Origine e metamorfosi, morfosintassi e fonologia, ragion d’essere e diffusione: nel volume “La lingua ebraica”, Sara Ferrari non perde di vista nessun aspetto grammaticale, ma anche storico, religioso e geopolitico, specialmente quelli più drammaticamente attuali, dopo gli orrori del 7 ottobre 2023 e dei due anni successivi. Un nuovo appuntamento con la nostra rubrica Area 22 (qui tutte le puntate), dedicata alla cultura e alla letteratura ebraica
Una delle più preziose Bussole dell’editore Carocci, collana di volumi agili ma pregni, che illuminano il cammino, indicano la strada, custodiscono mondi, e li introducono, riepilogano nodi cruciali. È il caso de La lingua ebraica (127 pagine, 13,50 euro) di Sara Ferrari, saggio denso di prospettive, non semplicemente grammaticali e linguistiche, ma anche storiche, geopolitiche, letterarie, religiose. Sara Ferrari, traduttrice e specialista che insegna in un ateneo milanese, è un’innamorata della lingua e della cultura ebraica, specialista di letteratura ebraica moderna e contemporanea, soprattutto di poesia, ed è capace di allestire un piccolo e completo manuale dell’ebraico, ragionando su quello biblico e su quello odierno, riconducibile sostanzialmente alla lingua che si parla in Israele, senza dimenticare la sua diffusione – figlia di un’eterna diaspora, anche quella attuale israeliana – negli Stati Uniti d’America, in Francia, in Gran Bretagna, ma perfino in Australia. Spazio e attenzione sono dedicati anche ai cosiddetti Jewish Languages, ovvero aramaico, giudaico-aramaico, yiddish (in via d’estinzione, ma diffusissimo prima della seconda guerra mondiale, fra gli ebrei askenaziti), ladino, giudeo-arabo, giudeo-italiano con molteplici dialetti.
Dai testi sacri alle contaminazioni
Lingua antichissima e affascinante, quella ebraica (cara a questa nostra rubrica, che si chiama Area 22, per via delle 22 lettere, tutte consonanti, che compongono l’alfabeto ebraico), eppure capace di diventare moderna e versatile, sebbene fosse inizialmente una lingua liturgica. Così la introduce e la racconta Sara Ferrari, la lingua ebraica non è mai morta davvero, e dunque nemmeno risorta: è sempre stata approfondita nei testi sacri, sopravvissuta a conquiste, contaminazioni, assimilazioni tentate, e certamente rifiorita e rivitalizzata nella sua forma orale e nella quotidianità. Origine, evoluzioni, ma anche morfosintassi e fonologia, per scegliere nel dettaglio e nell’uso pratico, Sara Ferrari regala un quadro essenziale ma completo.
Due questioni ineludibili e una speranza
Il volume di Sara Ferrari finisce per essere una cavalcata verso alcune ineludibili questioni del presente, che riguardano anche la lingua ebraica. Un paio di esempi? Quella che riguarda l’inclusività dal punto di vista del genere, per esempio. Badando bene al fatto che la distinzione di genere sarebbe una caratteristica centrale della grammatica della lingua ebraica. L’autrice scopre così che da anni, negli Usa, è in corso d’opera il dibattito e un progetto, in ambito universitario per modificare questo Dna dell’ebraico (dalle preghiere alle conversazioni quotidiane), con tanto di sito, Nonbinary Hebrew Project. Altra questione che non si può non affrontare è il rapporto con la terminologia che riguarda il conflitto israeliano-palestinese, in modo particolare dopo il 7 ottobre 2023 e tutto quello che di orribile è seguito. La riflessione più bella è il congedo delle ultimissime righe:
Non viene meno tuttavia la speranza in una lingua ebraica libera dalle costrizioni violente del territorio e della guerra, cui sia concesso di tornare infine ai valori di etica, umanesimo e giustizia sociale, proposti dal sionismo culturale delle origini, come i dibattiti interni all’opinione pubblica e culturale israeliana auspicano da almeno un decennio.
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