la carriera, la sua pancia è l’ostacolo. Per questo motivo decide di imbarcarsi in una vacanza-cura in una sorta di resort di lusso per ricchi (cosa che lui non è) in Andalusia. Un’ambientazione così lontana dalla Pozzuoli dove era impiegato presso l’ufficio personale della Olivetti, come pure da Ivrea dove Olivetti stesso lo richiamerà, e in ogni caso dal grande nord e dal mito della fabbrica degli anni del boom economico e da quelli della contestazione, dal capitale, dal lavoro, dalle lotte sindacali che traspirano dai taccuini di La linea gotica. In Andalusia, nell’assolata e mondana Marbella quelli sono solo echi lontani. La Casa della Respirazione (questo il nome della struttura alla quale Alberto affida le sue speranze di rinascita e di dimagrimento) è qualcosa a metà strada tra un resort o clinica di lusso contro l’obesità per ricchi annoiati e una comunità new age nella quale mettere in atto una riconfigurazione e aggiustamento tra corpo e spirito. Qui vi soggiornano persone affette da diverse ossessioni o lacerazioni: chi per un amore non corrisposto, chi per la malinconia e la noia della quotidianità, chi per il senso incombente della vecchiaia, chi con tutte queste cose contemporaneamente e in ogni caso espressione di conflitti interiori irrisolti e forse irrisolvibili.
La parodia della spinta spiritualistica
Negli stessi anni della scrittura del romanzo la modaiola spinta spiritualistica condita di orientalismi, meditazione e più o meno astruse discipline prendevano piede nel secolarizzato occidente. Non manca in tale ambientazione un intento parodistico da parte di Ottieri. Tra sedute di yoga, rigide diete che ricordano un vecchio film di Fantozzi, bagni, massaggi, ginnastica “bioenergetica” e sedute di agopuntura, si svolge il percorso del protagonista. All’ agopuntore Alberto arriverà a chiedere se quegli aghi riescano a dominare i conflitti e le contraddizioni aggiungendo: “Io sono tutto una contraddizione. Sono povero e sono venuto in una casa per miliardari, sono comunista e odio la violenza, sono un letterato e non scrivo, amo le donne e ne ho paura”, lui che è convinto, ed è per questo che ha intrapreso questa sorta di avventura dando fondo a tutti i suoi risparmi, che la sua pancia una volta “rientrata in dentro come una fisarmonica” potrà farlo godere di un nuovo inizio, dell’amore di una donna, di una promessa di felicità. Non mancano i giochi di seduzione e le fantasticherie amorose tra gli ospiti nella Casa della Respirazione, soprattutto da parte di Alberto, per il quale il voler stabilire un contatto con una donna sembra avere un’impellenza fisiologica, lui che prima si infatua di una sfuggente francese e successivamente di un altrettanto sfuggente olandese con la quale tuttavia sembra poter nascere qualcosa.
L’impotenza psichica
Lo snodo del romanzo può forse essere individuato in questo aspetto della narrazione, quello che parla del rapporto di Alberto con la seducente olandese Els, come puntualmente nota Emanuele Trevi nella sua prefazione, e in questo confermando Ottiero Ottieri come lo scrittore della contraddizione e della lacerazione. Tale lettura si incentra prendendo spunto niente po’ di meno che da uno studio di Sigmund Freud sulla cosiddetta “impotenza psichica” come illustrato nel saggio del padre della psicanalisi dal titolo Sulla più comune degradazione della vita amorosa, nel quale viene messa in luce la disfunzione che si manifesta nel contrasto tra sentimento che possiamo definire “romantico” e “sensuale” e quindi erotico del desiderio amoroso. Ove ciò si manifesta, come nel caso di Alberto con l’affascinate Els con la quale sviluppa una sorta di immobilismo, amoroso-emozionale, nascono i problemi che si concretizzano nel fatto che tali individui «dove amano non provano desiderio, e dove lo provano non possano amare» (Freud).
Tra Spagna e Marocco
Sono quindi molte le chiavi di lettura di questo affascinante e “improvviso” romanzo di Ottiero Ottieri, nel quale la narrazione in terza persona è alternata al diario, dando alla stessa contemporaneo distacco e intimità e che ha come protagonista il (non nevrotico?) protagonista Alberto, lui che annota scrupolosamente le sue esperienze alla Casa della Respirazione e le sue giornate in un diario sorseggiando tè dalle cinque alle sette del pomeriggio in un caffè di Marbella, lui che da lì, dopo le vicissitudini e le sue fallimentari aspirazioni amorose alla Casa della Respirazione che pure costituiscono già un risveglio alla vita e una rinascita, inizierà a volgere il timone dei suoi pensieri e delle sue fantasticherie verso la non lontana costa del Marocco. La sua decisione di proseguire per l’Africa è espressione di un miraggio, della libertà, la rinascita auspicata. Il Marocco esemplificazione di un ipotetico Eldorado, il sud del mondo ancora non contaminato dalla nostra cosiddetta civiltà industriale, grigia e sclerotizzata darà al romanzo una coloritura on the road con le vivide descrizioni del paese africano, del percorso del protagonista da Casablanca a Marrakech, con l’intenzione di volgere ancora più a sud, fino a dove la sabbia del mare incontra quella del deserto, Marocco dove inaspettatamente incontrerà di nuovo la sua bella olandese e dove avverrà (o non avverrà) il loro contatto.
Un romanzo Improvvisa la vita che ci fa anche sorridere dicendo allo stesso tempo cose importanti sulla vita e sulla morte, sul senso della giustizia e sulle illusioni, solo in apparenza leggero, solare e liberatorio ma coerente e consequenziale a tutta l’opera di un autore che ha saputo indagare con acutezza e poeticità le contraddizioni, i mali morali, i caratteri psicologici e le lacerazioni individuali spesso indotte dalla società cosiddetta industriale ove regna l’efficientismo produttivo e il consumismo più sfrenato, l’arrivismo, l’indifferenza e l’ipocrisia, un romanzo nel quale non si può non notare un intento parodico sulla cosiddetta ideologia del riflusso. Siamo infatti negli anni Ottanta, quelli del ripiegamento nella dimensione privata, dell’edonismo, dello yuppismo e della fine degli ideali rivoluzionari, della disillusione sui destini collettivi, periodo nel quale le grandi ideologie dei decenni precedenti sono affogate nel disinganno, e sarà lo stesso Ottieri a denunciare il fallimento delle velleità rivoluzionarie della classe operaia addomesticata con qualche elettrodomestico, riflettendo amaramente sul fatto che: «le previsioni di Marx si sono sciolte come neve al sole della nuova tecnologia e dell’era elettronica».
Una visione disincantata della vita, del progresso e del progressismo con la quale Ottieri si è sempre confrontato, registrandone le dinamiche e con questo denunciando lo stato delle cose in modo critico e quindi “politico”, senza mai mettere a tacere l’individuo e i suoi gorghi più intimi e oscuri, in un modo che ha attraversato in modo alterno e apparentemente contraddittorio tutta la sua produzione. In uno degli ultimi brani di La linea gotica, che segnerà il passaggio dalla sua fase “industriale” a quella “psicopatologica” scriverà: «Più letteratura, basta con l’infatuazione sociologica». In realtà la seconda fase non è altro che il compimento integrale della prima e espressione della tipica condizione bifronte di chi scrive: partecipazione al mondo e fuga, militanza e diserzione. Un apparente contrasto che in pochi come in Ottiero Ottieri si è espresso in modo così cristallino e poetico, un autore che per la qualità della materia letteraria e l’attento sguardo da sociologo sul mondo del lavoro e del modo di produzione capitalistico si lega al passaggio da una civiltà contadina a una industriale e che ha saputo rappresentare con lucidità, schiettezza e e in modo illuminante la realtà sociale del secondo Novecento, svelando gli effetti di certe dinamiche sociali e andando a indagare nell’animo umano, scoprendo come queste abbiano prodotto traumi e trasformazioni mai completamente assimilati, un autore che descrivendo un pezzo di mondo e di società ha saputo scavare soprattutto nei vissuti esistenziali e in una società che è la stessa nella quale ci troviamo a vivere, con le stesse nevrosi che la attraversano, a meno che non sbocci, improvvisa, la vita.
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