Burhan Sönmez, vendicare Franz Kafka (e altri scrittori)

Uno studente ossessionato da Max Brod – l’amico di Franz Kafka che non bruciò i suoi inediti ma li fece pubblicare – è protagonista de “Gli amanti di Franz K.” di Burhan Sönmez. Prova a far fuori quello che considera un traditore e dà vita a un botta e risposta serrato con un commissario. Un romanzo memorabile e misterioso, elegante e profondo, sul destino degli artisti e degli inediti che sopravvivono alla loro scomparsa…

Ben vengano le ricorrenze, se portano molto frutto. Il centenario della morte dell’amico geniale di chi legge e di chi scrive, Franz Kafka, ha riportato sulle sue tracce non solo studiosi e saggisti, ma anche autori di fiction, che hanno sciorinato bellezza e scritto libri che resteranno. La vita dopo Kafka (ne abbiamo scritto qui) della ceca Magdaléna Platzová, pubblicato da Voland, appartiene a questa schiera. Un altro caso lampante, che si deve a uno dei più colti e raffinati nomi della scena contemporanea, Burhan Sönmez, è Gli amanti di Franz K. (120 pagine, 16,50 euro), pubblicato nel 2024 e, in Italia, da qualche mese, come sempre da Nottetempo, con una felice versione firmata da Nicola Verderame. Un romanzo importante, il primo che, dopo altri cinque romanzi (assolutamente imperdibili Pietra e ombra e Istanbul Istanbul, entrambi Nottetempo), Sönmez ha scritto in curdo, per riappropriarsi anche letterariamente della lingua madre e, soprattutto, per lanciare un messaggio chiaro alla Turchia di oggi – a costo di limitarne la diffusione in patria – che disprezza e reprime i curdi, un quinto della popolazione totale della Turchia.

Dietro l’omicidio di uno studente

Amore e tradimento, ossessione e vendetta sono i caposaldi di questo romanzo, ambientato nel 1968, fra rivolte giovanili e Guerra Fredda, che ragiona sul dibattito che da sempre ruota attorno alle eredità letterarie, specialmente quelle che prendono forma postume, e contro la volontà dell’autore. Come è accaduto allo stesso Franz Kafka. La natura in gran parte dialogica del testo e la presenza di più di un colpo di scena garantiscono una leggibilità alta, che non ne intacca lo spessore, anzi. Burhan Sönmez – capace di rinnovarsi sempre, restando fedele a un’altissima qualità – ha tirato fuori dal cilindro un romanzo memorabile e misterioso, elegante e profondo, che non si limita a incuriosire, ma rapisce e fa riflettere, anche su violenza, immigrazione e antisemitismo. Merito non semplicemente dell’omaggio e dell’atto d’amore nei confronti di Franz Kafka, ma di un personaggio a tutto tondo, Ferdy Kaplan (stesse iniziali dello scrittore praghese), dal frastagliato percorso personale: madre tedesca, padre turco, bambino nella Germania del Terzo Reich, adolescente nella Turchia sull’orlo di un golpe, più adulto e immerso nelle proteste del Sessantotto francese. Finirà alla sbarra, a Berlino ovest, accusato dell’omicidio di uno studente, Ernst Fischer, ma lucidamente convinto d’essere nel giusto, tanto da essere perentorio («Ho fatto ciò che andava fatto») con il commissario Müller che lo interroga.

L’interrogatorio teso e incandescente

Dal dialogo emergono sprazzi del passato di Ferdy Kaplan (a cominciare dal suo primo amore, Amalya, che con lui condivise la lettura delle opere di Kafka, ecco spiegato il titolo del volume di Burhan Sönmez), ma soprattutto le ragioni del gesto fatale che lo costringe allo stato d’arresto, un omicidio che ha una spiegazione, per quanto inverosimile. Il suo vero obiettivo era un traditore, rimasto solo ferito, l’anziano Max Brod – che affiancava la vittima innocente – amico fraterno di Franz Kafka, che disattese la promessa di bruciare i manoscritti di Kafka e li pubblicò, dopo la morte dello scrittore, contro la sua volontà. «Brod ha commesso un peccato mortale: ha calpestato lo spirito di uno scrittore ignorandone le volontà», sottolinea Ferdy Kaplan, ignaro che la sua azione punitiva posa avere ripercussioni internazionali, visto che tecnicamente Max Brod è un ebreo che vive a Tel Aviv. «… sono convinto che lei abbia sbagliato, sto cercando di capirla», gli assicura il commissario. Teso e incandescente, il botta e risposta fra Müller e Kaplan via via ha connotazioni sempre più etiche e filosofiche, a partire dall’ambivalente e contradditoria figura di Brod, combattuto e forse desideroso di pagare per la sua “colpa”…

La disobbedienza

Gli scrittori morti non hanno nessuno, se non noi lettori. La giustizia e la pietà sono entrambe nelle nostre mani, non in quelle dei tribunali.

La disobbedienza di Max Brod, dinanzi al volere volontà di Kafka, «suo Dio», accende di tensione questo romanzo breve e potentissimo, che si dispiega e si conclude con più di una sorpresa. Quello su cui evidentemente vuole riflettere Burhan Sönmez è il destino degli scrittori, e in generale degli artisti, l’ultima parola sulle loro ultime volontà. Tema più che scottante e controverso, anche nel ventunesimo secolo; basti pensare ai clamorosi inediti postumi che vengono pubblicati da familiari o eredi.

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