L’affermazione della carne sullo spirito, la rivalsa dell’istinto sono al centro del singolare romanzo di Alessio Caliandro, “Gli incarnati”, in cui il protagonista fa i conti con un tumore abnorme in un testicolo che diventa un secondo cervello. Geniale l’idea di una seconda intelligenza… fuori luogo
Potremmo definirlo onirico. Forse distopico. In qualche modo kafkiano. Di certo anticonvenzionale. Probabilmente tutte queste cose insieme, senza pur tuttavia riuscire a restituire un quadro esauriente e puntuale del libro in questione. Che presenta tante luci e altrettante ombre. Stiamo parlando de Gli incarnati (280 pagine, 18 euro) di Alessio Caliandro, edito da Rubbettino, un romanzo sicuramente atipico, a cominciare dalla trama. Ovvero, la storia di un uomo nel cui testicolo destro, ad un certo punto, comincia a crescere dentro un tumore. Ma non un tumore normale, una metastasi qualsiasi. Piuttosto una sorta di protuberanza che, giorno dopo giorno, acquisisce una morfologia cerebrale, finendo per diventare un secondo cervello, in grado di orientarne i desideri e gli slanci carnali. E rappresentando l’incarnazione di tutte le sue pulsioni, l’erotizzazione corporea dei suoi sogni proibiti, che iniziano ad alternarne i comportamenti e a sviluppargli un irrefrenabile appetito sessuale.
Personaggi picareschi
A partire da questa mutazione, la vita del protagonista, non a caso soprannominato Malacarne, cambia: dopo varie resistenze si arrende alla ineluttabilità delle sue modificazioni, accetta suo malgrado questa improbabile massa tumorale, per quanto provi a metterle la museruola, a tenerla a bada, a silenziarla. Riuscendoci solo in parte, però. E incrociandosi, in questa sua metamorfosi incontrollata, con altri personaggi picareschi, coma la Donna Clitoride o l’Uomo/Donna, tutti segretamente rinchiusi in un singolare ospedale dove le loro alterazioni psico-fisiche vengono studiate, curate e possibilmente inibite da un cinico dottore di nome Salvatore.
Ricchezza lessicale, passaggi ostici
Caliandro ci offre in pasto un testo peccaminoso e sregolato, distinguendosi per la sua capacità di domare abilmente le parole nel circo letterario che ha prontamente allestito. Le sue frasi sono articolate, complesse, l’intera sintassi non prevede scorciatoie, si avvale al contrario di costrutti e termini ricercati e, talvolta, persino sofisticati. Indubbiamente, se da un lato questo è un punto di forza dell’autore, che sfoggia una ricchezza lessicale di non poco conto, dall’altra ne traccia un limite perché è innegabile una certa scrittura cavillosa in alcuni passaggi, i quali risultano ostici, macchinosi, scorbutici. Ne riporto uno, a titolo puramente esemplificativo che dimostra i corridoi intricati dentro cui viene risucchiato il lettore:
Coloro che avevamo rimorchiato nella visione potevano avere l’inattendibilità di chi, sognando, cerchi di dare conseguenza alle proprie azioni ma si trovi invischiato nell’elemento onirico che ne compromette i movimenti. Oppure, se reali e lanciati al nostro inseguimento, non riuscivano comunque ad intercettarci, in quanto non eravamo ancora allineati alla loro prospettiva, perché cercavano di raggiungerci dal mondo reale, mentre noi dovevamo ancora completamente avverarci.
Contro le convenzioni sociali
Questa la forma. Poi c’è il contenuto. L’idea di una seconda intelligenza, sviluppatasi negli spazi testicolari del protagonista, è semplicemente geniale. L’affermazione della carne sullo spirito, la rivalsa dell’istinto sui comportamenti preimpostati, presta il fianco ad un romanzo che, tra le sue intenzioni, contiene una critica alle convenzioni sociali e una tensione verso la liberazione dalle stesse. In scena va una rivoluzione dei costumi, dei paradigmi familiari, che qui vengono messi in discussione, affrontati di petto. In un continuo gioco di metafore, assistiamo alla lotta, purtroppo impari, tra il desiderio e la regola, tra l’individuo che cerca la piena realizzazione di sé e la società che, invece, lo mortifica, imprigionandolo a lacci e lacciuoli perché si asserva ai doveri che la comunità gli impone.
Il tema, dunque, è di tutto rispetto. È una patata bollente di cui risulta difficile parlare.
L’incomunicabilità tra le coppie
La scelta di Caliandro non è stata delle più semplici, oltretutto: il tipo di narrazione nella quale si è avventurato ha complicato ulteriormente un argomento che, per sua natura, è un campo minato. Ciononostante, bisogna riconoscergli il coraggio di averci provato, armandosi di una stile (troppo) elaborato e di una storia inusuale, non sempre lineare. Dove il risultato è purtroppo scontato: le regole imprigionano, l’uomo prova a scappare. Da questo punto di vista, l’ultimo capitolo è una sintesi perfetta e dolorosa di quella incomunicabilità e di quella ipocrisia che coabita tra le coppie, in cui ciascuno è costretto ad indossare una maschera per svolgere la sua funzione sociale, salvo poi provare a vivere la propria vera identità non appena le catene si allentano. Una incarnazione insomma: di ciò che occorre essere alla luce del sole, di ciò che si è veramente al calar delle tenebre.
Seguici su Facebook, Twitter, Instagram, Telegram, WhatsApp, Threads e YouTube. Grazie

