Shirley Jackson, oneste e comiche cronache domestiche

Né idilli né idealizzazioni o sentimentalismi in “Vita tra i selvaggi”, commedia familiare di Shirley Jackson con tanti tratti autobiografici ma anche significative omissioni. Tanti aneddoti comici della quotidianità, in una casa fatiscente nel Vermont, tra figli pestiferi e un marito imbranato. L’altra faccia della medaglia della regina del gotico…

Scopro subito le carte. Sdilinquirmi dinanzi a Shirley Jackson non è una mia abitudine, una mia priorità, una mia aspirazione. Sono sempre rimasta basita dinanzi a questo suo revival che in Italia ha preso corpo nell’ultima decina d’anni, mi ha sempre sorpreso l’accalcarsi di personalità e scrittori di varie nazionalità che, febbricitanti d’amore, la indicano come un faro, la loro corsa a farne un feticcio e un caposaldo, e mi hanno sempre sbigottito i ripetuti paragoni con scrittori da far tremare le vene, come Poe, Hawthorne e James. Di Shirley Jackson, della sua fantasia sadica, e dei suoi classici colmi di perturbante, ma capaci di restituire lo spirito del tempo, della regina americana del gotico, regina postuma più che altro, non mi è mai importato un fico secco. Ho però da poco scoperto il perché della celebrità del suo racconto La lotteria e, soprattutto, da pochissimo, ho messo occhi e mani su Vita tra i selvaggi (197 pagine, 19 euro), con bella traduzione di Monica Pareschi per Adelphi. Un volume di umoristiche cronache domestiche, una commedia familiare si potrebbe dire, libro pubblicato nel 1953, quando Shirley Jackson, aveva già all’attivo alcune delle sue prove più importanti, lo stesso racconto La lotteria. Tradotto e proposto solo adesso in italiano, Vita tra i selvaggi scalfisce l’immagine monolitica di Shirley Jackson, la mette in discussione, e me la fa apprezzare moltissimo come donna e come scrittrice.

Prende in giro e si prende in giro…

Una casalinga ironica, arguta e giocosa nel Vermont, in un’abitazione più o meno fatiscente. Appare così Shirley Jackson in questa opera con tanti tratti autobiografici ma anche significative omissioni (perché la sua biografia fu molto tormentata…), che farebbe innamorare di lei chiunque e che spesso strappa risate. Moglie e madre per tutta la vita, e moglie di un marito fedifrago, Shirley Jackson – in queste pagine inizialmente destinate ad alcune riviste femminili – parla di matrimonio, famiglia e maternità (amorevole ma imperfetta) in modo onesto e, dunque, senza idilli e idealizzazioni, né sentimentalismi, semmai con dovizia di aneddoti comici. La sua è una visione critica del nucleo familiare, con cui prende in giro e si prende in giro, ben lontana dalle sue più famose e destabilizzanti prove narrative, piuttosto concentrata su aspetti pittoreschi della vita familiare, il disordine, gli animali domestici, la non spiccata propensione alle incombenze domestiche, le festicciole di compleanno, le giornate sconclusionate, i topi in cantina, le torte di mele e i brownie, i figli descritti come pesti e un marito imbranato e pasticcione, dedito alla caccia agli scoiattoli.

Vita di provincia e dissidio interiore

Tra frustrazioni della vita di provincia e il quotidiano dissidio interiore (troppo poco tempo lasciato alla scrittrice Shirley Jackson, troppo destinato a Shirley Hyman, moglie di Stanley), Vita tra i selvaggi non ha nulla di macabro, sebbene qualche cervellotico critico rintracci a tutti i costi, in tal senso, fra le righe qualcosa che non c’è. C’è il caos di una famiglia numerosa, anzi il «coerente disordine», un anticonformismo di fondo, l’eccentricità e l’abilità di chi resta nella storia della letteratura per ben altro, ma che mostra anche l’altro rovescio della medaglia in un libro di successo all’epoca, che le permise di comperare una casa.

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