Non un romanzo, ma una raccolta di “cartoline” scritte alla maniera pura e feroce di Aurelio Picca: ecco cosa è “Roma mia, non morirò più”. Ritratti implacabili della capitale, attraverso suoi luoghi più o meno noti, personaggi più o meno famosi, tempi lontani e spazi sbiaditi. Un’opera che crea un legame d’appartenenza unico, una compenetrazione fra l’autore e la città…
La voce veemente, sismica e coraggiosa, pura e feroce di Aurelio Picca si staglia, come rare volte, nel suo libro più recente, un’opera definitiva che non è un romanzo, ma è una specie di inno e di epopea. Roma mia, non morirò più (374 pagine, 22 euro), pubblicato da La Nave di Teseo, racconta un luogo carico di pensieri, ricordi, sensazioni, di sentimenti assoluti, di misteri sondati, in cui tutto, spesso, finisce «nella disperazione dell’orgasmo». Un libro che trabocca di vita e di letteratura, e non solo perché si sofferma, fuggevolmente, su Arbasino e su Pasolini, su Moravia e su Celine, su Amelia Rosselli. Roma mia, non morirò più si rivela in fretta per quel che è, il libro di un narratore vero, nato poeta, pieno di vita e di una Roma senza tempo, tra sogni e apparizioni, una Roma cristiana e pagana, ruvida e tenera, di più, crudele e candida, forse addirittura innocente.
Vicino al cuore selvaggio
Roma è sempre troppa e troppo poca. Domani è già un’altra.
C’è l’enfasi, c’è il dolore, in questi frammenti di ricordi, c’è il corpo a corpo in questo libro di Aurelio Picca che, dalla sua Velletri, dando valore e suono alle parole, ha ritratto Roma in modo implacabile, sentendola sua ma rivendicandone al tempo stesso la distanza originaria, quella di un ragazzo nato sui Colli Albani, terra più antica dell’antica Roma. Picca sa trovare i vocaboli giusti per scrivere della maestà e della putrescenza di Roma, città che non è semplice afferrare, fra le botteghe e le periferie, fra i bus notturni e le scritte sui muri, fra Gigi Proietti e Sabrina Ferilli, fra assurde storie di cronaca e luoghi – come la celebre “passeggiata degli innamorati” al Gianicolo – dal romanticismo «sepolcrale, vuoto di passione e di abbandoni». Di scritto in scritto, Aurelio Picca, di palestra in distributore di benzina, disegna una geografia sgangherata ma quanto più vicina al cuore selvaggio della capitale, dove l’epica più che in scorci che hanno fatto la storia sembra essere nei volti e nei gesti di Nino Benvenuti o Valentino Zeichen.
Bella di notte
Tante “cartoline”, di tre, quattro pagine, che assieme rappresentano un bel colpo d’occhio: officine e monumenti, case e vicoli, memorie e simboli intimi. Un volume indimenticabile, non certamente una strenna natalizia, la materializzazione di uno spazio – Roma – forse abbandonato da Dio, su cui si innesta un legame d’appartenenza, una compenetrazione fra Aurelio Picca e la città (dal Quadraro al cimitero del Verano) che ha del miracoloso. Non può essere la Roma dei turisti, quella che si ritrova in queste pagine, c’è una Roma scomparsa e dimenticata, di altri profumi e altri tanfi, la Roma delle periferie e dei ruderi dell’Acquedotto, di voci carnali che incantano, di un racconto arrembante, lontano dal turismo e dal cinema, che preferisce intercettare pugili e pescatori del Tevere. È una città sommersa, sbiadita, che sta sparendo dai radar, assieme a qualche vecchio mestiere, a piccoli eroi sconosciuti, una città che un po’ resiste, che si fa disperatamente bella, soprattutto quando è notte. Aggiungere altro sarebbe davvero superfluo, l’esperienza di lettura va fatta in fretta con Roma mia, non morirò più di Aurelio Picca.
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