Dalla compassione per il ritrovamento di un corpo senza vita alla scrittura pulsante di Daniele Mencarelli, che scrive di sofferenza senza trucchi. Nel nuovo romanzo “Quattro presunti familiari” crollano tante certezze e Mencarelli snocciola rimpianto, incubi, scelte sbagliate, tentativi…
Il maresciallo Damasi era un buon maresciallo, buono nel senso che non soffriva d’esaltazione o cattiveria. Era uno schivo, il senso di questa parola l’ho capito veramente grazie a lui.
Trasmettere il senso delle parole è una qualità preziosa che richiede una profondità che va oltre la semplice osservazione ed è un privilegio che non si dimentica. Questa è una scelta stilistica efficace: lasciare che le caratteristiche si trasformino in associazioni. Damasi è prima lontananza, poi uomo. E il binomio uomo-lontananza è il primo gancio che l’autore fornisce.
Di solito, forse per la forma involontaria che prendeva il mio viso, a metà del discorso s’interrompeva visibilmente incazzato, era il momento in cui partiva all’attacco, la reazione era sempre la stessa, così come la frase poco e male articolata con cui mi chiedeva quale fosse il mio di talento, se ne avessi vagamente idea. Rispondevo sempre con fatica, tirando in ballo il calcio giocato nell’adolescenza, anche se quello più che un talento era un miraggio. Alla fine cambiavo quasi sempre argomento.
Nel suo nuovo romanzo per Sellerio, Quattro presunti familiari (304 pagine, 16 euro), Daniele Mencarelli decide così di tratteggiare l’appuntato Circosta: un’esistenza appiattita dalla vita, che nella vita cerca di trovare fessure in cui rifugiarsi. È un’impresa ardua: trovare un modo per essere riconoscibile, senza dover eccellere. La sua routine è speculare al rapporto con le donne: possiamo definirla una frenesia fasulla senza impeto, che non ha la forza di cambiare la realtà. La perenne insicurezza lo spinge ogni volta a non essere scelto. In questa linea retta il lettore può assistere a una frattura: vengono ritrovate delle ossa umane candide, fragili, collocate in un perimetro maltrattato che stona con una cura eccessiva. Per la prima volta Circosta sente crescere dentro di sé un sentimento tanto comune quanto difficile da interpretare: la compassione per un corpo che non dovrebbe essere lì. Anche in questo caso però le reazioni sono ponderate. L’unica certezza è rinnovare ogni volta la stessa consapevolezza: morire senza essere dimenticati è un diritto riservato a pochi.
Un obbligo morale: nutrire il ricordo
O si è morti o si è vivi. Non c’è via di mezzo.
Non c’è niente di meno presunto della morte. La legge tenta di mettere pezze ai destini più infami con parole che fanno ridere, o piangere, a seconda dei punti di vista.
Mentre il mondo si dimentica degli scheletri, credendo che siano solo pupazzi di plastica in un parco di divertimenti, a quattro individui viene negato di ritrovare la pace: sono figlie, madri e sorelle scomparse che da un giorno all’altro sono state inghiottite dalla terra. La terra, tuttavia, non ruba niente a nessuno: è solo l’innocente spettatrice di destini infami e la testimone più scomoda. I signori Martelli, Lucio Marini e la signorina Parrino vivono una tragedia identica, ma con dolori diversi. Quando Mencarelli parla di sofferenza non utilizza trucchi e questa è una capacità che rende la sua scrittura pulsante.
Una provincia in apnea
Del mestiere del carabiniere quella era la parte che amavo meno: entrare in quelle piccolezze sacre con il passo di un militare, per portare disgrazia il più delle volte.
Lo sguardo di Circosta è orientato verso la malinconia, tra passeggiate in solitaria e incontri sterili, che sono appannaggio di una quotidianità stanca. Tutto viene filtrato sotto una lente di mediocrità e durante la lettura sembra quasi inevitabile aspettarsi un progressivo peggioramento. Mencarelli trae vantaggio dal ritmo uniforme della narrazione con un’abile modulazione dei toni. È un meccanismo curvo e in uno di questi picchi avviene la rottura degli schemi: si ritroverà a fronteggiare una situazione più grande di lui, comprendendo una verità scomoda: l’uomo ha un talento innato per rinnegare la propria natura. Resta un fantoccio fatto di corruzione e sensi di colpa che si muove con ingranaggi sempre meno efficaci, perché si consumano come coscienze sotto attacco. Il meccanismo subisce un attrito, s’incrinano la facciate, crollano le convinzioni e alla fine i difetti si manifestano. L’unica certezza per Circosta è diventare l’unico sentiero percorribile per i quattro presunti parenti.
La divisa. Prima o poi me l’avrebbero tolta per sempre, ecco la punizione che mi aspettava.
L’amata divisa dell’Arma dei Carabinieri. Che io indegnamente portavo, come uno di quei figli che non merita l’amore di un padre e una madre devoti.
Indossare un maglioncino azzurro permette a Circosta di vedersi per ciò che è: un uomo vulnerabile che può essere sottomesso e sottomettere, con o senza divisa. Perdendo la divisa, si perde lo status e perdendo lo status vengono meno i ruoli. Un ruolo che Damasi gli ricorda di continuo. Non basta guardarsi intorno e constatare che i contesti infelici condividono la stessa smania: essere altro da ciò che si è. Circosta ci prova e il risultato è un collasso generale della sua persona.
Il primo premio
Io, credetemi, non ho niente contro di voi, ma per uno di noi che troverà finalmente un po’ di pace ce ne saranno altri che ricominceranno tutto da capo.
In tutte le sfide esiste il momento di maggior tensione, poi il caos e la quiete. Mencarelli decide dunque di concentrare la sua opera sull’attesa. Nel silenzio è possibile ascoltare davvero ciò che è importante: il rimpianto, gli incubi, le scelte sbagliate, i tentativi. E proprio qui, in questa calma apparente, si decide il vincitore: le ossa hanno un nome e un cognome e il familiare vero (non più presunto) ha la possibilità di ricomporre e lasciare andare, permettendo agli altri vivi di sperare. La conclusione di Mancarelli è questa: c’è sempre un tesoro da ritrovare e da seppellire; prendersene cura è ciò che distingue un uomo da un essere umano, non per esibirlo, ma per non lasciarlo marcire nell’ombra. È un gesto incondizionato che separa chi esiste solo per accumulare da chi invece preferisce custodire.
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