Quindici consigli di lettura in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Quindici libri per capire e prendere coscienza, per riflettere e agire di conseguenza. L’eguaglianza e il rispetto passano anche dall’educazione e dalla cultura, contro le tante, spesso subdole, forme di violenza. Ecco i titoli indicati dalla nostra redazione
“La donna che sbatteva nelle porte” di Ronny Doyle (Guanda), traduzione di Giuliana Zeuli
Un ambiente gretto e maschilista, un’adolescenza irlandese d’immersione nel patriarcato, gli abusi subiti dal padre. Poi Paula Spencer trova l’amore e tutto sembra mutare, capovolgersi. L’amore con Charlo, però, sfocia nella violenza e nella brutalità e lei racconta tutto con un lungo flashback, davanti al cadavere del marito. Un romanzo che ha del miracoloso, che dovrebbe essere letto nelle scuole, negli ospedali, nelle parrocchie, nei club sportivi, nelle famiglie. (Arturo Bollino, qui tutti i suoi articoli)

“Paula Spencer” di Roddy Doyle (Guanda), traduzione di Giuliana Zeuli
Sequel de La donna che sbatteva nelle porte, Paula Spencer è un romanzo che ho letto appena pubblicato in Italia e che non mi ha più lasciato. Non è semplicemente un romanzo della violenza, ma delle cicatrici indelebili, dei segni che non vanno via, delle conseguenze con cui fare i conti forse per sempre. Ed è pure un romanzo della rinascita. Pagine che mi commuovono e mi danno forza e che, di tanto, in tanto, torno a leggere. (Susanna Bonfiglioli, qui tutti i suoi articoli)

“Le donne dietro la porta” di Ronny Doyle (Guanda), traduzione di Stefania De Franco
Paula è una donna di sessant’anni, ha un lavoro, una relazione e cerca di tenere lontani i ricordi di un passato doloroso fatto di alcolismo e violenze domestiche da parte dell’ex marito.
Un giorno la figlia Nicola si presenta alla sua porta in preda ad una crisi esistenziale, vuole rompere con il marito e lasciare la propria casa.
Inizia un confronto tra madre e figlia ma soprattutto tra donne, dove l’esperienza di Paula travalica il confine materno riportando alla luce episodi dolorosi ma di significato per la comprensione del futuro della figlia.
Una storia ambientata a Dublino durante il periodo del COVID-19, confinata e forzata in un ambiente domestico, che circoscrive le memorie degli abusi.
I ricordi non si cancellano ma Paula ha saputo andare avanti, trovare la propria libertà di donna e persino guardare alla vita con umorismo. Ed è con questo sguardo consapevole che abbraccia ora la figlia. (Vanessa Camozzi, qui tutti i suoi articoli)

“Sto ancora aspettando che qualcuno mi chieda scusa” di Michela Marzano (Rizzoli)
Una ricercatrice, una docente universitaria racconta la sua vita in una prospettiva di abusi.
Anna ha poco meno di cinquant’anni, un momento di bilanci e soprattutto un momento della vita in cui allo specchio una donna può fare i conti con la verità e la verità per Anna significa fare i conti con un passato di abusi.
Anna non è stata aggredita per strada di notte da uno sconosciuto, non ha vissuto uno stupro di guerra, non è stata oggetto di tratta di esseri umani, non ha dovuto vendere il proprio corpo per sfamare i propri figli.
Anna si presenta matura la consapevolezza di essere stata vittima di abusi continui, abusi perpetrati di continuo da uomini che sin da quando è poco più di una bambina guardano il suo corpo, lo desiderano, lo usano quando possono e lo gettano via senza che l’identità di Anna esista.
Il racconto che Marzano fa di questa donna porta la lettrice a una continua immedesimazione con la protagonista nel continuo scomparire attraverso l’annullamento della volontà di donna alla luce dell’uomo, del maschio.
Qual è il confine dell’abuso? Dove arriva il consenso? Quanto si può giustificare non aver capito un rifiuto?
Il libro è doloroso, una sorta di metodo di autocoscienza attraverso il racconto. Il dolore maggiore deriva però dalla mancanza di consapevolezza da parte dell’abusante: nessuno dei maschi che ha ferito, sconfitto, usato Anna le ha mai chiesto scusa.
La donna è costretta a fare i conti nella propria vita con il dolore provocato da altri, porta in sé l’abuso e la forza necessaria per superarlo (quando riesce a superarlo); l’abusante non porta con sé nulla che permetta un cambiamento.
Suggerisco vivamente la lettura di questo romanzo e lo consiglio soprattutto ai maschi per ogni volta che:
“ma dai, davvero devo mettere il preservativo?”
“ma avevo capito che lo volevi anche tu… poche storie”
“è solo uno schiaffo, non succede più, te lo giuro”
“ma che pretendi, che ti sposi?”
“la gravidanza non è un mio problema, potevi prendere la pillola”
“non volevo offenderti, sei tu che te la prendi per tutto”
“la prossima volta comportati diversamente altrimenti ti lascio”
“ma davvero esci vestita così?”
“guarda, ti spiego io cosa devi pensare, fare, dire, immaginare… sognare”
Il patriarcato non è non il problema di altri, il patriarcato è IL problema di tutte e tutti. (Anna Caputo, qui tutti i suoi articoli)

“Lui mi ama” di Thora Hjörleifsdóttir (Mondadori), traduzione di Silvia Cosimini
Una scrittrice islandese di prim’ordine, al primo romanzo, e dunque con un presumibile grande avvenire davanti a sé. Un libro che è un meccanismo – tutt’altro che freddo – di manipolazioni impalpabili, abusi impercettibili, piccoli mattoni di dolore, che mettono alle corde. Lei è una ventenne innamorata. Lui un ragazzo che sembra avere solo qualità, colto, vegetariano, di bell’aspetto. La convivenza è una sequela di piccole e grandi scoperte negative, di violenze psicologiche soprattutto, che scavano l’anima… (Giosuè Colomba, qui tutti i suoi articoli)

“Corpi violati. Condizionamenti educativi e violenze di genere” (Franco Angeli), a cura di Simonetta Ulivieri
Sembra che se ne parli tanto eppure del fenomeno culturale e strutturale ‘violenza’ se ne parla davvero poco. Se escludiamo la cronaca e i commenti ai fatti di cronaca è un qualcosa che praticamente non esiste. Invece esiste e la sua analisi necessita una lettura non sociologica o psicologica bensì pedagogica, perché educativo è il dispositivo che lo fonda e solo educativa sarà la via d’uscita. Questo è il grande messaggio del libro. (Irma Loredana Galgano, qui tutti i suoi articoli)

“Tra lei e me” di Giampaolo Simi (Sellerio)
Ossessioni, passioni, scelte sbagliate e inesorabili conseguenze. Una vivisezione dell’amore nella coppia, con le sue derive. Una agente immobiliare viene trovata morta e il compagno della vittima è indagato per il femminicidio. Accanto a lui c’è un avvocato che ha costruito la propria fama e la propria credibilità, difendendo donne vittime di violenza. Con il suo cliente inizia un corpo a corpo che… da leggere, in questa Giornata e in mille altre. (Giovanni Leti, qui tutti i suoi articoli)

“In nome di Ipazia. Riflessioni sul destino femminile” di Dacia Maraini (Solferino)
La più giovane, ma davvero, la più combattente e coerente delle nostre scrittrici, Dacia Maraini indaga da decenni la condizione femminile. E in questa raccolta di riflessioni e articoli, spesso pubblicati su quotidiani, conduce una battaglia senza fine contro la cultura patriarcale e del possesso, denunciando abusi, libertà negate e offese che hanno sfregiato donne di ogni tempo e Paese, ma anche la misoginia in contesti cinematografici e televisivi. (Salvatore Lo Iacono, qui tutti i suoi articoli)

“Favole da incubo” di Roberta Bruzzone ed Emanuela Valente (De Agostini)
Roberta Bruzzone ed Emanuela Valente in “Favole da incubo” propongono all’attenzione del lettore dieci casi di violenza contro le donne, in genere determinati dal persistere di stereotipi culturali che, nonostante lo pseudo evolversi della mentalità, continuano a determinare tanti femminicidi. Le autrici raccontano questi crimini per denunciare e fare acquisire consapevolezza al genere maschile dell’opportunità e necessità del superamento degli stereotipi di genere. Ma basta denunciare? Purtroppo no, finché i maschi non superano gli schemi mentali tradizionali e non acquisiscono consapevolezza della reciproca e pari funzionalità dell’uomo e della donna per il prosieguo della vita nel mondo. (Francesca Luzzio, qui tutti i suoi articoli)

“Magnifico e tremendo stava l’amore” di Maria Grazia Calandrone (Einaudi)
Una prosa lirica e densa di bagliori accompagna le vicende di Luciana e Domenico, due giovani innamorati che, dopo aver fatto carte false per poter stare insieme, distruggeranno pezzo dopo pezzo il loro amore così intenso. Maria Grazia Calandrone con Magnifico e tremendo stava l’amore trasforma in romanzo un episodio di cronaca nera del 2004, noto come il caso Cristallo. L’amore e la violenza sono due facce della stessa medaglia? I traumi del passato possono essere un’attenuante? È possibile al contempo essere sia vittima sia carnefice? Perché è così difficile denunciare? Magnifico e tremendo stava l’amore sottolinea l’importanza di leggi che possano davvero tutelare e che vengano applicate, ma soprattutto che le vittime vengano credute. (Michela Mastantuono, qui tutti i suoi articoli)

“Tess dei d’Uberville” di Thomas Hardy (Bur), traduzione di Monica Pareschi
Il mondo, per secoli, ha avuto un solo asse di rotazione: quello maschile.
Il resto — tutto ciò che portava un nome femminile — veniva trattato come appendice, decorazione, materia docile da correggere, educare, plasmare.
Un’inerzia culturale così profonda da sembrare naturale.
E poi c’è lei, Tess, che a un certo punto dice:
Questo abito è quello che egli mi ha messo indosso: ma non m’importa nulla di ciò che ha fatto di me!
Una frase che fende la pagina come un taglio netto: un rifiuto estremo, disperato, dell’identità che altri le hanno cucito addosso.
Thomas Hardy, nel 1891, consegna ai lettori vittoriani Tess dei D’Urberville, ma ciò che racconta non è una tragedia: è il funzionamento di una cultura. Un modello che rende la violenza un’abitudine, un automatismo, un circuito chiuso. Alec con il suo potere travestito da seduzione; la comunità con la sua morale che punisce chi è già stata punita. Tess che cerca scampo nel silenzio, scoprendo che il silenzio è solo una gabbia..
La sua storia, però, non è confinata all’Ottocento. Appartiene a ogni società in cui la donna viene giudicata per il male ricevuto, trattata come reperto mentre chi ha agito resta protetto, sfocato, giustificato. Tess è la domanda che non vorremmo più sentire — “perché non ha reagito?” — e l’equivoco che non smettiamo di ripetere: scambiare la violenza per fatalità.
Oggi, nella Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, il romanzo di Hardy non è un classico da riverire, ma uno specchio da sostenere senza tremare. Ci ricorda che la frattura più profonda non è quella inferta dagli eventi, ma quella scavata dal linguaggio: da come raccontiamo, da come assolviamo, da come guardiamo.
Leggere Tess oggi significa misurare la distanza — ancora fin troppo breve — fra allora e adesso.
E riconoscere che finché non cambieremo il modo in cui nominiamo la violenza, continueremo a scriverne la storia con volti nuovi ma identiche ferite. (Patrizia Picierro, qui tutti i suoi articoli)

“X” di Valentina Mira (Fandango)
Prima che succedesse a lei pensava così a una donna dopo uno stupro: “rimmel che cola sulla faccia mescolandosi a lacrime e moccio. Un’esplosione e non un’implosione.” Ma poi…“No. Per me non è andata così. Per me è stata la vittoria del silenzio sul rumore. Questa è la mia storia brutta raccontata male: i postumi del mio stupro, eccoli qui.” Valentina Mira è una giornalista che con questo suo esordio da scrittrice, X, utilizza proprio la scrittura come una specie di catarsi, perché Valentina non ha mai denunciato lo stupro né l’ha rivelato ai suoi genitori, solo a suo fratello che però non l’ha mai creduta perché amico dello stupratore. Con il fratello i rapporti si sono troncati e Valentina scrive una serie di lettere indirizzate a lui e racchiuse in questo libro, nelle quali lei non solo sfoga tutto ciò che ha tenuto chiuso dentro per tanto tempo ma racconta anche episodi della sua vita negli anni seguenti allo stupro. Il libro parla di una violenza che accade molto spesso in contesti “domestici” e di cui non si viene a conoscenza perché la maggior parte delle donne (il 90%) non denuncia, e Mira fa anche una lista dei possibili motivi che le scoraggiano a non farlo. Quindi ci presenta una realtà nascosta e taciuta, ma pur sempre una realtà. Inoltre il libro fa notare come subire avances indesiderate e molestie è pure una forma di violenza, soprattutto se cedervi diventa addirittura quasi necessario se si vuole avere quel posto di lavoro o ottenere un altro qualsiasi diritto. “Una felpa coprente, la mia divisa da colloquio, la mia divisa nella vita. La divisa di una che vuole essere valutata per il dentro, e con questo pensiero ce la mette sempre tutta a occultare il fuori.” (Elena Realino, qui tutti i suoi articoli)

“Mia” di Antonio Ferrara (Settenove)
Il romanzo Mia nasce da laboratori di scrittura in cui l’autore ha chiesto a studentesse e studenti di scuole italiane ed estere di mettersi nei panni della vittima di una qualsiasi forma di prevaricazione, descrivendo lo stato d’animo di quella condizione a partire da quanto immaginato, osservato o realmente vissuto. E così che la penna di Antonio Ferrara ha dato voce agli adolescenti, leggendone gli elaborati frutto di un percorso di educazione sentimentale e prevenzione del disagio, ha plasmato personaggi e trama del romanzo. Con un linguaggio vero, crudo e spesso tagliente, eco dei pensieri, delle riflessioni e dell’esperienza diretta o immaginata del mondo giovanile, Ferrara ci presenta la storia di Cesare, ragazzo di 15 anni finito in carcere per l’uccisione della sua fidanzata. Dalla cella in cui si trova, il protagonista, voce narrante, rivive tutte le tappe del suo rapporto con Stella e svela pensieri, atteggiamenti, sentimenti di un rapporto malato, basato sul possesso e la prevaricazione. Una storia terribilmente credibile, quella che racconta Ferrara e che troppo spesso porta a un femminicidio. Un’analisi spietata e veritiera di un amore malato, che annienta e controlla la libertà dell’altra mostrando l’idea di possesso e di donna oggetto. Una storia necessaria per riconoscere e individuare i sintomi di un rapporto tossico, le spie e i segnali di una relazione che può portare all’ennesima tragedia. Ci troviamo di fronte a una narrazione per nulla rassicurante, di cui conosciamo l’epilogo che dall’autore non viene celato sin dall’inizio, ma con l’intento di creare nel lettore impotenza e generare così voglia di reazione, di riscatto, di denuncia. Il romanzo di Ferrara dunque assume una speciale forma di educazione sentimentale di cui oggi ha bisogno la letteratura per ragazze e ragazzi, e rappresenta un punto di partenza per portare nelle classi la lettura ad alta voce condivisa con lo scopo di riflettere e dibattere su tematiche importanti e necessarie. (Maria Pia Ribaudo, qui tutti i suoi articoli)

“La disobbediente” di Elizabeth Fremantle (Libreria Pienogiorno)
Un tributo alla forza di Artemisia Gentileschi, tra arte, patriarcato e resilienza! Il romanzo narra la vita di Artemisia Gentileschi (1593–1653), pittrice barocca simbolo della lotta femminile contro l’oppressione patriarcale. Ambientato nella Roma del Seicento, il romanzo si concentra sulla sua adolescenza: la passione per l’arte trasmessa dal padre Orazio, anch’egli pittore, che però cerca di controllarne il talento e il destino, spingendola verso un matrimonio forzato .
La svolta drammatica avviene con lo stupro subito da Agostino Tassi, collega del padre, e il successivo processo in cui Artemisia, sottoposta a tortura, lotta per ottenere giustizia in un sistema giudiziario ostile . La vicenda si conclude con la sua rinascita come artista indipendente, culminando nella creazione di opere iconiche come *Giuditta che decapita Oloferne*, metafora della sua ribellione. (Arcangela Saverino, qui tutti i suoi articoli)

“Perché tornavi ogni estate” di Belén López Peiró (La Nuova Frontiera), traduzione di Amaranta Sbardella
Un turbinio di voci, di monologhi, di atti giudiziari, un coro greco di familiari: chi si rammarica, chi è solidale o chi scredita la vittima di uno stupro, aguzzino uno zio. L’autrice racconta l’orrore che ha segnato la sua infanzia e la sua intera esistenza, un passato che non può seppellire. Un carnefice, la perdita dell’innocenza, un’accusa a una società e a una rete familiare omertose, ciniche, responsabili. Ancora una volta il privato diventa pubblico. Un romanzo civile (Micol Treves, qui tutti i suoi articoli)

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