Nel suo “Sette donne” Lydie Salvayre non costruisce un semplice omaggio letterario: tesse un mosaico di destini inquieti, di voci femminili che non hanno mai accettato di stare al loro posto. Ogni capitolo è un incontro ravvicinato con scrittrici che hanno scardinato regole e decoro, spesso pagando il prezzo del proprio ardire
In un momento difficile della propria vita, l’autrice francese Lydie Salvayre si rivolge a sette scrittrici: Emily Brontë, Djuna Barnes, Sylvia Plath, Colette, Marina Cvetaeva, Virginia Woolf e Ingeborg Bachmann.
Fin dalle prime righe di Sette donne (232 pagine, 18 euro) – pubblicato in Italia da Prehistorica Editore con traduzioni di Lorenza Di Lella e Francesca Scala – risulta chiaro che le figure femminili evocate contribuiranno a delineare, in modo quasi speculare, l’identità letteraria della stessa autrice.
La letteratura come condizione d’esistenza
Salvayre consegna ai propri lettori un’opera che, con leggiadria, sfuma e supera i confini dei generi: non propriamente un romanzo, ma neppure un saggio; piuttosto un ibrido in cui la riflessione convive con la narrazione. Una tavola rotonda in cui la letteratura appare come condizione di esistenza: per chi legge e, inevitabilmente, per chi scrive.
Salvayre nutre una devozione autentica per ognuna di queste autrici. Ciascuna viene presentata attraverso un incipit capace di catturare subito l’attenzione.
Grazie a un gioco di continui rimandi tra passato e futuro, le sette scrittrici sono oggetto di letture e riletture incessanti da parte di Salvayre, senza però che questo entusiasmo si trasformi in accecamento. La sua prospettiva resta limpida e vigile: da lettrice rigorosa, prima ancora che autrice, riconosce tanto i punti di forza quanto le ombre, e non esita a mostrarle. Arriva persino a rivelare come certe loro peculiarità l’abbiano fatta tentennare rispetto al completamento di questa raccolta, così radicalmente sui generis.
Sette temerarie per le quali scrivere non equivale ad affacciarsi come turiste nel mondo della letteratura per poi, oplà, tornare alla cosiddetta vita vera. Per le quali la scrittura non è un orpello dell’esistenza. Per le quali la scrittura è l’esistenza stessa. Né più, né meno. E che si buttano a capofitto nella loro passione senza lasciarsi frenare dall’ostilità del contesto in cui vivono. Sette pazze, vi dico.
Sette pezzi di un puzzle letterario
Emily Brontë è la prima: una musa che scrive per necessità atmosferica, per dare un ritmo alle proprie tempeste interiori. Salvayre la racconta come un’autrice in grado di scuotere i salotti aristocratici londinesi, indignando un ambiente poco disposto ad accettare che forze oscure potessero essere affascinanti, travolgenti e parte integrante della passione umana.
Brontë mette a nudo l’ipocrisia della religione, delle convenzioni sociali, del «santo matrimonio» e della «santa religione»: idee inaccettabili per la società europea ottocentesca, tanto più se formulate da una donna.
Djuna Barnes è l’eccentrica del gruppo: teatrale, tagliente, incapace di fingere. Per lei la scrittura rappresenta l’ossatura stessa dell’artista, il luogo da cui far esplodere emozioni e rumore, in sintonia con la Parigi della Belle Époque, rifugio prediletto per americani dotati di sensibilità creativa.
Figura mondana, intensamente innamorata, sfrontata, ma non senza fragilità: ciò che ostenta come una maschera è anche la sua forma di difesa.
I testi di Sylvia Plath si opponevano all’idea che da una parte ci fosse l’arte e dall’altra, a distanza di sicurezza, la vita quotidiana. Plath «ha fatto entrare nella poesia le pentole sporche e le ciabatte», scrive Salvayre.
Colma d’ira, frustrata per il mancato riconoscimento delle sue opere (che arriva solo dopo la sua morte prematura), affina una voce lirica di feroce ironia, producendo alcuni dei suoi versi più intensi nel periodo più oscuro della sua vita. La tragedia di Plath non è uno sfondo, ma un materiale di lavoro: Salvayre la vede come una donna che prova a trattenere la vita con le unghie, fino a quando non le resta più nulla da stringere.
In Colette domina l’insolenza: scrive senza vergogna e senza chiedere permesso, portando nella letteratura il gusto del quotidiano, del desiderio, del piacere. Salvayre la descrive come una donna che non ha paura di guardarsi dentro, e che proprio per questo continua a disorientare chi vorrebbe ridurla a icona frivola.
A Marina Cvetaeva, invece, Salvayre guarda con un misto di ammirazione e terrore: la sua vita sembra una guerra contro il mondo e contro se stessa, combattuta a colpi di versi. Cvetaeva porta sulla pagina un rifiuto assoluto del conformismo, in qualunque forma. Poetessa dell’esilio, mossa da un bisogno inderogabile di verità, respinse sempre l’assoggettamento a ideologie dominanti, con l’intento di «strappare la maschera, anche se con la maschera vengono via la pelle e la carne».
Virginia Woolf è forse, al contempo, la più delicata e la più spietata delle sette. Delicata nel modo in cui percepisce ogni sfumatura della realtà, spietata nella lucidità con cui la analizza. Salvayre non la mette su un piedistallo; la segue nel suo cammino fragile e tenacissimo, che culmina in un gesto finale tanto tragico quanto coerente con la sua visione del mondo.
Infine, Ingeborg Bachmann, segnata dall’angoscia del suo tempo, incarna la lotta più moderna: quella contro le strutture del linguaggio stesso. Per lei scrivere significa scavare, disfare, ricostruire. Le ferite della storia, del patriarcato, dell’amore impossibile diventano materia poetica e filosofica. Figlia di un uomo che aveva appoggiato senza esitazione il nazismo, e innamorata di un poeta ebreo sopravvissuto allo sterminio, Salvayre la racconta come una donna che non smette mai di interrogarsi sul valore della lingua e della scrittura.
Muse di malinconia, lotta e perseveranza
Le sette muse di Salvayre, pur diverse tra loro, hanno qualcosa in comune: scrivono contro la rassegnazione, contro il silenzio, contro ciò che il mondo vuole imporre loro.
Sette donne lascia addosso la sensazione di aver condiviso una lunga chiacchierata con un’amica di sempre. Un’opera che coinvolge, emoziona e sorprende.
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