George Eliot in filigrana, l’incompreso sacrificio della martire

Nome imprescindibile della letteratura vittoriana e del diciannovesimo secolo, George Eliot non era solo una magnifica scrittrice, ma anche una grande donna, come si evince da “Il mulino sulla Floss”, nella cui protagonista si rintracciano molti elementi autobiografici dell’autrice: grande lettrice, mente sagace in una remota provincia. Eppure la vita riserva non poche sorprese, amori, guai, conquiste e sfide…

George Eliot è lo pseudonimo maschile di Mary Anne Evans, figura femminile imprescindibile tra quelle che formano il panorama della letteratura vittoriana. A differenza degli pseudonimi delle sorelle Brontë che servirono a un dato tempo e per un dato scopo (e in effetti oggi ricordiamo le sorelle Brontë con il loro effettivo nome), Mary Anne Evans è conosciuta e ricordata come George Eliot, e a ragione Emanuele Trevi nella sua introduzione all’edizione Neri Pozza de Il mulino sulla Floss (768 pagine, 24 euro) parla di »uno pseudonimo che si è trasformato in un eteronimo, ovvero in un personaggio dotato di un suo carattere e di una sua volontà».
Un carattere forte, una volontà marcata, una personalità potente. Quando pronunciamo o ascoltiamo il nome di George Eliot stiamo evocando il nome di una grande donna. Una donna la cui presenza domina le pagine de Il mulino sulla Floss: innanzitutto vi si rintracciano molti elementi autobiografici, e poi assiduo è l’intervento del narratore onnisciente a chiarificare moventi e intenzionalità dei personaggi, quasi che indagare la loro coscienza sia più importante che narrare i fatti.
Il mulino sulla Floss è un libro dove le vicende si susseguono in un modo assolutamente piacevole e avvincente, ma accanto a queste vicende ci stanno sempre le digressioni dell’autrice volte a esaminare i retroscena e le ragioni di tipo emotivo. E questa tendenza conferisce grande spessore al romanzo, ne fa un caposaldo per ciò che riguarda l’indagine del pensiero umano, che era ciò che si prefiggeva George Eliot con la sua scrittura.

La dipendenza dal fratello

La protagonista del romanzo è Maggie Tulliver. Iniziamo a conoscerla mentre è una bimba ingenua e vispa che vive insieme ai suoi genitori e a suo fratello Tom nel mulino di Dorlcote, in Inghilterra, sulle sponde del fiume Floss (luoghi fittizi). È proprio il rapporto col fratello il fulcro del romanzo: le scelte di Maggie avverranno sempre in funzione di questo rapporto di dipendenza.

Suo fratello era l’essere umano di cui aveva avuto più paura, fino dalla sua infanzia, di quella paura che sentiamo nascere in noi per qualcuno che amiamo e che è inesorabile, irremovibile, con un modo di pensare al quale non riusciamo mai ad aderire e al tempo stesso non possiamo sopportare di rendercelo alieno.

Maggie brama l’affetto di Tom, è prodiga di attenzioni e di coccole che non vengono ripagate come merita perché Tom è meno espansivo e più cauto, e questo fa soffrire molto la piccola Maggie. I due comunque trascorrono momenti spensierati, con aneddoti anche divertenti. Qui si rintraccia uno dei primi elementi autobiografici: Mary Anne era davvero legatissima a suo fratello Isaac.
Maggie ama leggere e ha una mente sagace, ma è una femmina; Tom non è altrettanto sveglio ma è maschio, e quindi il signor Tulliver gli fa ricevere l’adeguata istruzione. Tom evidenzia sempre la sua superiorità di genere nei confronti di Maggie. «Non potrai mai approfondire niente, capisci?»
I contrasti con Tom si generano soprattutto in seguito al tracollo economico della famiglia, causato dal fatto che il signor Tulliver perde una causa legale con Mr. Wakem, suo acerrimo nemico. Sarà Tom a risollevare pian piano le finanze della famiglia lavorando duro e cercando di ridare dignità al padre così provato. Ma in tutto ciò il ruolo di Maggie è marginale e irrilevante: lei rimane relegata in casa, i doveri appartengono tutti a Tom. È qui che inizia la lotta di Maggie: da un lato ci sono le aspirazioni di un giovane animo che vorrebbe affacciarsi al mondo, dall’altro ci sono le convenzioni familiari e sociali che questo mondo glielo vorrebbero precludere.

Vita mortificata e un’altra strada impervia

In questo frangente della narrazione emergono i tratti dell’educazione ascetica ricevuta da una giovanissima George Eliot che condusse una vita quasi da reclusa, durante il periodo dell’adolescenza e oltre, quando prestò le sue cure al papà malato mentre si dedicava alacremente allo studio. Mentre viveva queste circostanze Mary Anne si espresse così: «Voi non potete immaginare la sofferenza di sentirsi la forza d’ingegno d’un uomo ed essere una fanciulla». Questo periodo di vita sembra corrispondere proprio a quello vissuto da Maggie mentre il padre giace in casa ammalato per via del tracollo finanziario subìto e Tom lavora per risollevare le sorti  economiche. Maggie che non ha altra scelta che di restare in casa si ritrova immersa nella lettura di un classico medievale del monaco tedesco Tommaso da Kempis, L’Imitazione di Cristo, e questa lettura la persuade che la chiave della felicità sta proprio nell’acquietare l’anima rinunciando ai desideri e alle aspirazioni, conducendo una vita mortificata.

Presto un varco di luce si apre nella vita di Maggie grazie alla presenza stimolante di Philip Wakem. Lui prova a sabotare il modo di pensare di Maggie: «Cercate una via di rinuncia che vi tenga lontana dal dolore. Ve lo ripeto, non v’è modo di sfuggire al dolore se non quello di pervertire o mutilare la propria natura».
Anche la strada dei sentimenti romantici è impervia per Maggie perché Wakem è proprio il figlio del nemico di suo padre, a causa del quale è caduto in rovina. Qui comincia l’altro grande conflitto che segnerà la vita di Maggie: assecondare i suoi sentimenti vivendo un perenne e struggente senso di colpa oppure ottemperare ai doveri della famiglia restando però col cuore triste e vuoto. «Sperare di poter godere di una esistenza a cui avrebbe dato corso sacrificando fiducia ed empatia, che erano i migliori organi della sua anima, era come immaginare di potersi gustare una passeggiata che le ferisse i piedi fino alla mutilazione».
È un conflitto che vive più di una volta, non solo in relazione a Wakem ma anche verso Stephen Guest, il corteggiatore di sua cugina che però sviluppa una passione sempre più incontrollata per Maggie. «Io non devo, non posso cercare la mia felicità a discapito di altri. L’amore è una forza della natura, certo; ma lo sono anche la pietà, la fedeltà e la custodia della memoria. E continuerebbero a vivere in me, e mi punirebbero se non obbedissi loro. Sarei tormentata dal pensiero della sofferenza che ho causato. Il nostro amore sarebbe avvelenato».

Maggie dice che non può «cercare la sua felicità a discapito di altri», ed Emanuele Trevi nella sua introduzione dice: «Che gli altri esistano, è in sintesi la grande avventura di Maggie». L’ostacolo non è costituito solo da ciò che è socialmente considerato accettabile oppure no, ma anche da quello che Maggie stessa considera opportuno o no, dalle sue stesse convinzioni morali molto forti per sua natura: ha una grande coscienza e sensibilità, scrupolosità e bontà, tratti che non appartengono affatto al fratello Tom e che la spingono a rinnegare sé stessa pur di non ferire un’altra persona. È il sacrificio di una martire quello di Maggie, ma un sacrificio rimasto incompreso alla maggioranza.

Il singolo come misura di ogni cosa

Non emerge invece questa tendenza nella personalità di Mary Anne, che ebbe come compagno di vita un uomo sposato quindi non libero legalmente, George Lewes. Comunque, ne Il mulino sulla Floss Mary Anne sembra trasferire quella che era stata probabilmente la sua esperienza di donna osteggiata e sottoposta a severo giudizio. E questa è una componente autobiografica molto importante. Ci sono lunghe pagine verso la fine del romanzo in cui Maggie descrive gli atteggiamenti della comunità dopo lo scandalo riguardante lei e Stephen Guest, uno scandalo esasperato paradossalmente proprio dalle azioni riparatrici di Maggie volte a far emergere la vera realtà delle cose contro la prospettiva che appare al di fuori.
Qui George Eliot prende in considerazione i “casisti” e “l’uomo delle massime”. Alla base della casistica sta il principio secondo cui dai casi specifici si possono evincere delle norme generali, quindi da esempi individuali è possibile trarre una norma che potrà valere a livello più generale. Il pensiero della Eliot è fondamentalmente l’opposto, ed è ben espresso da Emanuele Trevi in questo passaggio: «Oggi come ieri, la letteratura ha un solo nemico, colui che George Eliot definisce l’uomo delle massime, l’uomo incapace di compiere fino in fondo il tragitto dal generale all’individuale, perché è il singolo la misura di tutte le cose»
Ciò che lei sostiene è che ogni caso specifico è un caso a sé, un vissuto intimo e personale, e quindi non può generare norme o regole che possano essere valide per tutti. Piuttosto Eliot fa appello alle qualità “della pazienza, del discernimento, dell’imparzialità” che possono attenuare o mitigare la severità di un giudizio. Lei restituisce centralità all’individuo e alla sua personale circostanza ed esperienza.

La scelta discutibile di trascorrere la sua vita accanto a un uomo come George Lewes costa a Mary Anne la perdita dei rapporti con suo fratello Isaac, proprio quel fratello a cui era tanto legata. L’atteggiamento freddo e scontroso di Tom nel Mulino sulla Floss può essere un chiaro rimando a quello di Isaac.

Un genio ammirato da Henry James

Infine, una cosa davvero curiosa riguarda l’aspetto fisico di Maggie così affascinante e grazioso se posto a confronto della singolare descrizione che fece Henry James di George Eliot: «Aveva la fronte bassa, gli occhi di un grigio spento, il naso grande e pendulo, la bocca enorme nella quale si intravedevano i denti storti e il mento ‘qui n’en finissent pas’… Ora, in questa mostruosa bruttezza risiede una bellezza potentissima che in pochi minuti rapisce e sconvolge la mente, cosicché, alla fine, ci si ritrova innamorati di lei, come è accaduto a me. Sì, consideratemi innamorato di questa grande intellettuale dalla fronte cavallina». Chissà se Mary Anne nutrisse il desiderio di essere ammirata sin dal primo sguardo proprio come accadeva spesso all’inconsapevole Maggie. Certo ci sono buoni motivi per ritenere che l’effetto prodotto su Henry James non fosse unico e isolato: in una società che circoscriveva le donne al ruolo di angelo del focolare, il genio intellettuale di una donna indipendente e fiera di sé costituiva un’attrattiva potente.

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