Soffia un vento di Mitteleuropa su “La frontiera”, classico del misconosciuto – a torto – Franco Vegliani, con una storia nella storia, quella, su un’isola dalmata, di un ufficiale dell’esercito italiano ai tempi del fascismo e l’altra, con protagonista un soldato dell’impero asburgico, morto in circostanze poco chiare…
Ci sono gli scrittori giuliani di ieri e di oggi. E poi ci sono quelli senza tempo, nel senso di dimenticati, che rischiano di non avere un domani. Trieste ha dato all’Italia ingegni di caratura internazionale, Italo Svevo, Boris Pahor, Claudio Magris, e poi Saba, Tomizza, il naturalizzato Pressburger, Stuparich, Quarantotti Gambini, Rebola, Covacich, Tamaro, per tacere di Bobi Bazlen, forse il più bravo di tutti. L’elenco sarà certamente più nutrito, ma fra i non citati solo i più attenti ripescheranno dalla memoria l’oggi misconosciuto Franco Vegliani, nato Sincovich, figlio di un magistrato, triestino nato nel 1915 e scomparso nel 1982, liceale a Fiume, studente universitario a Bologna, combattente durante la seconda guerra mondiale e, alla fine del conflitto, stabilitosi a Milano, dove lavorò come giornalista. La sua opera più famosa, divenuta film nel 1996, è La frontiera (248 pagine, 15 euro), edito inizialmente nel 1964 (tradotto anche all’estero, per esempio in Francia, Spagna e Croazia), poi due volte da Sellerio, nel 1988 e nel 1996, e adesso, con prefazione di Davide Tecce, andata a impreziosire il catalogo delle edizioni Abbot, casa ancora una volta abile a intercettare perle nascoste, sepolte nei cataloghi altrui.
Distanze spazio-temporali e dell’anima
Appartato e autentico, mai schiavo di pressioni editoriali, privo di riconoscimenti, tanto più unanimi, Franco Vegliani è stato a più riprese elogiato da uno dei suoi più noti concittadini, Magris, che ha definito La frontiera «un romanzo ricco di malinconia e di asciutta poesia, uno dei libri più belli della letteratura triestina del dopoguerra», e Franco Vegliani – che fu anche collaboratore e biografo di Curzio Malaparte – «un autore che ho amato sin dalla prima lettura, un amore che cresce nel tempo. Vegliani è inconfondibile per la tersa niditezza con la quale narra e fa emergere i chiaroscuri, le ambiguità della vita e della storia». Alieno ai giri letterari, riservato, apprezzato postumo ben più che in vita, allude col titolo di questo romanzo ripescato da Abbot – e su cui spira un deciso vento mitteleuropeo – a confini spazio-temporali, linguistici e anche dell’anima; e lo fa attraverso una doppia vicenda, in qualche modo, simbolicamente, convergente.
Generazioni diverse ma entusiasmi simili
Nelle due vicende parallele de La Frontiera – una storia nella storia – l’apparente elemento comune è un conflitto bellico, ma c’è di mezzo anche la gioventù, oltre a un confronto serrato con la violenza, con l’ambiguità e con la (presunta) gloria. Quello di Franco Vegliani è un romanzo di contraddizioni e segreti, di enigmi e ferite. C’è un narratore, certamente di qualche ascendenza autobiografica, un ufficiale dell’esercito italiano, in attesa di una nuova destinazione e in convalescenza su un’isola dalmata, dove incontra un ex funzionario delle dogane austroungariche. È il 1941 e Simeone, questo il nome dell’ex amministratore della dogana, racconta all’italiano la storia di un altro ufficiale, un guardiamarina dell’esercito austriaco, fedele all’impero asburgico, morto misteriosamente durante la Grande Guerra: il suo nome era Emidio e Simeone era sua zio. Di confini che dividono e collega, lacerano e ricuciono, di mondi temporalmente distanti ma intrecciati, di destini individuali che sono collettivi, di generazioni diverse ma dagli entusiasmi simili, che si intrecciano, di meccanismi narrativi impeccabili, vive questo volume ed è una magnifica notizia sapere di poterlo trovare in una libreria, oppure ordinare, procurarselo, perché fino a poco tempo fa il reperimento era diventato impossibile.
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