La forza della scrittura di Alejandro Zambra sta in una soggettiva che muta in continuazione. Una costante esistenziale è il “Tema libero”, come da titolo del suo ultimo libro, raccolta di conferenze declamate davanti a studenti e scritti vari, spesso incompleti e falliti…
Violeta Parra, la cantante cilena nota per la sua Gracias a la vida, dice: “Que la escritura da calma/a los tormentos del alma”, la cita Alejandro Zambra nel suo libro Tema libero (360 pagine, 15 euro) – tradotto da Maria Nicola per Sellerio – mostrando quasi quell’immagine di tormento e ossessione che accompagna la scrittura e che dovrebbe abbandonare l’autore raggiunto un finale. Ma non è così. Zambra nella sua miscellanea di racconti, saggi, articoli, sembra scardinare involontariamente il verso contenuto nella canzone Pero, pensándolo bien, raccontando attraverso più immagini, citazioni e riferimenti letterari il percorso a ritroso che uno scrittore si trova ad affrontare quando una prima storia affiora alla mente e quando appone la parola fine al suo componimento. È tormento vero quello di Zambra sin dalla genesi del testo, che passa, soprattutto nei primi tempi, per una scrittura vergata a mano: «Eravamo cresciuti sotto il giogo di interminabili esercizi di calligrafia, abituati a riempire con pazienza le cinque o dieci pagine che ci assegnavano per compito: siamo stati gli ultimi o i penultimi a esercitare veramente la mano, perché per noi scrivere era ancora pienamente, solamente, scrivere a mano». Esercitarsi a scrivere per esercitarsi a riconoscere la propria identità di autore, per affrontare temi che affiorano da lontano, per orientarsi nell’esistenza, un po’ come sembra voler raccontare Mario Levrero in Il discorso vuoto. In questo romanzo il protagonista finisce per cambiare la sua calligrafia, in un momento di smarrimento interiore, «momento in cui, per mancanza di esercizio, cominciamo a non riconoscere la nostra stessa pagina»; lo scopo del personaggio principale di Levrero è quello di «ridare forma» alla sua prosa, una sorta di “autoterapia grafologica” che ha il fine di «indagare il rapporto tra grafia e personalità».
Il senso d’appartenenza
Di fronte a una platea di studenti, chiamato a tenere una conferenza presso l’università frequentata prima da studente e poi da docente, Zambra rievoca i giorni in cui si muoveva tra i suoi corridoi con una valigia con le rotelle girevoli, in verità piena di libri, dando quasi l’idea di non avere altro posto dove andare, per questo quelle aule sembravano assumere le vesti di “casa”. Stimolato da un tema libero al quale deve attenersi obbligatoriamente, «sapevo benissimo che a tutti quelli che vengono invitati in queste occasioni è richiesta una conferenza a tema libero: dobbiamo parlare, ma dobbiamo parlare di un tema a nostra scelta», l’autore tesse un’ode al senso di appartenenza, il tema principale della letteratura, «ogni libro può essere letto in funzione del desiderio di appartenenza o della negazione di quel desiderio. Far parte o non fare più parte di una famiglia, di una comunità, di un paese, della letteratura cilena, di una squadra di calcio, di un partito politico, di una rock band, del fan club di una rock band, o anche di una pattuglia di scout o di un gruppo degli Alcolisti Anonimi. È di questo che scriviamo quando ci viene assegnato un tema libero, e anche quando crediamo di scrivere sull’amore, sulla morte, sui viaggi, sulle mosche, sui telegrammi o sulle valigie con le rotelle girevoli. È di questo che parliamo sempre, sul serio e per scherzo, in versi e in prosa: dell’appartenere».
A voce alta
Inteso come premio e anche come problema e anche come liberazione, da studenti, «costretti al tema libero, scoprivamo, con una certa angoscia che un tema non l’avevamo», per poi trascrivere parole, lettere, frasi, ovvero un testo capace di sciogliere le briglie inducendo audacia al pensiero: «non avevamo bisogno di un tema, scrivere poteva essere una rumorosa maniera di rimanere zitti»; ma attanagliandolo, il pensiero, comunque fino a quando «la storia, misteriosamente, decollava». In questa raccolta, l’autore torna su testi che definisce incompleti, falliti, mostrandoli senza remore, leggendoli ad alta voce di fronte alla stessa platea di studenti, riunendoli per il lettore e mettendoli, infine, a disposizione perché ognuno possa comprenderli, interpretarli, come L’amore dopo l’amore che prende le mosse da un verso di una canzone di Fito Páez e che nonostante il testo, «dice una verità grande come una casa». La forza della scrittura di Alejandro Zambra sta in una soggettiva che non è immagine sigillata, ma che cambia in continuazione, modellandosi, adeguandosi quasi anatomicamente al pensiero che si contrae ed espande sotto l’egida di un tema libero come costante esistenziale. Così libero da trasformarsi in se stesso e il suo opposto, una forma di specchio adatto a mostrare noi e noi stessi sconosciuti aperti al dialogo. E se è vero che «scrivere è vedere se stessi nella moltitudine», per l’autore cileno si tratta di un incontro imprescindibile per scrivere: è in questo momento che si smette di pensare e calore e follia diventano i parametri con i quali misurare anche la perdita di controllo, ciò «che ci fa andare al di là delle nostre intenzioni e presunte capacità», l’humus ideale perché un racconto possa decollare e riuscire in ogni forma.
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