Nel romanzo “Alla tavola del padre” la scrittrice turca Gaye Boralioglu racconta un antieroe, che eredita uno storico ristorante di Istanbul. Un complicato passaggio generazionale a cui si aggiunge una drammatica aggressione…
Istanbul. Hilmi Haydin è un uomo triste, vuoto, privo di interessi. Ha ereditato il Kapelika, nel pittoresco quartiere Balat, un locale storico dove il padre Selim preparava specialità culinarie della tradizione ottomana, armena, greca e sefardita: si era guadagnato un’ottima clientela – anche tra i volti noti dello spettacolo e del mondo intellettuale – e critiche eccellenti.
Un evento drammatico
Gli affari non vanno bene al ristorante dopo il passaggio generazionale, il servizio non è più accurato come in passato e il livello generale delle proposte gastronomiche è inaccettabile.
Hilmi ha una moglie devota, Nihan, che tradisce per noia e insoddisfazione personale, e una fede religiosa superficiale cui si aggrappa più per consuetudine che per convinzione profonda.
Un evento drammatico lo coglie inaspettato: rimane vittima di un’aggressione, viene ferito e – tra la vita e la morte – si scopre fragile. Un’entità a metà strada tra un demonio e una proiezione della propria coscienza lo invita a cambiare rotta per il tempo che gli rimane, se non vuole finire all’inferno.
Da qui parte la rinascita del protagonista, che cerca di dare un senso al vivere quotidiano.
Un manoscritto paterno
Hilmi analizza – a tratti con occhio documentaristico e senza accordare sconti a nessuno, men che meno a se stesso – il suo percorso esistenziale anche grazie al ritrovamento di un manoscritto, apparentemente nascosto dal padre e dimenticato fra le mille cianfrusaglie da destinare al rigattiere.
Nel taccuino il padre ha riportato le sue ricette, le sue ambizioni, le sue piccole gioie e sconfitte: è un memoir sui generis. Leggere quelle pagine vergate di pugno dal genitore si tramuterà in un’avventura esistenziale che condurrà Hilmi a incontrare Selim e a fare pace con il suo ingombrante fantasma e con i sensi di colpa che fanno seguito a ogni lutto.
Nel romanzo Alla tavola del padre (299 pagine, 18 euro) – tradotto da Nicola Verderame per le edizioni Le Assassine – la scrittura di Gaye Boralioglu è delicata e coinvolgente, non mancano stilettate ironiche e salaci e una certa predisposizione alla critica sociale; l’autrice ci propone un antieroe di cui mette a nudo le idiosincrasie e le debolezze, le imperfezioni, prime fra tutte la limitata capacità di amare e la scarsa volontà di entrare in empatia con gli altri, frutto di un’educazione severa e patriarcale ma anche di una debolezza di base di Hilmi.
I sapori raccontati
I sapori raccontati trasportano il lettore in paese geograficamente distante, da millenni punto di incontro tra occidente e estremo oriente, crogiuolo di identità che lì hanno trovato una sintesi affascinante e in costante evoluzione.
Il finale arriva a sorpresa e lascia aperta la porta alla speranza di un nuovo modo di costruire le relazioni umane, secondo un lessico familiare fatto di ascolto e condivisione delle difficoltà piuttosto che di imposizione dispotica delle proprie idee e severità assoluta.
Gaye Boralioglu è nata a Istanbul nel 1963, è scrittrice e giornalista, ha pubblicato romanzi e racconti e si è aggiudicata diversi riconoscimenti in Turchia.
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