Torna in libreria “Il resto è silenzio”, unico romanzo dell’honduregno Augusto Monterroso, maestro del racconto breve. La storia di Eduardo Torres, fittizio autore messicano, è ricostruita attraverso le testimonianze non necessariamente affidabili di parenti e conoscenti. Lessico semplice, ironia sofisticata e autoironia implacabile in pagine imperdibili…
Vedi alla voce: scrittore di culto. Anche temerario, miniaturista noto per le sue prose brevi e non certo per esuberanti opere-mondo, ma capace di eccellere anche nell’unico romanzo scritto e pubblicato, e di intitolarlo con le ultime parole pronunciate da Amleto prima di morire. Augusto Monterroso in Italia sta vivendo una nuova vita editoriale grazie a Occam (ne abbiamo scritto qui e qui), sigla perugina, che pubblica pochi ottimi titoli. Fra i più recenti c’è Il resto è silenzio (192 pagine, 16 euro), tradotto da Gina Maneri. Monterroso, classe 1921, honduregno di nascita, eccezionale autodidatta che interruppe le elementari e fu inizialmente contabile in una macelleria, visse in Guatemala e, dopo un colpo di stato, arrivò in Messico come esule politico; morì nel febbraio 2003, con una splendida carriera letteraria alle spalle, culminata nel premio Principe delle Asturie. Tra gli anni Ottanta e i Novanta, in Italia, Sellerio lo aveva pubblicato insieme ad altri grandi classici dell’America meridionale (Ibargüengoitia, Carpentier, Puig, Walsh), magari non popolarissimi in Europa, ma di valore indiscutibile. Intuizione di Angelo Morino, la cui onda lunga avrebbe permesso di “ingaggiare” anche il cileno Roberto Bolaño tra i libri blu. Un cerchio chiuso, visto che Monterroso era uno dei due scrittori (l’altro era Juan Rulfo, che di Monterroso era amico) che Bolaño amava consigliare di più.
Un ritratto apocrifo in frammenti
Protagonista de Il resto è silenzio, direttamente o indirettamente, è Eduardo Torres, fantomatico scrittore messicano, una specie di alter ego di Monterroso, ma non del tutto affidabile nell’aderenza con l’originale. Ne testimoniano qualità e difetti (ha delegato alla consorte l’educazione dei figli, ad esempio), tic, abitudini, goffaggine e amore per i libri, in vari testi – un ritratto apocrifo in frammenti – la moglie Carmen (ispirata a Bárbara Jacobs, moglie per oltre trent’anni di Monterroso), il fratello Luis Jerónimo, il segretario Luciano Zamora. C’è chi divaga parecchio, soprattutto Luciano Zamora, chi, specie la moglie, cosparge di ironia – costatando ad esempio che grazie alla cultura la famiglia vive in povertà – le note biografiche di Torres, un tipo che appende alle pareti, nonostante non gli piacciano, quadri che amici pittori gli regalano. Oltre alle testimonianze sono riportati sulla pagina scritti dell’autore, aforismi (per esempio sulla debolezza della carne e su quella, maggiore, dello spirito) e massime per un supplemento domenicale, oltre a una sorta di nota conclusiva dello stesso Eduardo Torres.
Nel mirino se stesso e i letterati
C’è tanta sferzante ironia (autoironia?) a proposito di questo autore fittizio, celebrità locale, grande vecchio che riceve delegazioni di visitatori desiderosi di rendergli omaggio, eppure descritto, tra malizia e invidia, in modo poco lusinghiero da moglie e fratello: legge romanzi popolari, compera libri di seconda mano, commette errori grossolani, scrivendo, a volte si autocompiace troppo ed appare ridicolo. Con un lessico semplice, ma con ironia sofisticata, Monterroso prende di mira la società letteraria, con i suoi inganni e con le sue pedanterie. L’espediente è efficace, il risultato molto più che gradevole. Credete a chi vi dirà che il vero Augusto Monterroso si trova fra le pagine delle sue storie brevi, ma segnalategli questo romanzo delizioso di un autore grande quanto i grandi latinoamericani…
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