I “sette libri per l’inverno” di… Alessandro Barbaglia

C’è l’inverno, ma anche un pizzico di primavera, nei libri – romanzi, anche per ragazzi, poesie e super classici – consigliati dallo scrittore e libraio Alessandro Barbaglia, nel 2025 autore di “Nené nel paese delle magarìe. Il bambino che diventò Camilleri”. Esperienze di lettura che arricchiscono la nostra rubrica più amata (qui tutte le puntate)

Credo che l’inverno l’abbia inventato un lettore. O una lettrice, certo. Chi altri avrebbe potuto immaginare una stagione in cui l’unica cosa sensata da fare è stare a letto, o sul divano, infilati in una coperta, magari con qualcosa di caldo da bere, mentre fuori accadono quelle cose lì che accadono d’inverno e tu sei ovunque tu voglia essere sprofondato in una storia.
E allora, vediamo di sprofondare bene.

“Nella carne” di David Szalay (Adelphi), traduzione di Anna Rusconi

Nella carne di David Szalay è un libro strano. Ne consiglierò parecchi di libri strani, trovatemi voi una stagione più bizzarra dell’inverno, quando alle 16:30 del pomeriggio è notte e alle 9 del mattino è ancora notte. L’autore racconta la vita, tutta in levare (nel senso di togliere) di István, il protagonista del libro che incontriamo quindicenne e che per certi versi, pur crescendo, è ovvio, non cambierà mai. Quali versi? Il suo essere “Carne”, umano, maschio, fragilissimo e pieno di vuoti (che spesso l’autore colma di traumi, o sono i traumi che riempiono il protagonista di vuoti o, chi lo sa). In più di un’occasione, quando István è chiamato a scegliere se salvare o lasciare morire qualcuno, sceglie di salvarlo, anche se questo causerà la sua rovina. È un libro invernale, letto in inverno è come metterlo al proprio posto. Un limite? La parola Okay. Nei dialoghi è onnipresente. Ci si fa l’abitudine, ma a voler essere permalosi – a volte d’inverno lo siamo – viene da dire: «Szalay, anche un po’ meno okay, okay?».

“Non ti scordar di me” di Marion Rankine (Il Saggiatore), traduzione di Ludovica Marani

Amo le biografie improprie. Cioè le storie che raccontano la vita di ciò che non ha vita. Amanti degli zombie, sto per darvi una delusione, mi riferisco a Non ti scordar di me di Marion Rankine il cui sottotitolo dice tutto: Storia vera e immaginaria dell’ombrello. Già l’ombrello, quella cosa nata per fare ombra quando c’è il sole e che noi usiamo quando piove. Già questo merita una storia. E il libro di storie ne racconta tante, tantissime, intrecciando le vicende umane, quelle della grande Storia, alle peripezie di questo oggetto che ci accompagna e precede. E che scordiamo ovunque. Anche se non lo usiamo per volare nel cielo come Mary Poppins o per ballare e «cantare sotto la pioggia» come Gene Kelly, leggere queste pagine meravigliose racconta come un ombrello non sia mai veramente, solo, un ombrello ma una parte di noi. Quella più asciutta e protetta. Un limite? Non aiuta a ricordarsi di prendere l’ombrello quando si esce dal bar in cui ci si è rifugiati per scappare all’acquazzone. Ma quello non è un limite del libro, lo è della mia memoria. Se non ricordo male.

“Why We Broke Up. 43 motivi per cui ci siamo lasciati” di Daniel Handler (Mondadori), traduttori vari

Perché ci siamo lasciati. Inventario di un amore (Salani) di Daniel Handler è da sempre uno dei miei libri invernali preferiti. Diciamolo subito: è un libro per ragazzi. E diciamo subito anche questo: e allora? Che problema è? La storia è quella di Min Green e di come lei e Ed Slaterton si incontrarono a una festa, andarono al cinema insieme, seguirono un’anziana signora, condivisero una stanza in un motel e si spezzarono i cuori a vicenda. «Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a 12 anni. Gesù, chi li ha?», lo so questo è «Stand by me – Ricordo di un’estate», il film (sento, la colonna sonora ogni volta che ne pronuncio il titolo!) ma basta aggiungere 4 anni all’età e sostituire la parola “amori” ad “amici” e funziona benissimo per spiegare questo libro. Che è anche meravigliosamente illustrato e che racconta come a volte le ragioni per cui ci si innamora di qualcuno sono le stesse per cui ci si lascia. Un limite? Il libro è fuori catalogo. Ma è appena stato ripubblicato da Mondadori con il titolo: Why We Broke Up. 43 motivi per cui ci siamo lasciati. Quindi questo libro non ha limiti.

“L’aringa rossa” di Gonzalo Moure e Alicia Varela (Timpetill), traduzione di Chiara Carminati

Ed eccoci al libro più bello in cui ci si possa imbattere in inverno: “L’aringa rossa” di Gonzalo Moure, e Alicia Varela. Sapete cos’ha di bellissimo questo libro? Contiene storie infinite. Contiene quante vicende quante sarete capaci di immaginarne. Non è una storia, è una storia che contiene una storia, che contiene una storia circondata da storie fatte tutte così. Okay (Cit. David Szalay, Nella carne) ma che significa? Significa che il libro è – a farla spessa – un albo illustrato. Ogni pagina è la raffigurazione di un parco affollato di persone che si muovono. Come fanno a muoversi? Un pochino ad ogni pagina. Prima due bambini stanno saltando la corda? Giri pagina e uno dei due è scivolato. Ma non solo: tutti i protagonisti della pagina precedente – mica c’erano solo due bimbi che saltavano la corda, era pieno di gente il parco – nella pagina successiva hanno fatto qualcosa. Che cosa? Eh, dimmelo tu. Raccontamelo. Immaginalo. E spiegami perché le cose sono andate così o non cosà. Il tutto mentre bisogna scovare una piccola aringa rossa fra i tanti dettagli del libro. Un albo senza parole che racchiude tante storie che possono essere immaginate e raccontate dal lettore. Un limite? Non tutti attraversando quelle pagine vedremo le stesse cose. E qualcuno potrebbe anche non vederci niente di straordinario. Mi spiace per lui.

“Quando ci sono” e “Quando non ci sono” di Alfonso Brezmez (Einaudi), traduzione di Mirta Amanda Barbonetti

Alfonso Brezmes È uno dei poeti che più amo. È spagnolo, in Italia Einaudi, nella bianca, ha pubblicato due raccolte di poesie: “Quando ci sono” e “Quando non ci sono”. Li cito entrambi, tutto sommato è come se fossero un libro unico. Unico anche ne senso di inimitabile, o clamoroso, irraggiungibile. “La vidi passare/ tra due bagliori del faro/ . Era la vita, / come dire tutto / ciò che non si può vedere“. Commento al testo: SBAAAAAAM. Stecchito. Ecco, le sue poesie sono tutte così, raffinate e di nitida immediatezza. Come diceva Frank Zappa parlare di poesia è un po’ come ballare di architettura (lo so, non è vero, Zappa diceva che parlare di musica era come ballare di architettura, ma la poesia è anche musica e quindi ne parlerò poco). Voi fate così: leggete Brezmes e sarà primavera. Anche in pieno inverno. Un limite? Volendo le poesie di Brezmes si possono leggere tutte, di filata, una dietro l’altra. Non fatelo, date a ciascuna il tempo di far si che vi faccia quello che la primavera fa ai fiori.

“Dieci piccoli indiani, e poi non rimase più nessuno” di Agatha Christie (Mondadori), traduzione di Lorenzo Flabbi

Dieci piccoli indiani, e poi non rimase più nessuno di Agatha Christie. Sì, io e questo libro abbiamo una trentennale storia d’amore tutta invernale. È, più o meno da quando l’ho letto la prima volta, il libro che mi accompagna verso la fine dell’anno o che inaugura il nuovo. Sempre. Ci sarebbe da dire, ma come, è un giallo, una volta che hai capito come funziona o chi è l’assassino… che lo rileggi a fare? È come dire: “Ma sai, la notte stellata di Van Gogh una volta che l’hai vista… perché riguardarla?”. Risposta breve: perché è un capolavoro. Risposta un po’ meno breve: perché ci sono opere che – ma posso essere arrivato fin qui senza mai aver citato Calvino? – non hanno mai finito di raccontare quello che hanno da dire. Ecco, “Dieci piccoli indiani e poi non rimase più nessuno” è proprio un libro così. Un limite? Questo libro ha ucciso tutti gli altri gialli. Una volta letto questo, secondo me, è difficile leggere qualcosa che – a livello di meccanica narrativa – possa avvicinarsi. Ma sono i rischi che un lettore deve correre se vuole leggere un capolavoro.

“C’era due volte il barone Lamberto” di Gianni Rodari (Einaudi Ragazzi)

C’era due volte il barone Lamberto di Gianni Rodari. Perché è il mio libro preferito, lo amo, lo venero, lo considero un gioiello. Leggetelo, poi mi direte. E poi perché il mio vicino di treno che sbircia quello che sto scrivendo ha detto: “Rodari… un autore così sopravvalutato”, e mi è venuta l’orticaria. Un limite? No, dai, non scherziamo.

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