I “sette libri per l’inverno” di… Leonardo San Pietro

Tra premi Nobel ottenuti e premi Nobel papabili e sfiorati, tra classici contemporanei e scrittori formidabili si muove Leonardo San Pietro (lo abbiamo intervistato qui), con i suoi sette suggerimenti di lettura. L’autore del romanzo rivelazione “Festa con casuario” (ne abbiamo scritto qui) racconta alcune sue passioni di lettore e segnala libri che gli sono rimasti dentro. Un nuovo appuntamento con i consigli di scrittori, traduttori e altri protagonisti dell’editoria (qui la lista completa) 

“Opinioni di un clown” di Heinrich Böll (Mondadori), traduzione di Anna Ruchat

La voce di Böll ha avuto un impatto sulla mia vita. Con la sua malinconia, intelligenza, tenerezza. Col suo umorismo sorridente mai rumoroso. Ha avuto – lo ripeto – un impatto sulla mia vita. Non nel senso che ogni tanto mi capita di pensarci: nel senso che ogni cosa che faccio la faccio in qualche modo anche con questa voce dentro, che sposta di un po’ la mia mano e la porta a fare una carezza, a premere in ascensore il pulsante di un piano che non avrei mai visitato.

“La pianura in fiamme” di Juan Rulfo (Einaudi), traduzione di Maria Nicola

Proverò a essere asciutto come lo scrittore. È il miglior libro di racconti che io abbia mai letto. Togli tutto da una persona: rimarrà qualcosa di rabbioso, fragile, rimarranno le ossa. Rulfo scrive solo di questo.

“Riparare i viventi” di Maylis de Kerangal (Feltrinelli), traduzione di Maria Baiocchi e Alessia Piovanello

È la storia di un lutto e di un trapianto, del viaggio (fisico) di un cuore. La lingua che racconta tutto questo è qualcosa di portentoso: ogni frase dà l’impressione di essere stata cesellata per settimane, come uno scoglio eroso da onde intelligenti.

“Norwegian Wood” di Murakami Haruki (Einaudi), traduzione di Giorgio Amitrano

Non ho mai letto una scena di bucato (bucato, avete capito bene) con tanta estasi. Fare del semplice qualcosa di magnetico. Norwegian Wood non tratta solo temi semplici – ci sono depressione, solitudine, separazione, amore – ma è tutto sospeso in questa matassa di vita semplice che, non si sa come, avvince. Per me sta soprattutto lì il suo miracolo tecnico.

“I detective selvaggi” di Roberto Bolaño (Adelphi), traduzione di Ilide Carmignani

È caotico, poetico, pieno di vita, e come la vita spesso non ci si capisce niente. Ma rimane questa voce, ad accompagnarti attraverso le molte pagine, ammaliante, senza fronzoli, piacevolissima, come quella di un amico narratore alle tre di notte davanti a un mezcal.

“Caro Michele” di Natalia Ginzburg (Einaudi)

Se dovessi sostituire una parola al nome Natalia Ginzburg sarebbe onestà. Si diventa molto bravi a ingannare gli altri, ha detto, quando si scrive. Leggendo i suoi testi – questo soprattutto – si sente tutta la disciplina del non voler ingannare, del non volersi ingannare, dell’inseguire a tutti i costi una parola onesta sulle cose.

“Finzioni” di Jorge Luis Borges (Adelphi), traduzione di Antonio Melis

Borges diceva di essere un lettore edonista. Non credo che andrebbe mai approcciato con un’altra lente se non quella del piacere. Borges è evasione pura. Qualcosa di segreto e importantissimo lo affratella alle serie tv coinvolgenti, ai fumetti, all’Isola del Tesoro e perfino a Dan Brown. Una passione incontenibile per l’Altrove che abbiamo conosciuto da bambini. Credo che si dovrebbe dire questo a chi comincia a leggere Finzioni, il suo capolavoro, con tutta la paura di trovarsi di fronte all’intellettuale inarrivabile o all’erudito grigiobarbuto da glossa latina: quell’intellettuale grigiobarbuto sta ridendo.

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