Irina Odoevceva, la ragazzina scandalosa e la diaspora sovietica

La quattordicenne Liza si prende la scena in “Isotta” di Irina Odoevceva, russa di origini lettoni che visse gran parte della propria vita in Francia. Un romanzo che deflagrò nella comunità di emigrati russi fuggiti dopo la rivoluzione bolscevica, per l’audacia con cui raccontò alla fine degli anni Venti la disgregazione dell’istituzione familiare, la sessualità degli adolescenti, una gioventù irrequieta…

Una suddita dell’impero russo, che visse gran parte della vita a Parigi, dall’autunno 1922, salvo trasferirsi qualche anno prima della morte nella terra natale, che frattanto era diventata Unione Sovietica, e che si sarebbe di lì a poco sgretolata. Irina Odoevceva è una grandissima scrittrice, nata nel 1895 a Riga, nell’attuale Lettonia, e morta a Leningrado nel 1990. Autrice di successo all’alba e al crepuscolo della carriera, Irina Odoevceva è stata da qualche anno riscoperta e rilanciata nel mondo anglosassone; in Italia l’editore Adelphi ha fiutato il colpo e ha affidato a Claudia Zonghetti la traduzione dal russo di Isotta (224 pagine, 19 euro), classico audace, romanzo – pubblicato tra le due guerre mondiali e che ha dunque quasi cent’anni – dalla forza incontenibile e devastante, dalla modernità viva, dall’impatto non trascurabile su chi legge.

I satelliti che le ruotano attorno

Irina Odoevceva era nota al grande pubblico per il successo di un paio di singolari volumi (il terzo rimase incompiuto) di memorie non del tutto attendibili, dedicati più che alla propria vita ai grandi personaggi che aveva avuto modo di conoscere (per esempio Osip Mandel’štam ed Ivan Bunin), editi alla fine degli anni Sessanta e all’inizio degli Ottanta. Visse a lungo in esilio, in fuga dal regime comunista, sposando prima il poeta Georgy Ivanov, di sospette simpatie naziste, e, dopo la sua morte, un altro scrittore emigrato Jacques Gorbof. Protagonista dei cenacoli di letterati russi in Francia, Irina Odoevceva con Isotta racconta una sorprendente “generazione perduta”, e il dolore dell’esilio, attraverso l’ipnotica e fatua figura di Liza («è solo una bambina, eppure è una donna fatta. Che splendore!»), una quattordicenne ingenua, volubile e accattivante che – tra noia e spudoratezza, alcol e sentimenti inconfessabili e disinvolti, traumi e vacuità – conquista i satelliti che le ruotano intorno e anche i lettori. Lei e la sua famiglia (padre giustiziato, Natalija Vasil’evna, la madre pressoché assente, e Nikolaj il fratello, al seguito, il fidanzato Andrej, tutti decisamente in cattive acque economiche…), tra Parigi e la Francia meridionale, danno vita a una vicenda di una modernità sorprendente.

“Sorella” di Portnoy

Con le dovute proporzioni Isotta di Irina Odoevceva, maestra di atmosfere, deflagrò nella comunità russa in Francia come, qualche decennio dopo, avrebbe fato Portnoy di Philip Roth (ne abbiamo scritto qui) tra gli ebrei americani. L’enigmatica autrice e la sua protagonista ragazzina si beccarono accuse di immoralità dagli stessi figli della diaspora sovietica, fotografando, con una lingua asciutta, argomenti come la disgregazione dell’istituzione familiare, la sessualità degli adolescenti, una gioventù irrequieta, assetatata di denaro e lusso, e senza orizzonti, una società sull’orlo dell’abisso. Il romanzo si apre su una spiaggia, dove un giovane facoltoso inglese, Cromwell, legge la leggenda medievale di Tristano e Isotta e di lì a poco ribattezzerà Isotta l’ancora più giovane Liza, affascinato dalla sua bellezza all’apparenza romantica; lei non impiegherà molto ad approfittare dell’inglese e a spassarsela, fra champagne e jazz. È l’inizio di una sottile cupa tragedia, che si fa divorare pagina dopo pagina, implacabilmente; di questa storia ipnotizza l’oscurità di fondo, che galleggia tra comportamenti infantili e sensuali, tra decadenza e perdizione, tra figli e genitori, nella distanza che li separa, nella vulnerabilità e nello sradicamento degli esuli.

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