Nell’Oltretorrente della Parma antifascista, fra gli anni Venti e gli anni Quaranta, è ambientato “Quando i fiori avranno tempo per me” di Sara Gambazza: la storia di una prostituta, delle sue due figlie, di un bordello in cui trovano una famiglia, mentre il fascismo e la guerra imperversano, gli uomini partono per il fronte o diventano partigiani…
Un miracolo narrativo, un memorabile romanzo storico, un inno a Parma, città antifascista nel midollo, non a parole ma con i fatti, e alla sua zona più popolare, l’Oltretorrente, un inno alle sue vite ai margini. Protagonista prima Anita, detta la Bórda, prostituta che si svende per poche lire, e poi una delle sue due figlie, Ninfa, che sembra indirizzare la sua vita, altrove, e che chiamerà la propria figlia, come la madre, Anita. L’emiliana Sara Gambazza aveva già esordito con Ci sono mani che odorano di buono, per Longanesi, stesso editore che ha pubblicato anche il suo secondo romanzo, Quando i fiori avranno tempo per me (362 pagine, 18, 60 euro).
Due sorelle
Il libro finisce con un pianto misto a risate e un epilogo che potrebbe essere prologo di una nuova storia, l’autrice non ha resistito alla tentazione di lasciare un uscio spalancato per immaginare il futuro di Ninfa, personaggio liberamente ispirato alla propria nonna, che si muove in un contesto storico ben documentato, con alcuni degli episodi salienti della Resistenza dell’Oltretorrente contro squadristi, collaborazionisti e nazisti. Ninfa (che ha il dono, più maledetto che benedetto, di percepire l’odore della morte in chi è prossimo al trapasso) e la primogenita di Anita, Rosa, interrompono gli studi, perché devono lavorare, come domestiche o donne delle pulizie. Sara Gambazza ha costruito personaggi così vivi e capaci di evolversi (anche quelli, sulla carta, minori) che sono la forza del libro, con le sue piccole e grandi storie di orgoglio e di miseria, di famiglie allargate e di uomini che partono al fronte, perdendo tutto anche quando tornano vivi, a stento e sui propri piedi.
Donne allegre nella tristezza, coraggiose nel pericolo
La guerra di Anita contro un mondo in cui riesce a stento a sopravvivere non continua nel bugigattolo di cui fa fatica a pagare l’affitto, ma in un postribolo di fama non particolarmente brillante, al Borgo della Morte: lì trascina le due figlie, lì trova un gruppo di donne che sanno essere solidali nel dolore, allegre nella tristezza, coraggiose nel pericolo, dolci dietro una crosta burbera e intransigente, a cominciare dalla tenutaria Ida, una seconda madre per le figlie della Bórda, quando questa morirà, poco prima dell’8 settembre 1943. Vicoli miserabili, destini segnati, vite fatte solo di povertà e fatiche, e poi riscatti impensabili, promesse d’amor perduto, emarginazione e fame, agguati e bombe (anche degli Alleati). La mano felice di Sara Gambazza – che narra in terza persona, ma fa anche narrare in prima – conduce il lettore in particolare nella vita di Ninfa, bimba dall’occhio strabico, che vorrebbe studiare, anche se non può permetterselo, che ruba libri, che si innamora di un «uomo sbagliato» e dà alla luce una bambina, lontana da sua sorella e dai volti amici. Eppure la vita è bella e vale comunque la pena d’essere vissuta, ci dicono, capitolo dopo capitolo, le pagine di Quando i fiori avranno tempo per me, storia di donne (oltre alle protagoniste ci sono Pinna, Marianna, Olga, Renza….) certamente, ma in cui gli uomini hanno qualcosa da dire, fare, dimostrare, al di là di qualsiasi stereotipo.
Sentimenti destabilizzanti
L’amore in fondo, sembra ancora dirci Sara Gambazza, è la risposta. E lo dice con una lingua che è allo stesso tempo cruda e poetica. E così ci parla dell’amore. Nulla di rassicurante, naturalmente, nulla che possa risolvere problemi, semmai crearne, destabilizzare, sconvolgere, mettere in pericolo legami eterni. Eppure nell’inferno della guerra (che quasi sempre si combatte senza un perché), nel caos della ricostruzione, nell’abisso della povertà, anzi della miseria, vissuto perfino come una debolezza o come una colpa, l’amore fa la differenza, vale la pena, l’amore, profondo, naturale, magari anche istintivo che però, alla fine, «non spreme l’anima, la invita a mettersi comoda».
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