I “sette libri per perdersi e ritrovarsi” di… Sergio Peter

Scelte tutt’altro che convenzionali, libri che hanno regalato sensazioni importanti e hanno aperto nuovi orizzonti narrativi. Nasce con questa idea la selezione dei sette consigli di lettura di Sergio Peter, autore di “Altavìa” (ne abbiamo scritto qui). Un nuovo appuntamento con la nostra rubrica più amata (qui tutte le puntate)

A volte, raramente, capita di leggere testi che, nel loro svolgersi, aprono nuovi orizzonti narrativi, inediti campi letterari; inizialmente si prova un po’ di disorientamento, ma poi si comprende che quei primi passi portano dentro prospettive altre, più ampie. Proverei quindi qui a indicare alcuni libri per i quali ho provato quella sensazione lì…

“Verso la foce” di Gianni Celati (Feltrinelli)

Un libro capace di cambiare lo sguardo del lettore sul mondo circostante. Un insieme di racconti d’osservazione colmi d’intensità, in terre di provincia, paesaggi marginali, posti in grado di trasmettere una solitudine estrema. Andare alla deriva per essere meno separati da noi stessi. Per me Celati è stato un maestro e grazie a lui ho iniziato a pensare diversamente la scrittura.

“Vite di riserva” di Sandro Onofri (Fandango)

Un reportage commovente sulla condizione dei nativi americani nelle riserve, una testimonianza accorata resa con una lingua finissima e autentica, da un uomo buono, degno di quel popolo. Molti si sono dimenticati di questa perla, oggi fuori catalogo. Eppure è un capolavoro e andrebbe fatto leggere nelle scuole, ai ragazzi, per capire l’umiltà dello sguardo, cosa sia la pietas. È un sopralluogo nell’agonia di una cultura, un umile gioiello da riscoprire.

“Lupo” di Jim Harrison (Baldini+Castoldi), traduzione di Fenisia Giannini

Uno scrittore panteista del Michigan. L’America profonda, il senso di una comunanza con la natura, l’ordinarietà della follia. Mi manca molto il suo modo di scrivere, che era, come dire, poeticamente rurale. Swanson, il rude protagonista, molla tutto perché vuole avvistare un lupo nell’Upper Peninsula. Convinto che un incontro possa cambiargli il destino. Seguirne uno. Salutarlo, abbracciarlo, diventare uguale a quell’animale. Probabilmente, tra i libri sui lupi, è quello che preferisco.

“L’anno del pensiero magico” di Joan Didion (Il Saggiatore), traduzione di Vincenzo Mantovani

Naturalmente uno dei testi più importanti del nuovo millennio. Una donna, una moglie, una madre, che consegna al lettore una confessione cruda, dissezionando la perdita, descrivendo quasi giornalisticamente il proprio atteggiamento di fronte alla morte dei cari. Un libro unico, impossibile da ripetere, ma che ha, come dire, rotto un muro, aprendo la strada a tutta una serie di produzioni confessionali più o meno autentiche.

“Dio di illusioni” di Donna Tartt (Bur), traduzione di Idolina Landolfi

Letto tanti anni fa, appena congedato da un contesto universitario collegiale, pensa te. Spesso mi torna in mente quell’atmosfera cupa, malata, quel congegno narrativo perfetto, che non ti permette di staccare gli occhi dalla pagina. La seduzione, la spiritualità deviata, la violenza, il mistero. Averne, di libri così… Ma purtroppo Donna ne scrive in media solo uno ogni dieci anni e questo dice tanto della qualità della pagina. Penso che ne Le schegge di Bret Easton Ellis ci sia molto humus preso da qui.

“Galel” di Fanny Desarzens (Gabriele Capelli editore), traduzione di Carlotta Bernardoni-Jaquinta

Questo è semplicemente l’ultimo libro che ho letto ed è meraviglioso. Scrittura pulita, evocativa; la storia dell’amicizia che si dipana negli anni, sulle Alpi svizzere, tra Paul, gestore del rifugio la Baita, Jonas, guida alpina e Galel, una figura eterea che compare delle volte sorridente sul crinale ed è in grado di mutare tutto il paesaggio che gli sta intorno. Minimalismo sacro. Montagna vera, fuori dai clichè in cui è precipitata nella nostra narrativa negli ultimi anni. Si sente tanto l’insegnamento dei grandi maestri elvetici della letteratura di montagna, il Frisch de L’uomo dell’Olocene in primis, ma anche qualcosa di Walser (Galel me lo ha ricordato tantissimo) e Ramuz. Consigliatissimo!

“Canto alla durata” di Peter Handke (Einaudi), traduzione di Hans Kitzmüller

Conobbi la poesia di Peter Handke grazie alla voce fuori campo de Il cielo sopra Berlino di Wenders. Rimasi estasiato dalla sonorità, dalla profondità, dalla visione. Così me lo lessi tutto. Scelgo questo perché forse è uno dei più “semplici”, per così dire. Ma avrei potuto indicare allo stesso modo La ripetizione o L’ora del vero sentire o Attraverso i villaggi. Lo scrittore austriaco insegue continuamente una qualche forma di aderenza empatica al fuori, al paesaggio, e spesso ci riesce, portando tra le pagine un’emozione pura, l’istante rivelatorio di una vita.

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