Merita di andare lontano “Non offendere” di Erica Donzella, storia di un amore sopito e poi riesploso tra due donne, circondate però da ignoranza, violenza, cinismo, vendetta e pregiudizi. In una Catania anni Settanta ineluttabili destini incombono sulle loro spalle…
Una scrittura che graffia per un page turner, un libro di quelli che non si riescono a metter via, perché la lettura fagocita felicemente il lettore.
Adesso via delle Sante è deserta. Ma questa desolazione dura solo pochi attimi. Sui gradini di casa Colombo appare Rita. Sulla scivola di casa mia Barbara. Nella resa propria di chi non ha più speranza, le due donne si avvicinano l’una all’altra e io sento la mia anima sciogliersi nella redenzione. I loro occhi si addolciscono, le braccia si lasciano cadere lungo i fianchi. Nella simultaneità del desiderio e nella consapevolezza di una pace necessaria, oltre il tempo e i rancori, Barbara e Rita si corrono incontro.
La storia che racconta Erica Donzella in Non offendere (231 pagine, 17 euro) non è semplicemente l’amore fra due donne nella Catania di fine anni Settanta, una città però sospesa nel tempo, quasi una quinta teatrale. Racconta un mondo ancestrale, dissidi lontani nel tempo, amori sopiti, e infine riesplosi, matrimoni che sembrano la fine dell’amore, che non sono protezione e cura, ma tormento e inferno. Il compimento di ineluttabili destini incombe su ogni pagina, su ogni singola frase. Rita Magrì, Colombo da sposata, e Barbara Spampinato a distanza di anni fanno i conti con il loro amore giovanile, «con una complicità lontana e dispersa», forse per «riprendere un discorso taciuto per anni».
Una bestia senza compassione
Il nuovo romanzo di Erica Donzella, scrittrice (ma anche libraia ed editor) nata a Scicli, è il biglietto da visita di una nuova iniziativa editoriale di Kalós, ovvero la collana Lapilli (ne abbiamo parlato qui). Tra i suoi primi convinti sostenitori, con tanto di blurb, c’è Fabio Stassi e non stupisce perché Non offendere è un atto di fiducia in quella letteratura che lo stesso Stassi venera e mette in pratica. La voce narrante principale? Arriva da un’edicola votiva ed è quella di una defunta, Agata, madre di Barbara, moglie di Calogero, zoppo e malato, un solo occhio buono, quasi sfrattato dalla casa in cui abita da una vita, uno di quei «figli di Dio che nemmeno Satana si vuole riprendere», «una bestia a cui è stata sottratta la compassione», marito e padre spietato, forse anche adesso che è ridotto a una carcassa senza forze. La madre osserva quelle donne, non più ragazze, allontanatesi e adesso di nuovo vicine.
Rita e Barbara mano nella mano, piccole bambine che correvano su questo selciato a piedi nudi, giocando a nascondino. Dove sei Rituccia? Dove hai perso i tuoi occhi dolci, il desiderio di prendere mia figlia per i polsi e immaginare con lei una vita diversa? Dove hai lasciato la voglia di trovarla, ogni giorno, nel silenzio peccaminoso di un letto?
Rita serra le labbra. Né lei né il Signore Gesù Cristo sanno quello che mia figlia vive da quando io non sono altro che aria e preghiera.
Un Giuda bambino
Erica Donzella trascina, capitolo dopo capitolo, in un vortice di pensieri e parole che scuotono, di corpi ritrovati, di anime che ancora collimano, anche se attorno a loro il mondo non smette d’essere colmo di ignoranza, indigenza, violenza da parte degli uomini, giudizi e pregiudizi, e anche se devono fare i conti con il tradimento inconsapevole di un Giuda bambino, e di un altro molto in avanti negli anni, e hanno «la sola colpa dell’amore». L’amore come pace raggiungibile, la vendetta come miseria umana senza fine e come cinismo feroce, Non offendere ha un andamento implacabile, è un destino che si compie, un sogno difficile da realizzare, una felicità che rischia di evaporare, un suono dall’eco insistente. Il libro è prezioso e merita di andare lontano: la storia, la scrittura, la carne viva che rimbalza dalle pagine e la voglia di combattere una battaglia impari delle eroine di Non offendere sono, ai nostri occhi, cose che fanno la differenza.
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