“Due racconti” di Leonard e Virginia Woolf fu il primo volume, stampato a mano, di The Hogart Press, la casa editrice dei coniugi Woolf, impresa nata come realtà amatoriale, ma poi impostasi, con la pubblicazione delle opere maggiori della scrittrice inglese e di altri noti contemporanei. Due storie stilisticamente agli antipodi, nonostante la complicità umana e professionale di moglie e marito…
C’era una volta The Hogart Press… e c’è ancora, a dire il vero, con la sua bella pagina Instagram e le sue autrici di grido in catalogo, Kiran Desai, Han Kang, Mariana Enriquez, Sally Rooney, Joyce Carol Oates, Cristina Rivera Garza, Margaret Atwood. Ma quello che è adesso un piccolo pianeta della galassia Penguin Random House, in origine, nel 1917, cioè nel bel mezzo della prima guerra mondiale, fu fondata da Virginia e Leonard Woolf e restò in vita, nell’assetto originale, dopo oltre cinquecento titoli pubblicati, fino al 1946, qualche anno dopo la scomparsa della cofondatrice, quando fu ceduta per la prima volta a più grandi realtà editoriali. Virginia Woolf alla Roberto Calasso, insomma: pubblicava i propri libri e quelli di notevoli colleghi. Rispetto al deus ex machina di Adelphi, però, Virginia Woolf partì proprio da zero, comprando col marito Leonard una tipografia con torchio manuale, stampando e rilegando cioè i volumi a mano. Iniziato come un passatempo, come un’impresa amatoriale, l’impegno della casa editrice divenne centrale per la coppia ed ebbe grandi successi, o comunque nomi di rilievo, a puntellarne felicemente l’attività: oltre ai romanzi della stessa Virginia Woolf, Hogart pubblicò T. S. Eliot, Cristopher Isherwood, Robert Graves, E.M. Forster, John Maynard Keynes, Katherine Mansfield, Italo Svevo, l’opera omnia di Sigmund Freud, ma anche pregevoli traduzioni di autori russi, da Dostoevskij, a Bunin, a Čechov. Pubblicazione mancata – per le pesantissime riserve di Virginia e, ufficialmente, per l’impossibilità di garantire la stampa di un volume così mastodontico, impegnativo e bisognoso di revisione – Ulisse di James Joyce. Virginia Woolf non resse fino in fondo peso e preoccupazioni della dimensione da editrice e cedette le sue copie a tale J. Lehmann, che era ormai il principale collaboratore del marito Leonard.
Inediti e riscoperte
Questa immensa scrittrice, Virginia Woolf, è più viva che mai. Da qualche mese, a ottant’anni dalla sua morte, il mondo anglofono ha accolto un suo libro ritrovato in forma di dattiloscritto, da una ricercatrice del Tennessee, e mai pubblicato prima, completato nel 1907, a venticinque anni: The life of Violet, tre racconti colmi d’umorismo, scritti da una giovane Woolf (che ancora si firmava Virginia Stephen), un piccolo scrigno ironico e divertito – ora edito dall’università di Pinceton – che fa a pugni con i tormenti e la depressione della maturità, preludio del suicidio. E anche in Italia qualcosa si muove. È arrivato per la prima volta il primo libro targato The Hogarth Press, Due racconti (63 pagine, 13 euro) di Virginia e Leonard Woolf, con le illustrazioni originali di Dora Carrington, quattro mini xilografie. Un racconto a testa per i coniugi Woolf, nel volume edito da Oligo, con la traduzione e cura di Sara Grosoli. Un’impresa d’altri tempi, che dopo la scrittura portò i coniugi Woolf a stampare centocinquanta esemplari del libro, quasi tutti venduti nel giro di pochi mesi, principalmente a parenti e ad amici.
Dialoghi e riflessioni
Il primo racconto, vergato da Leonard Woolf, che era nato in una famiglia ebraica, si intitola Tre ebrei, ed è una disillusa riflessione sul popolo eletto. Si svolge «all’ombra della sporca luce gialla di Londra», in una bella giornata di primavera inglese, e ha come protagonisti due ebrei che conversano a proposito di un terzo ebreo, il custode di un cimitero. Uomini ormai senza fede, in bilico fra appartenenza ed esclusione, circondati da un mondo che cambia troppo in fretta: «Siamo ebrei solo esternamente ora, nei nostri capelli neri e nei nostri grandi nasi, nel modo in cui stiamo in piedi e nel modo in cui camminiamo. Ma dentro di noi non siamo più ebrei». Ed è probabilmente così per i protagonisti del primo dialogo, ma non per il custode del camposanto, sorta di Giobbe alle prese con tragedie personali. Il controcanto di Virginia Woolf, che completa l’opera, è Il segno sul muro, primo vero accenno di quel flusso di coscienza («con quanta facilità i nostri pensieri sciamano…) che tornerà in opere maggiori, operazione agli antipodi, rispetto a quella del marito, pur complice nella vita e nella professione. Per il narratore di questo racconto di Virginia Woolf – dal finale che strappa un sorriso – osservare «una piccola macchia rotonda, nera sulla parete bianca» è il pretesto per sciorinare riflessioni, per interrogarsi sulla vita e sulla morte, per far congetture, per trasmettere sensazioni, lasciarsi trasportare sul filo dei pensieri, sui poeti greci e su Shakespeare, sulla gerarchia della chiesa anglicana.
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