Mencarelli quasi noir, un coro di solitudini che cercano salvezza

Una storia di attesa e riconoscimento e una potente riflessione sull’identità, sulla speranza e sul modo in cui affrontiamo l’ignoto. È un evento letterario “Quattro presunti familiari” di Daniele Mencarelli, romanzo che s’addentra nei territori dell’ombra, con una narrazione vibrante e carica di malinconia poetica

Quattro presunti familiari (304 pagine, 16 euro) di Daniele Mencarelli è un romanzo che scava senza pietà nella fragilità umana, dentro le pieghe più profonde dell’animo, tra memoria, dolore e speranza.

Tutto ha inizio con un fatto che ha un rintocco burocratico: «uno scheletro rinvenuto alle ore 7 e 35 del 22 Marzo in località Rocchina, comune di Norma». Da quella fredda cronaca, si sprigionare una narrazione vibrante, che trasforma il lugubre ritrovamento in un evento letterario.

Daniele Mencarelli, col suo nuovo romanzo per Sellerio, si addentra nei territori d’ombra di un noir atipico, dove non c’è tensione criminale, casomai è presunta, ma il mistero è solo un velo che copre un’indagine ben più profonda sul senso di appartenenza. La narrazione, fluida e carica di una malinconia poetica, trasforma la cronaca di un’attesa in un coro di solitudini che cercano, disperatamente, una forma di salvezza.

Il peso dell’incertezza

I “quattro presunti familiari” sono persone comuni, “senza alcun legame, uniti solo da un corpo senza nome”, costretti a condividere l’attesa.

Piccoli gesti, frasi sussurrate, silenzi altezzosi, man mano che i giorni passano e la tensione aumenta, diventano litigi violenti, crisi isteriche e tentati suicidi. I “quattro presunti familiari” non sono martiri, né colpevoli, sono solo esseri umani che cercano di reggere il peso dell’incertezza, aggrappandosi a una mediocrità che diventa universale e condivisa: si accusano, si assolvono, confessano, rinviano il giudizio.

La morte non è un concetto astratto: «O si è morti o si è vivi. Non c’è via di mezzo. Non c’è niente di meno presunto della morte». Eppure, tutto il romanzo si muove proprio in quello spazio emotivo ambiguo in cui i vivi si aspettano, contro ogni logica, che la realtà possa essere diversa. Inevitabile la delusione, per chi spera e per chi dispera.

Il dolore non eleva, non redime: «Quei poveri resti non avevano fatto felice nessuno, non avevano né redento né dannato», e la morte non insegna, non consola, non sistema le cose; ci rende solo tutti uguali.

Una voce vera e profonda

Nella tradizione narrativa, i protagonisti mediocri, o apparentemente ordinari, servono spesso a mostrare la complessità dell’umano nella sua versione più realistica: non persone eccezionali che risolvono misteri, ma individui che osservano, sentono, riflettono e si confrontano con il dolore degli altri. L’appuntato Circosta, «un giovane senza tante pretese né qualità, ma con una fame insaziabile di esperienza», non è un detective perfetto né un eroe tragico: è qualcuno che impara strada facendo, e proprio per questo la sua voce, che racconta quello che succede mentre lo vive, risuona come vera e profonda. Circosta impara il mondo osservandolo dai margini, filtrando la realtà attraverso una sensibilità che lo rende l’unico vero testimone del dolore altrui. Il suo percorso di crescita si scontra e si intreccia con le figure che popolano la caserma: da un lato il collega Liberati, l’ombra della corruzione e della resa morale, che con il suo cinismo rappresenta la tentazione di smettere di sentire; dall’altro il Maresciallo, figura di autorità paterna, che custodisce l’ordine pur sapendo che la legge degli uomini non potrà mai colmare il vuoto lasciato dalla morte. In questo triangolo di sguardi, Circosta cerca di non farsi inghiottire dall’indifferenza, mantenendo viva la sua “fame” anche di fronte al marcio che lo circonda.

Una storia di attesa e riconoscimento e una potente riflessione sull’identità, sulla speranza e sul modo in cui affrontiamo l’ignoto. Un romanzo che colpisce senza alzare la voce e resta addosso a lungo, come solo i libri più belli sanno fare.

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