Saneh Sangsuk, se una notte d’inverno un monaco buddista…

Un vortice di superstizioni, credenze, visioni nel romanzo “Una storia vecchia come la pioggia” del thailandese Saneh Sangsuk, viaggio spirituale e fisico dell’abate di un tempio buddista. Sullo sfondo il capitalismo e l’arrivo di un progresso che distruggono e cancellano riti millenari…

Accade tutto in una notte d’inverno, nel villaggio di Phraek Nam Daeng, ai margini della giungla: un luogo sospeso tra storie e tradizioni che appartengono al passato e l’avanzare inesorabile del futuro. Qui la vita scorre secondo ritmi antichi, scandita dai cicli naturali, dai rituali millenari e dalle consuetudini locali, in un equilibrio fragile tra memoria e modernità. Dopo le precedenti edizioni, Utopia riporta in libreria Una storia vecchia come la pioggia (163 pagine, 16 euro) di Saneh Sangsuk, tradotto direttamente dal thailandese da Alice Cola. Un romanzo che intreccia magia e realismo, presentando un mondo in cui uomini, animali e spiriti condividono un’unica trama invisibile.

La frattura

Sangsuk apre il racconto nell’inverno dell’anno buddista 2510, immergendo il lettore nella quotidianità di Phraek Nam Daeng: le vicende del capo villaggio, le mode del tempo, la musica, le letture, i campioni di thai boxe, le abitudini di una comunità che si accinge a vivere il cambiamento che arriva da ovest. In questo scenario prende forma la figura del reverendo Thien Thmmapanyo, abate del tempio: novantatré anni, settantatré vissuti da monaco, quindici trascorsi in pellegrinaggio nei luoghi del Buddha. Un viaggio spirituale e fisico che lo ha formato e che, al ritorno, gli ha mostrato un mondo profondamente trasformato: la giungla della sua infanzia mutilata, gli animali dispersi, l’ordine antico sul punto di disfarsi. È dentro questa frattura – tra ciò che è stato e ciò che sta scomparendo – che si accende la memoria.

Il ritmo delle stagioni

Quella notte, attorno al fuoco, Thien comincia a raccontare storie già narrate molte volte, ma che ora tornano vive. «Era un narratore di favole che violava costantemente il precetto che vieta ai monaci di mentire, ma per i bambini era uno scrigno di storie magiche». Thien è un aedo thailandese, custode della tradizione orale e ponte tra passato e futuro. Nei suoi racconti trasmette la meraviglia e lo stupore che la natura sa generare: la giungla come luogo di timore e bellezza, teatro di pericoli, di morte e rinascita. Nel racconto la sua vita scorre seguendo il ritmo delle stagioni: l’infanzia, il rapporto con il padre Djampa, cacciatore puro che osteggia l’avanzare dell’agricoltura organizzata, la perdita della madre.

L’incontro con la tigre

In questa storia la giungla non è solo uno sfondo ma un personaggio vivo, che dona e pretende, all’interno della quale vivono elefanti, cobra reali, coccodrilli e soprattutto la tigre — demone selvaggio, incarnazione dello spirito della foresta. La tigre che non è solo antagonista ma simbolo di tutto ciò che resiste all’uomo, creatura temuta e venerata, portatrice di dolore (sua è la morte della madre di Thien) ma anche ultimo baluardo contro l’invasione della foresta. La sua presenza segna l’inizio della grande dualità tra uomo e natura, razionalità e superstizione. Quando Thien sposa Karaked e decide di «invadere la foresta» per trasformare la vita da cacciatori in vita agricola, il racconto entra nel cuore del conflitto. Si acquistano i buoi – che portano i nomi degli elementi naturali Terra, Acqua, Vento, Fuoco – per arare una terra che non vuole essere addomesticata. E proprio in quell’anno — «l’anno in cui stavo per passare dalla barbarie alla civiltà», ricorda Thien — l’incontro con la tigre segna «l’inizio del disastro della mia vita».

La memoria non consola, il presente non rassicura

La caccia alla tigre, ferita a una zampa da un istrice e da questa ferita resa più feroce, diventa ossessione, follia, vendetta. Una follia che trascina Djampa prima e Thien dopo. È qui che Sangsuk porta il lettore dentro un vortice di superstizioni, credenze, visioni: la magia si palesa come chiave interpretativa dell’indecifrabile e la natura come una potenza indomabile che presenta sempre il conto. Anche quando l’uomo tenta di vincere, la vittoria non può che coincidere con la perdita. Gli eventi tragici conducono Thien all’abbandono della vita ordinaria e al rifugio nella spiritualità. Da qui il lungo pellegrinaggio verso i luoghi del Buddha, il tentativo di espiare, di comprendere, di far pace con i propri errori. In Una storia vecchia come la pioggia la critica di Sangsuk è netta: l’invasione culturale procede come un altro tipo di tigre, inesorabile e spietata. La modernità incombe: l’occidentalizzazione, il capitalismo, l’arrivo di un progresso che promette benessere e invece assoggetta, distrugge, cancella riti millenari. Alla fine resta una voce che parla nella notte. Non per ricomporre un passato perduto, ma per indicare il punto in cui il mondo antico sfuma e quello nuovo non ha ancora preso forma. Le storie di Thien abitano proprio lì, in quella zona intermedia dove la memoria non consola e il presente non rassicura. Non offrono risposte, non chiedono adesione. Il resto rimane sullo sfondo, come una pioggia che non smette mai davvero, e che proprio per questo obbliga a restare in ascolto.

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