La Sicilia di montagna, viaggio nel tempo di Luca Alerci

È un excursus scientifico, letterario ed emotivo, quello di Luca Alerci nel volume “Viaggio nell’Appennino siciliano”. Tra le pagine si dispiega una Sicilia non da esportazione, anche se gli effetti dei cambiamenti climatici globali arrivano anche nel cuore dell’Isola. Ai percorsi, evocati con sguardo partecipe, si aggiungono due racconti finali…

Racchiuso in novantasei pagine, Viaggio nell’Appennino siciliano di Luca Alerci è un testo composito, scorrevole, denso di suggestioni, anche amare, e di spunti originali e perciò non facile da sintetizzare. Non facile anche perché vi convivono lo sguardo scientifico dell’agronomo e dello studioso di clima, quello del “nativo” cresciuto e tuttora residente in quei luoghi, col suo vissuto emotivo, e quello dell’appassionato di letteratura siciliana.

La tessitura di una trama

Si tratta della settima (e più recente) pubblicazione della collana “appenninica” dell’editore Tarka, dedicata interamente alla colonna vertebrale dell’Italia, mappata per aree dal punto di vista naturalistico, antropologico, artistico, economico… Suddiviso in quattro capitoli, e con undici foto in bianco e nero dell’autore, è anzitutto un viaggio nell’accezione, propria del termine, di spostamento all’interno dello spazio definito dal titolo, un itinerario che inizia da Fiumefreddo di Sicilia, a ridosso del mar Jonio, e si conclude sul “contrafforte” dei monti Erei, con l’Altesina (la cima più alta, 1.182 metri) al centro dell’isola, di fronte a Enna, città dell’autore e capoluogo di provincia più alto d’Italia. Il viaggio nell’Appennino siciliano può assomigliare alla tessitura di una trama: si va da sud a nord e viceversa, e poi da oriente a occidente, si tesse un ordito attraverso i valichi e le cime principali che segnano la dorsale [p. 2], lungo o attraverso le catene dei Nebrodi (che raggiungono i 1.847 metri) e delle Madonie (1.979 metri la cima più alta). Una Sicilia di montagna, con i suoi faggi – essenze delle foreste di latifoglie europee – che qui crescono oltre i 1.300 di altitudine, appena sopra la fascia degli aceri, delle grandi quercete, dei tassi e degli alberi di alta collina, di noci e castagni, con la varietà autoctona – in alcune zone – di abeti bianchi, e con le radure, i sorprendenti specchi d’acqua, la cui superfice congela nelle prime settimane dell’anno, le sorgenti…

Di nebbia, vento e neve

Ambienti attraversati e descritti dallo sguardo coinvolto, partecipe dell’agronomo che vi è nato e cresciuto. Molti dei centri abitati di queste zone, soprattutto quelle al di sopra dei 700 metri (Enna, Nicosia, Floresta, Cesarò, Capizzi, Mistretta, Polizzi Generosa, Gangi, Geraci Siculo, Petralia Soprana e Petralia Sottana, Sperlinga, Troina, Piazza Armerina, San Fratello e altri) vivono (ma forse sarà più corretto usare l’imperfetto) inverni con oltre 140 giorni di nebbia all’anno, venti insistenti e nevi che perdurano per parecchie settimane. Una Sicilia molto diversa, insomma, da quella vulgata, “da esportazione”, perennemente infuocata e assolata, di pianura, che esibisce la propria mitica, esistenziale “insularità” con la presenza, concreta o virtuale, del mare. Ma da Ulisse in poi, il mare è addio oppure, solo per gli eroi, ritorno. Può ancora la Sicilia essere eterna Itaca? Per molti aspetti sì; tanti, però, non sono mai più tornati, o quando tornano non sono più loro, come in un viaggio interstellare, sono più giovani, o più vecchi, hanno esplorato, insomma mondi diversi. Ma siamo tutti un po’ stanchi di questa diversità. [p. 61]

Desertificazione ambientale e sociale

Ma è anche, inevitabilmente, un viaggio nel tempo e quindi nel cambiamento, con attività, inscindibilmente legate al territorio, ormai scomparse (la produzione di ghiaccio, la pastorizia con mandrie brade, il lavoro dei carbonai…) o in crisi (la corilicoltura sui terrazzamenti…), con un intenso rimboschimento − non sempre con essenze autoctone − seguìto alla deforestazione selvaggia, con il ripopolamento del grifone… Il lungo, brumoso inverno tipico delle zone, dalla fine del millennio scorso va inoltre risentendo sensibilmente degli effetti del cambiamento climatico globale, con le persistenti ondate di eccezionale calore e di siccità di quella che Alerci definisce un’invasiva “neo-estate”: un’innegabile svolta, accentuatasi negli ultimi anni, che ormai va ben oltre la tradizionale estate mediterranea. Alla desertificazione del territorio si affianca poi quella sociale, altrettanto diffusa, dell’emigrazione. È inevitabile per l’autore interrogarsi, preoccupato e risentito, sulla direzione che sta prendendo la Sicilia di montagna, «anche perché per molti neanche esiste una Sicilia di montagna. Ma perché le cose qui devono per forza essere vissute al passato? Perché la testimonianza delle vite non riesce a essere strumento di progresso? Non è vero che nulla cambia, questo no, non accetto che la provocazione sciasciana sia assunta a vezzo, come fanno troppi intellettuali della mia terra. Ma resta l’incapacità di fondare nuove e durature tradizioni, nuovi orizzonti; resta il peso di essere frontiera della civiltà europea, avanguardia e retroguardia insieme, ruolo troppo complesso per noi». [p. 21]

Gli scrittori degli altipiani

Citato en passant, l’autore del Giorno della civetta ritorna come punto essenziale di riferimento nel secondo e nel terzo capitolo, Le foreste imbalsamate e Le stagioni dell’Appennino siciliano, nei quali il viaggio del capitolo iniziale (che coincide col titolo del libro) viene ripreso, ma attraverso gli autori che hanno dato voce alla Sicilia di montagna. Secondo Luca Alerci, infatti, ad alcuni testi di narrativa e soprattutto alla saggistica letteraria di Sciascia – definito il sublime ordinatore – si deve la rappresentazione dei diversi, variegati paesaggi, naturali e antropologici, dell’isola nella sua complessa, anche stridente, eterogeneità. È Sciascia a riportare l’attenzione distratta dei lettori e della critica sulle opere degli scrittori degli altipiani: Savarese (da cui egli trasse ispirazione per le sue parrocchie di Regalpetra), Borgese e Lanza. Una letteratura dal forte senso etico e, indirettamente, civile quella di Sciascia, nel solco della letteratura dei doveri tracciata da Vittorini, ferme restando le differenti scelte espressive e stilistiche fra i due; anche il secondo fra l’altro era giunto a mappare aree d’altura ne Le città del mondo. Sarà Consolo a fare da trait d’union fra i due: amico e sodale di Sciascia, si mette sulle orme di Vittorini, inseguendo con lui la Sicilia fredda, austera e progressista del Gran Lombardo. Sciascia e Consolo (quest’ultimo presenza anche viva, reale nell’esperienza dell’autore), tornano ancora, veri numi tutelari del libro insieme a Nino De Vita – amico e poeta apprezzato da entrambi – insieme ai testi di Quasimodo (citato più volte e fin dal capitolo iniziale), di Patti, Piccolo, Tomasi di Lampedusa (naturalmente), nelle pagine dedicate alle stagioni dell’Appennino, oscillanti fra intensi o trasognati ricordi personali, citazioni letterarie, riferimenti musicali, cinematografici e fotografici, antropologici sul lutto e la socialità, riflessioni e letture metaforiche delle stagioni o di alcuni mesi in particolare, legati a quei luoghi “a parte” che sono il mondo della Sicilia di montagna («Tutto l’inverno, da novembre a marzo, è un lungo ricordo, non un tempo per vivere ma un tempo per rivivere» [p. 52]),

La sparizione

Così, quando si giunge al quarto e ultimo capitolo, Vite nell’Appennino siciliano, non ci si sorprende di trovarvi due racconti, basati, ci dice l’autore, su vicende realmente accadute. Il primo e più breve, una sorta di fiaba popolare, La raccolta delle noci, è narrato in prima persona da uno dei personaggi, allora ragazzino, ed è centrato su Vicio, un uomo anziano che vive fuori dal centro abitato e che ama raccontare storie sui luoghi della valle. L’uomo si appresta, come ogni anno, a inizio d’autunno, a raccogliere le noci dal suo albero maestoso di fronte all’ingresso di casa. Mancando proprio lì, insolitamente, la gatta di Vicio, il ragazzo-narratore si inoltra fra la macchia, i filari dei frutteti e i terrazzamenti, inseguendo il suo miagolio… Il racconto si chiude, pochi mesi dopo, con la morte di Vicio, la scomparsa della gatta e la distruzione del noce, tagliato durante i lavori di sventramento per la costruzione di una strada panoramica. Una triplice sparizione del genius loci nelle sue forme umane, animali e vegetali, cacciato da una modernità orribilmente distruttiva. A raccontarne la storia, appunto, il ragazzo-testimone, memoria di ciò che è stato cancellato.

Un’allegoria della Sicilia centrale

Più lungo e articolato, il secondo racconto, Mortal giammai né Dio arse d’amor al par del mio possente, ci giunge attraverso la voce di un narratore esterno. Inoltre, sempre a differenza del primo (tutto ambientato in esterni) la narrazione qui si svolge quasi esclusivamente in interni: la casa del notaio e quelle di due sorelle: di Emilia Erea, da poco vedova, e – in particolare e per gran parte – quella di Erica, nubile e attempata. Una casa-bottega di famiglia, collegata a un grande antro scavato nella roccia, usato come magazzino: struttura non rara nelle abitazioni della zona, che sfruttavano grotte e cunicoli preesistenti. Rimasta da tempo ad abitarla da sola, Erica ha deciso di metterla in vendita, convincendo infine Emilia. Oltre ai suddetti, i personaggi che vi appaiono sono il segretario del notaio, un giovane che vorrebbe acquistare la casa (forse una proiezione dell’autore), un “lui”, unico, effimero amore di Erica, uno zio delle sorelle, impiccatosi nell’antro-magazzino. Lasciando al lettore la scoperta del dipanarsi della trama, col titolo che troverà un riscontro fra le ultime pagine, mi limito a considerare che, a esclusione delle sorelle (che peraltro hanno la medesima iniziale nei nomi) e del loro zio, dotato quanto meno di cognome (anche lui Erea), tutti gli altri personaggi sono privi di nome proprio e designati con gli stessi, generici appellativi che ho adoperato qui. Se poi si considera che l’unico cognome è decisamente “parlante”, la storia raccontata potrebbe essere letta come una sorta di ambigua, forse provocatoria o apotropaica, allegoria narrativa della Sicilia degli altipiani di oggi: dietro alla sparizione, termine chiave anche qui (come nel racconto precedente), ma volontaria, di Erica ed Emilia Erea, si cela l’intento di preservare strenuamente la memoria di ciò che è stato e non è più o di ciò che poteva essere e non è stato, in vista di una radiosa (illusoria?) speranza di resurrezione, assegnata ai posteri: “non redeo nisi victor”. Oppure si cela il mortifero, patologico attaccamento al passato e la rinuncia definitiva ad ogni ipotesi di aprirsi a un futuro e a un cambiamento che appaiono impossibili o privi di qualunque attrattiva.

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