Tre reportage dal continente nero, visitato con la prima moglie, compongono “L’Africa che dicono misteriosa” di Georges Simenon. Niente cartoline, né cliché ma un approccio pragmatico e anche ironico, per raccontare terre in cui dominano razzismo, soprusi e violenze
La “terza via” di Georges Simenon s’arricchisce di un altro tassello. Non siamo dalle parti di Maigret e nemmeno nei territori dei cosiddetti “romanzi duri”. Viaggiatore, inviato di periodici e riviste, esploratore di terre e culture, Simenon negli ultimi anni è tornato in libreria, per Adelphi, con titoli come Il Mediterraneo in barca, Una Francia sconosciuta, Europa 33, Dietro le quinte della polizia, libri affini all’ultimo arrivato, L’Africa che dicono misteriosa (171 pagine, 16 euro), traduttrici Francesca Scala e Maria Laura Vanorio, con decine di scatti fotografici dello stesso autore e una nota della mitica Ena Marchi. Non aveva nemmeno trent’anni, Simenon, quando decise di visitare l’Africa, assieme alla prima moglie Tigy, raggiungendo Il Cairo da Marsiglia, con scalo a Napoli, toccando successivamente Assuan e proseguendo prima in direzione sud e dopo a occidente, tra voli e piroscafi. Il risultato sono queste pagine, pubblicate originariamente nei primi anni Trenta, composte da tre lunghi articoli, accolti da settimanali illustrati.
Grande triangolo, quasi disumano
Nessuno si aspetti un’Africa da cartolina, né tantomeno una collezione di cliché o un libro popolato da centinaia di bestie esotiche da circo. “Leggerezze” che lo stesso scrittore belga aveva affastellato in qualche opera narrativa scritta senza nessuna contezza e conoscenza in prima persona. Quando invece mette piede in Africa – «grande triangolo, quasi disumano», con itinerari che spaziano dall’Egitto al Sudan, dal Gabon al Congo, alla Guinea – Simenon ci vede le miserie del colonialismo, gli europei bianchi – malati, alcolizzati, disperati – impantanati in esistenze perdute, in iniziative che procedono a rilento, in una difficilissima missione, quella di “esportare” – il tono è in gran parte ironico, pragmatico – civiltà, tecnologia e democrazia.
Una lettura molto attuale
Lo scenario si fa ancora più oscuro quando Georges Simenon, senza retorica alcuna, va all’attacco («non ci sto ricamando sopra, dato che la verità da sola basta e avanza») e sferza le dinamiche coloniali, affonda i denti nella quotidianità delle colonie inglesi, belghe e francesi che attraversa, una quotidianità che si nutre di piccoli e grandi soprusi, di situazioni atroci, di morti sul lavoro, di violenze sessuali. Una denuncia che nulla nasconde, a cominciare dal razzismo dominante, dalla crudeltà e dall’assurdità di molte situazioni. L’Africa evocata nelle pagine – e per cui Simenon prova nostalgia al ritorno in Europa – non è mai uguale a se stessa, è un’enormità, una moltitudine, un caleidoscopio. L’Africa che dicono misteriosa è una lettura attuale, mai accomodante, mai superficiale, che nulla idealizza. Un volume gemello del romanzo Colpi di luna (ne abbiamo scritto qui), titoli in qualche modo complementari, e imperdibili per chi crede nell’indispensabilità di Georges Simenon.
Seguici su X, Instagram, Telegram, WhatsApp, Facebook, Threads e YouTube. Grazie

