Marco Bellinazzo: “La verosimiglianza è un’arma potentissima…”

Dalla carta stampata al romanzo, con lo stesso rigore e con la capacità di costruire un’architettura romanzesca di storie e idee. Marco Bellinazzo ha esordito nella narrativa con “La colpa è di chi muore”, in cui un giornalista indaga sulla tratta dei baby calciatori. “Il protagonista? Non sono io – assicura Marco Bellinazzo – mi piacerebbe essere lui. Un saggio o un articolo, ti spiega in qualche modo la verità. La narrativa te la mostra in tutta la sua crudezza…”

La colpa è di chi muore (420 pagine, 19 euro) di Marco Bellinazzo, pubblicato da Fandango, è un sorprendente romanzo scritto da un giornalista. Non è scontato che chi scriva per quotidiani o periodici sappia architettare una trama ricca di azioni e idee, mettendosi al servizio di un’altra scrittura. Marco Bellinazzo ci riesce, sul solco di quello di cui si occupa di solito, gli aspetti economico-finanziari del calcio, anche quelli meno trasparenti. Il romanzo narra dei criminali che, senza scrupoli, orchestrano la tratta dei baby-calciatori, in particolare di giovani africani illusi con vari espedienti e che, quando va bene, tirano a campare nelle serie minori, quando non sprofondano nella miseria o, addirittura, sono fatti fuori.

Marco Bellinazzo, dopo tanti saggi, il passaggio alla narrativa con “La colpa è di chi muore” per Fandango, un noir presentato con bellissime parole da Maurizio de Giovanni, che ha come protagonista un ex ragazzo cresciuto nel rione Sanità. Quanta percentuale di autobiografia c’è nella figura del protagonista, il giornalista disilluso Dante Millesi, trapiantato in Lombardia?

«Dante Millesi, più che un giornalista disilluso, è un giornalista disperato e intransigente. Un mix di qualità, quasi opposte, che però lo rende pericoloso per chi governa i mondi che frequenta, ovvero quello del giornalismo e quello del calcio. Un giornalista che non è gestibile, che non vuole fare carriera, che non ha niente da guadagnare, è un pessimo investimento per il Potere, che non a caso tende a emarginarlo. Millesi ama le parole e ama la verità e crede nel senso più profondo della sua professione, in un modo quasi patetico, eppure per molti aspetti ammirevole. Ecco, al di là di qualche coincidenza biografica, io non sono Dante Millesi. Ma vorrei esserlo».

La libertà narrativa del romanzo le ha permesso di scrivere, anche trasfigurandole, di fatti o misteri che non sarebbe stato così semplice pubblicare sulla carta stampata?

«Nel corso degli anni mi sono imbattuto in tante storie di giocatori africani, anche di buon livello, che hanno vissuto esperienze drammatiche e a volte tragiche, “emigrando” in Europa. Ho sentito la necessità di capire quello che c’è dietro e ho scoperto cose che andavano ben oltre quello che immaginavo. Ingranaggi infernali, subdoli, in cui restano schiacciati ogni anno migliaia di ragazzi e di famiglie, quasi nel più assoluto disinteresse. Ho sentito, perciò, il bisogno di svelare dal di dentro questo fenomeno e di farlo conoscere al maggior numero di persone possibile. Un saggio o un articolo non erano sufficienti e d’altronde non mi è stato possibile provare, documenti alla mano, tutti gli aspetti di questa tratta che spesso si traduce in una vera e propria schiavizzazione. Quindi mi sono rifugiato nella narrativa. E posso dire, che la verosimiglianza è un’arma potentissima. Un saggio o un articolo, ti spiega in qualche modo la verità. La narrativa te la mostra in tutta la sua crudezza».

Un noir che denuncia verità scomode, il suo, a partire dal tema del traffico di giovani calciatori dall’Africa verso l’Europa, tra sogni che finiscono nel nulla e talenti divorati dal potere criminale ed economico. Quali reali fatti di cronaca hanno scatenato la voglia di raccontare pagine oscure del calcio d’oggi, lontane anni luce dai lustrini delle competizioni internazionali, dei trofei e dei calciatori che scrivono la storia di questo sport?

«Raramente queste vicende, soprattutto le più tragiche, approdano alla cronaca. Anche perché questi ragazzi si vergognano per il proprio fallimento e hanno paura per i loro familiari rimasti in Africa e che potrebbero subire conseguenze se loro si rivolgessero alle autorità. Al massimo ogni tanto si legge in qualche trafiletto di ragazzini africani tesserati per squadre anche professionistiche che a un certo punto si scopre avere una età, se non addirittura una identità diversa da quella dichiarata e nota. Però, ad esempio, un mese dopo l’uscita libro è stata raccontata da moltissimi la storia di Cheikh Touré, portiere delle giovanili dell’Esprit Foot Yeumbeul, una delle squadre di Dakar, in Senegal, partito con la promessa di andare a fare un provino in Marocco per un team professionistico e invece condotto a Kumasi, in Ghana, e sequestrato. Alla madre di Touré sono stati chiesti, come riportato dal sito Sénéweb, 1.300 euro di riscatto ma la donna è riuscita a raccoglierne poco più della metà e a farli pervenire ai rapitori. I quali hanno reagito non solo uccidendo l’ostaggio, ma anche inviando alcune foto del corpo alla famiglia. Con Cheikh c’erano due giovani compagni Bamba e Momo liberati dopo parecchie settimane grazie all’intervento del governo del Senegal».

Milano, Lagos e Parigi, nel suo romanzo, sono i vertici di un progetto criminale, di un traffico che unisce sfruttamento e finanza. Sono riferimenti geografici verosimili di un fenomeno – economico e sociale – comunque globale?

«Sì. Come detto, il romanzo intreccia narrativamente storie vere di un traffico di essere umani che usa questi percorsi, come altri, e usa questi ragazzi come merce o come “azioni” per speculare e ottenere il maggior ritorno possibile».

I suoi articoli sul Sole24ore traboccano spesso di ricerche di documenti e dati, strumenti indispensabili per un giornalista economico-sportivo. Per allestire questa trama romanzesca quanto è stata utile la sua attitudine alla ricerca e quanto il puro processo creativo di fiction?

«Direi che è stata fondamentale. Ho imparato un “nuovo mestiere”, quello dello scrittore di fiction, ed ho impiegato cinque anni a costruire un format” investigativo”, che però all’interno di una trama noir, ha richiesto precisione e conoscenze tecniche, anche di carattere giuridico e finanziario, non banali. Da questo punto di vista il “vecchio mestiere” di giornalista del Sole 24 ore è stato utilissimo».

Da una parte i sogni distrutti di tanti ragazzi africani, dall’altra l’idea del calcio come “terra delle rivoluzioni possibili”, in cui anche Davide può battere Golia. Come si conciliano queste due visioni?

«Sono le contraddizioni del calcio che è metafora e punto di osservazione unico della nostra società e della nostra coscienza oserei dire. Il successo planetario del calcio, la più diffusa e condivisa esperienza collettiva creata dal genere umano, si basa proprio sulla possibilità che in una partita i più deboli possano battere i più forti, i più poveri e diseredati possano avere la meglio sui più ricchi e blasonati. Ma proprio questo successo, e i riflessi economici che ne derivano, hanno reso il calcio un falò delle vanità, un appiglio di speranze e aspettative inaudite, e in definitiva un territorio in cui possono avere luogo le speculazioni più atroci, come quelli di chi fa soldi sfruttando i sogni di ragazzini che non hanno altro a cui aggrapparsi se non la passione e il proprio talento».

Seguici su FacebookXInstagramTelegramWhatsAppThreads e YouTube. Grazie

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *