Un diario intimo che è un atto di coraggio letterario e personale: è “L’uso delle foto” di Annie Ernaux e Marc Marie. Immagini di paesaggi che «il sesso lascia dietro di sé», fissate sulla pellicola e sulla pagina. Un’opera rara, che suggerisce come la vera memoria stia nel ricostruire, attraverso tracce e frammenti, il senso di ciò che siamo stati
Ne L’uso della foto (159 pagine, 18 euro), pubblicato in Francia nel 2005 e giunto in Italia per L’Orma editore (nella traduzione di Lorenzo Flabbi), Annie Ernaux, insieme a Marc Marie, compie un gesto insieme semplice e radicale: trasformare l’intimità in arte e la memoria in resistenza.
Il gesto all’origine del libro è semplice e potentissimo, un vero e proprio rituale. Nel corso del 2003, dopo ogni incontro amoroso, fotografano «il paesaggio che il sesso lascia dietro di sé»: vestiti aggrovigliati sul parquet, una scarpa rovesciata, lenzuola sgualcite, il vuoto di un reggiseno abbandonato su una sedia.
Queste immagini, scattate in analogico e dunque legate all’attesa e alla materialità, diventano il punto di partenza per un esercizio di memoria pura. Su ogni foto, separatamente e senza confrontarsi, scrivono ciò che ricordano di quell’istante. Ne emerge non una, ma due verità intrecciate: la stessa scena vista attraverso due sensibilità, due memorie, due corpi.
Il risultato di questo esperimento non è un romanzo tradizionale, né un semplice diario a due voci. È piuttosto un esperimento letterario e umano in cui la vita, nella sua nudità più cruda e gioiosa, viene fissata prima su pellicola e poi sulla pagina.
Dialogo silenzioso tra piacere e dolore
La potenza straziante del libro risiede proprio in questo dialogo, e in ciò che gli fa da sfondo silenzioso: il cancro al seno per cui Annie Ernaux è in cura durante quel periodo.
Mentre le fotografie catturano il disordine vitale del desiderio, la scrittura deve fare i conti con un altro tipo di disordine: quello della malattia, della chemioterapia, di un corpo trasformato e fragile. L’eros e il thanatos non si combattono, ma coesistono sulla stessa pagina. Scrivere del desiderio mentre si affronta il dolore non è un atto di evasione, ma di affermazione suprema della vita. È la rivendicazione, potentissima, che un corpo femminile, non più giovane e segnato dalla malattia, non solo ha una storia da raccontare, ma ha anche diritto al piacere e alla rappresentazione di quel piacere.
Scrittura come sviluppo di un’immagine interiore
La grandezza di Ernaux sta nella sua prosa chirurgica, capace di passare dal dettaglio più concreto alla riflessione più universale. In questo libro, quella scrittura si mette al servizio dell’immagine, ma per completarla, per sondare ciò che la foto non può mostrare: l’attimo prima dello scatto, l’emozione, il contesto, il flusso dei pensieri. Le parole diventano il “laboratorio” in cui sviluppare non solo la fotografia, ma il suo significato profondo. È un’operazione di “vivisezione” dell’attimo, che dimostra come la verità di un momento non risieda mai in una sola prospettiva.
Un’opera corale sul tempo che fugge
L’uso della foto si inserisce nel solco della ricerca di Ernaux: fare della propria esperienza uno strumento per indagare la società, il tempo, la memoria collettiva. Qui, però, il progetto diventa corale. La voce di Marc Marie non è un accompagnamento, ma un contrappunto essenziale. Insieme, dimostrano che l’amore, come la memoria, è sempre un “oggetto a due voci”. Il libro diventa così un tentativo disperato e bellissimo di fermare il tempo, di strappare all’oblio non solo i momenti di passione, ma la stessa texture di una relazione, con le sue percezioni divergenti e i suoi silenzi.
L’uso della foto è un libro che commuove, un atto di coraggio letterario e personale, un dono fatto al lettore per invitarlo a riflettere su come abitiamo i nostri corpi, come ricordiamo, come amiamo: ci suggerisce che la vera memoria non è nel ricordare tutti i dettagli, ma nel ricostruire, attraverso tracce e frammenti, il senso di ciò che siamo stati. È un’opera rara, che lascia un segno duraturo e cambia, anche solo di poco, il modo in cui guardiamo al nostro passato.
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