#Austen250. La “mia” Jane scoperta in ritardo…

“Come ho potuto farne a meno finora?”. Se lo domanda una lettrice che fino a oggi non aveva ancora letto Jane Austen. Ha affrontato una “maratona” di alcuni giorni, con un vecchio volume di famiglia, per festeggiarne i 250 anni della nascita e ha scoperto che…

Si può arrivare alle soglie dei 40 anni senza aver mai letto Jane Austen? Questa è una storia di lettura dove si intrecciano, e mai abbinamento di parole fu più azzeccato, un pregiudizio – quello di dover affrontare una lettura ormai polverosa, pensata per “signorine” – e un orgoglio – quello cioè di aver ritrovato fortunosamente una copia di Orgoglio e pregiudizio del 1968 colma, nel senso più concreto, di affari e storie di famiglia. Quella stessa copia, con la sua copertina raffinata, una sovracoperta forse andata perduta, ma soprattutto un segnalibro che racconta in maniera deliziosa la storia d’amore dei miei genitori, è rimasta anni e anni a prendere la polvere sugli scaffali di casa, fino a subire un trasloco e ritrovarsi così trofeo sul comodino, dove ha presto trovato un altro luogo di sosta. Una lunga sosta.

Occorreva una scusa per sbloccare il pregiudizio, una scusa ben più potente dei tanti commenti di persone amiche e lettori che incoraggiavano a scoprire la scrittura di Jane Austen perché no, non era proprio come potevo pensare, me ne sarei sorpresa. E così eccomi, sollecitata nell’orgoglio da Lucialibri e dal suo parterre di accaniti e infallibili lettori, a inseguire una maratona per il 16 dicembre 2025: i 250 anni di Jane Austen. Una ricorrenza che porta con sé un’altra felice coincidenza: l’autrice condivide con me il mese di nascita, e per poco anche il giorno. Era insomma un segno del destino, ed è così che nelle ultime 48 ore mi sono ritrovata immersa nella storia della famiglia Bennet che scoprivo per la prima volta. A dire il vero no: non era la prima volta.

Il romanzo “gemello”

Troppo banale pensare al film. No, l’ingresso nel mondo delle sorelle Bennet da maritare io l’avevo fatto molti anni fa di sguincio, affacciata alle porte invisibili, quelle del retro, quelle da cui si sporgono occhi che nelle pagine della Austen sono citati, ma non parlano. La servitù, con il suo mondo solo apparentemente sotterraneo, è la prospettiva da cui prende piede Longbourn House (Einaudi) di Jo Baker, un romanzo che scelsi di getto, senza leggere né recensioni né paratesti. Non potevo quindi accorgermi che Longbourn House è la celebre tenuta di campagna della famiglia protagonista di Orgoglio e pregiudizio, né riconoscere i nomi dei personaggi citati, scoprire l’intreccio. O meglio, annusai qualcosa di letterario, che compresi meglio dopo, immaginando di aver rovinato per sempre la mia scoperta della storia originale, del suo intreccio e del finale.

L’interrogativo

La verità? Ora che la maratona si è conclusa e ho letto per la prima volta Orgoglio e pregiudizio per festeggiare i 250 anni di Jane Austen, penso che sia un romanzo di estrema, incredibile raffinatezza e acutezza. Come ho potuto farne a meno finora? Alle soglie dei 40 anni ne ho apprezzato tutta la magia che mi è sempre stata riferita e, lasciandomi trasportare dal mero piacere della lettura, mi sono appassionata alla storia tra Elizabeth e il signor Darcy, ho provato ansia, disprezzo, curiosità, un capitolo chiamava l’altro, fino al lieto fine atteso.

Certo, di quando in quando riecheggiavano le atmosfere vissute dall’altra parte e incamerate durante la lettura di Longbourn House: rivedevo i preparativi nelle cucine, percepivo il montare delle dicerie, mi accorgevo di quante volte la servitù è menzionata e di quando il tam tam del pettegolezzo diventa una nervatura scoperta in questa storia. Ma niente del mio primo approccio scorciato a questo romanzo avrebbe potuto mettere il silenziatore allo straordinario modo di scrivere della Austen. Sono andata a cercare l’anno di pubblicazione: il 1813. È sorprendente scoprire che un linguaggio narrativo messo a punto oltre due secoli fa è oggi ancora così efficace, così parlante, e così vero.

Scrittura vivissima

Pur mediata dal tempo e dalla traduzione (la mia, nell’edizione Fratelli Fabbri del ’68, di Maria Pia Balboni. Sarei curiosa di leggere una traduzione più recente) la scrittura della Austen è vivissima: lo sono le scelte narrative che ci permettono di entrare nei pensieri di Elizabeth, la protagonista, e vivere tutte le sfumature della sua emotività, lo sono gli espedienti con cui viene dipinto Darcy, e lo è tutto il descrivere che permette di fare la conoscenza dell’insieme di comprimari e di altri personaggi che prendono forma tra queste incantevoli pagine. Ognuno è cesellato attraverso atteggiamenti, rapidi ma emblematici gesti o intromissioni del narratore, e ciascuno è inserito in una complessità che non riguarda solo la trama, seppure ricca, ma l’animo umano.

Una signora di 250 anni che vorrei ascoltare e riascoltare

È delizioso raccogliere i frutti di una storia che, contenuta in un libro di oltre 50 anni fa, che a sua volta custodiva una narrazione ben più antica, mi ha saputa trascinare tra le sue righe a fare la conoscenza con i suoi personaggi per emozionarmi e colpirmi con la sua lucidità inaspettata. È una storia di sentimenti, sì, ma anche di grande razionalità e persino di sottile e godibilissima ironia. È un romanzo che riporta in un’epoca dove tutto era certo più lento e pacato di ora, ma dove la reputazione era altrettanto peculiare. Una storia dove il femminile parla con consapevolezza della conoscenza di sé, delle proprie stanze dove sostare a riflettere, dell’imparare le proprie emozioni e sentimenti, e perché no, del saper tornare sui propri passi per acciuffare una felicità possibile, nonostante tutto. Ancora sorpresa, e curiosa di addentrarmi nel boschetto delle opere di Jane Austen che ora voglio recuperare, mi domando come ho potuto attendere così tanto per farmi stregare da una signora di soli 250 anni che oggi vorrei ascoltare e riascoltare.

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