Ruska Jorjoliani, la Georgia da vicino e da lontano

Con “Ardesia” Ruska Jorjoliani si conferma e sorprende. Un ritorno nella Georgia natia per la scrittrice che da trent’anni è di casa a Palermo. Un’occasione per confrontarsi con la letteratura vera, con un senso intimo della memoria, con le sensazioni forti del ritorno, con il fascino della parola…

Un libro ogni cinque anni e sfidiamo chiunque a sostenere che non si tratti di volumi speciali, di qualità, scritti in una lingua che sa essere esatta, sontuosa, immaginifica, cruda. Siculo-georgiana, Ruska Jorjoliani – originaria di Mestia, al confine con la Russia – è stata lanciata nel firmamento dalla raffinata casa editrice palermitana Corrimano, con La mia presenza è come una città, poi è approdata a Voland, per cui ha scritto Tre vivi, tre morti (ne abbiamo scritto qui), e da poco per Italo Svevo edizioni, tornando anche alle proprie origini familiari nell’Europa dell’est, propone Ardesia (128 pagine, 16 euro), breve e teso romanzo, che è insieme conferma e sorpresa.

Un avo, vittima o carnefice?

Pronta in qualche modo a fare i conti col passato remoto delle proprie radici, l’autrice, che da circa trent’anni è di casa a Palermo, ha messo a punto un ordigno narrativo, esplosivo a cominciare dall’ampia componente autobiografica e da una scrittura brillantemente evocativa e limpida, da un italiano attento e lento. La narratrice, divisa com’è fra due universi, Italia e Georgia, è una donna in cerca di qualcosa. Nelle montagne di Setevi la riesumazione delle spoglie del bisnonno Avksenti Japaridze («me lo sono sempre figurato fatto di materiale iridescente, un po’ reale e un po’ inventato»), il cui cadavere era stato clandestinamente sotterrato nel giardino di casa, accende la narrazione. Un’azione resa necessaria dall’esigenza di un parente di recuperare quello spazio, per trasformarlo in un bed&breakfast; ossa e resti, protetti da lastre di una roccia plumbea, l’ardesia, e via via ritrovati, sollevano ricordi tumultuosi, di una vita piena e contradditoria (Avksenti Japaridze da che parte stava? Era una vittima? Un carnefice?) e di un epilogo violento e piuttosto misterioso, su cui si affastellano versioni contrastanti…

L’Urss sullo sfondo…

A suo modo più emotiva che cerebrale, quest’opera di Ruska Jorjoliani sa essere realistica e simbolica, avvalendosi di poche figure – un paio di amici, Francesca e Martin, un cugino, uno zio, un vicino di casa impiccione, concentrato di comicità – e anche di omissioni e vuoti, con cui il lettore potrà… divertirsi. L’appartenenza a un luogo e a una storia rimbomba in queste pagine, con tutt’altro che trascurabili riferimenti all’eredità dell’Urss, ai tormenti di una terra, vista paradossalmente da vicino e da lontano: la Georgia, ma anche alle sue leggende e ai suoi miti, alla sua spiritualità popolare, alla religiosità (la fede ortodossa sopravvisse all’ateismo di Stato preteso dai vertici sovietici) e perfino a certe sue evoluzioni odierne, in chiave turistica (di massa).

Poesia, ironia, malinconia

Ardesia di Ruska Jorjoliani – il racconto di un uomo meno enigmatico, eroico e inquieto di quel che può sembrare, anzi abbastanza prosaico – è un’occasione per confrontarsi con la letteratura vera, con una voce sussurrata ma profonda, con un senso intimo della memoria, con le sensazioni forti del ritorno, con il fascino della parola. È il pezzo di un puzzle – poetico, ironico, malinconico – che l’autrice compone da tempo e che merita attenzione e fiducia. La speranza è che l’attesa per leggere un nuovo volume di Ruska Jorjoliani non sia troppo lunga.

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