Bennett, le conseguenze dello spionaggio e dei pettegolezzi

Ironico ma mai denigratorio Alan Bennett, anche in “Una spia in esilio”, volume che raccoglie due racconti. C’è l’ironia, la satira, la politica e le spie sono spogliate da ogni aura eroica…

Durante la Guerra Fredda un gruppo di cinque spie britanniche tradirono il loro Paese inviando informazioni segrete all’Unione Sovietica, creando quello che è ricordato come lo scandalo dei “Cambridge Five”.
Un fatto storico tanto grave e di peso politico internazionale può assumere sfumature ironiche e atmosfere informali sole se affidate alla brillante penna di Alann Bennett.
La sua nota capacità di mostrare l’altro lato della medaglia, quello più umano, più infelice se vogliamo, trova in Una spia in esilio (130 pagine, 13 euro) – tradotto da Davide Tortorella per Adelphi – la massima espressione.

Un abito e un dipinto

I due racconti contenuti in questo volume (Una spia in esilio e Un problema di attribuzione) sono pièce teatrali andate in scena nel 1988 al Royal National Theatre.
In quella che dà il titolo alla raccolta, la spia Guy Burgees si trova in esilio a Mosca. Bennett ci restituisce l’immagine di un uomo annoiato, nostalgico della sua Inghilterra e che non si rassegna all’idea della nuova vita a cui è costretto. A creare un paradossale siparietto è la presenza dell’attrice Coral Browne, incaricata dallo stesso Burgees di fargli confezionare un abito su misura da un sarto londinese. Metro alla mano, la povera Coral dovrà persino prendere lei stessa le giuste misure.

In Un problema di attribuzione il protagonista è Anthony Blunt critico d’arte, responsabile dei quadri della collezione reale. Lo sketch ruota intorno all’indagine su un dipinto di Tiziano, ipoteticamente falso, durante il quale sarà coinvolta addirittura la Regina stessa, in un dialogo ricco di doppi sensi e metafore tra l’attribuzione artistica e il tradimento politico.

Il lato umano della Storia

In poche pagine Bennett riesce a creare un concentrato tra ironia, satira e politica partendo da un fatto storico realmente accaduto per spostare l’attenzione sul suo risvolto più umano. Non gli interessa raccontare più di tanto lo spionaggio – come lui stesso ammette – quanto le sue conseguenze private e individuali, allontanando la figura della spia da ogni aura eroica e rendendola bonariamente ridicola nelle sue sfaccettature domestiche.

Lo spionaggio non mi interessa, è vero, ma vado pazzo per i pettegolezzi.

I dialoghi sono brillanti per la serietà dell’intento con cui vengono esposti che si scontra con l’inflessione inevitabilmente tragicomica che assumono nel contesto per mezzo di un gesto, un dettaglio, un capriccio. È uno humor irriverente che nasconde una riflessione profonda sull’ipocrisia delle istituzioni, sull’identità e sulle illusioni perdute. (Come la scena in cui un commesso si rifiuta di continuare a fornire pigiami ad un “traditore” perché loro sono “i fornitori di pigiami della famiglia reale”).

Bennett è innegabilmente un autore elegante soprattutto per la chiave comunicativa che sceglie di adottare: ironico sì, ma mai crudele o denigratorio, non dissemina giudizi ma lascia che siano le situazioni a rivelare l’assurdità del sistema in cui si muovono.

Vedete, in Inghilterra l’età lava ogni macchia. In Inghilterra se arrivi a novant’anni e riesci ancora a mangiare un uovo sodo sono convinti che meriti il Nobel.

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